Domenica delle Palme. ( Inizio Settimana santa )

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di , 9 aprile 2014

scansione0001Nel calendario liturgico cattolico la Domenica delle Palme è celebrata la domenica precedente alla festività della Pasqua. Con essa ha inizio la settimana santa ma non termina la Quaresima, che finirà solo con la celebrazione dell’ora nona del giovedì santo, giorno in cui, con la celebrazione vespertina si darà inizio al Sacro Triduo Pasquale. Nella forma ordinaria del rito romano essa è detta anche domenica De Passione Domini (della Passione del Signore). Nella forma straordinaria la domenica di Passione si celebra una settimana prima, perciò la Domenica delle Palme è detta anche Seconda Domenica di Passione. Questa festività è osservata non solo dai Cattolici, ma anche dagli Ortodossi e dai Protestanti. In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma (cfr. Gv 12,12-15). La folla, radunata dalle voci dell’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi intorno, e agitandoli festosamente gli rendevano onore. In ricordo di questo, la liturgia della Domenica delle Palme, si svolge iniziando da un luogo al di fuori della chiesa dove si radunano i fedeli e il sacerdote benedice i rami di ulivo o di palma che sono portati dai fedeli, quindi si dà inizio alla processione fin dentro la chiesa. Qui giunti continua la celebrazione della Messa con la lunga lettura della Passione di Gesù. [1]Il racconto della Passione viene letto da tre persone che rivestono la parte di Cristo (letta dal sacerdote), dello storico e del popolo. In questa Domenica il sacerdote, al contrario di tutte le altre di Quaresima [2] (tranne la quarta in cui può indossare paramenti rosa) è vestito di rosso. Generalmente i fedeli portano a casa i rametti di ulivo e di palma benedetti, per conservarli quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti e persone amiche. In alcune regioni, si usa che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua. In molte zone d’Italia, con le foglie di palma intrecciate vengono realizzate piccole e grandi confezioni addobbate (come i parmureli diBordighera e Sanremo in Liguria), che vengono scambiate fra i fedeli in segno di pace. Queste palme intrecciate, in genere di colore giallo, sono vendute ai fedeli vicino alle chiese. Nel vangelo di Giovanni: 12,12-15, si narra che la popolazione abbia usato solo rami di palma che, a detta di molti commentari, sono simbolo di trionfo, acclamazione e regalità. Sembra che i rami di ulivo, di cui nei vangeli non si parla, siano stati introdotti nella tradizione popolare, a causa della scarsità di piante di palma presenti, specialmente in Italia. Un’antica antifona gregoriana canta: «Pueri Hebraeorum portantes ramos olivarum obviaverunt Domino» (“Giovani ebrei andarono incontro al Signore portando rami d’ulivo”). Nelle zone in cui non cresce l’ulivo, come l’Europa settentrionale, i rametti sono sostituiti da fiori e foglie intrecciate. S.hanno notizie della benedizione delle palme a partire del VII secolo in concomitanza con la crescente importanza data alla processione. Questa è testimoniata a Gerusalemme dalla fine del IV secolo e quasi subito fu introdotta nella liturgia della Siria e dell’Egitto. In Occidente questa domenica era riservata a cerimonie prebattesimali, infatti, il battesimo era amministrato a Pasqua; e all’inizio solenne della Settimana Santa, quindi benedizione e processione delle palme entrarono in uso molto più tardi: dapprima in Gallia (secolo VII-VIII) dove Teodulfo d’Orléans compose l’inno “Gloria, laus et honor” e poi a Roma dalla fine dell’XI secolo. Dal punto di vista iconografico, l’Entrata di Gesù in Gerusalemme ha ispirato nel corso dei secoli i più grandi pittori e artisti di ogni tempo. Nella nostra Murano, presso la Chiesa Parrocchiale di S.Pietro Martire si può ammirare nel corridoio antistante la sacrestia, una tela del pittore settecentesco di origine bellunese Gaspare Diziani. L’Opera di egregia fattura anticamente proveniente dalla Chiesa di S.Maria degli Angeli raffigura l’ingresso di Gesù in Gerusalemme a cavallo di un’asino attorniato dalla folla festante e dai suoi discepoli che stendono mantelli e agitano fronde di palma e di ulivo. Indubbiamente accanto a lui mischiati tra la gente, sono stati raffigurati i committenti dell’opera dei quali non si conosce il nome. Sullo sfondo sono rappresentate le mura merlate di Gerusalemme con un’entrata ad arco e i torrioni, di cui quello centrale sormontato da una cupola dal gusto orientale.

Il segno che siamo vicini al Signore è il prendersi cura del prossimo

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di , 18 marzo 2014

papaCome possiamo capire se siamo vicini al Signore o meno? Papa Francesco nel corso della riflessione mattutina in Casa Santa Marta ha illustrato quali sono i segni che indicano al cristiano se ha effettivamente incontrato il Signore, se sta camminando nel solco tracciato da Gesù oppure se sta seguendo la propria strada ma non quella del Signore.

“La pietra di paragone” spiega Papa Francesco “il segno che noi ci siamo avvicinati al Signore” è la capacità di “avere cura del prossimo: del malato, del povero, di quello che ha bisogno, dell’ignorante“. Le Scritture dicono infatti “soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” ma per vedere chi è il nostro prossimo, per riuscire a vedere chi sono i bisognosi dobbiamo svestirci dell’ipocrisia.

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Vangelo? Se ne discute al Pub.

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di , 18 marzo 2014

francescaniSan Francesco diceva: ‘Predicate sempre il Vangelo e se fosse necessario anche con le parole’.

Frati al pub per evangelizzare i giovani. L’idea di riunirsi in un locale serale per parlare di Gesù, Francesco e del Vangelo è un esperimento che si va diffondendo sempre più tra i frati francescani. In tutta Italia si segnalano iniziative diverse ma accomunate dalla volontà di trascinare verso la Chiesa anche giovani e giovanissimi spesso poco attratti dalla catechesi tradizionali.

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19 Marzo- Memoria di S.Giuseppe e ” Festa del Papà “.

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di , 17 marzo 2014

San Giuseppe 1

Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, di recente fatto Beato, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, “lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola. Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già scomparso (alle nozze di Cana, infatti, non è menzionato), ma noi non sappiamo né dove nè quando sia morto; non conosciamo la sua tomba, mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli. Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di Giusto. Nel linguaggio biblico è detto “giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio. Giuseppe discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno. Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del “buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da padre putativo al Figlio di Dio. Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria. Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; alla fine si teneva la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale. Se nel frattempo veniva concepito un figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale. La procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era comminata mediante la lapidazione. Ora appunto nel Vangelo di Matteo leggiamo che “Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme. Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto”(Mt 18-19). Mentre era ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio. In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe allora può accettare o no. Per amore di Maria accetta, nelle Scritture leggiamo che “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Nella schiera dei suoi fedeli il primo in ordine di tempo oltre che di grandezza è lui: san Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria. (…) Quello di Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? E’ la domanda che affiora più frequentemente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. Sappiamo che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (cfr. Mt 1, 18-25), ossia un matrimonio verginale, ma un matrimonio comunque vissuto nella comunione più piena e più vera: “una comunione di vita al di là dell’eros, una sponsalità implicante un amore profondo ma non orientato al sesso e alla generazione” (S. De Fiores). Se Maria vive di fede, Giuseppe non le è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia anche quella del suo sposo. Maria amava il silenzio, Giuseppe anche: tra loro due esisteva, né poteva essere diversamente, una comunione sponsale che era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. “La coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – ha detto Giovanni Paolo II –, dal quale la santità si espande su tutta la terra” (Redemptoris Custos, n. 7). La coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima “chiesa domestica” della storia, anticipa per così dire la condizione finale del Regno (cfr. Lc 20, 34-36 ; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino. “Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. “Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare…”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia). Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a san Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste. Giovanni Paolo II ha confessato di pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori: il beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI. In questo giorno, alla protezione di S.Giuseppe affidiamo tutti i “Papà”del mondo intero,affinchè come lo “sposo di Maria”sappiano amare le loro famiglie e siano fedeli educatori dei loro figli con la loro “santità di vita”.

Un’anno con Papa Francesco.

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di , 9 marzo 2014

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A poco meno di un anno dall’elezione al soglio di Pietro, papa Francesco non perde l’abitudine di dialogare da pari a pari con quello che una volta si sarebbe chiamato “il mondo”. E si racconta in un’intervista al direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli. Il Santo Padre risponde alle domande sulla figura del Pontefice, ma anche sulla sua vita personale, e sulle tematiche che più di tutte animano il dibattito interno ed esterno alla Chiesa.

La figura del Papa

“Il papa non è Superman”, chiarisce subito Francesco: “Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia del papa. Mi piace stare tra la gente, ma non mi è mai venuto in mente, come è stato detto di uscire dal Vaticano di notte per andare dai senzatetto. Il Papa è un uomo normale, considerarlo una star mi pare quasi offensivo.” Tuttavia pur dovendosi confrontare con sfide inedite come quella del papa emerito (“Benedetto XVI è un’istituzione, non una statua in un museo. La sua saggezza è un dono di Dio“), il Pontefice continua a dipingersi come un uomo che decide da solo, come è tra l’altro anche nella tradizione dei gesuiti, il suo ordine religioso di appartenenza: “Nel mio lavoro sono consigliato e accompagnato da tante persone, ma nel momento di decidere sono solo con il mio senso di responsabilità.

Gli abusi sessual

Sempre in riferimento alla figura del suo predecessore, il Papa affronta il tema dellalotta agli abusi sessuali, che Benedetto XVI ha intrapreso “con coraggio, aprendo una strada“. Francesco rivendica però con fermezza il lavoro fatto dalla Chiesa per contrastare questo genere di crimini: “La Chiesa cattolica è forse l’unica istituzione pubblica ad essersi mossa con trasparenza e responsabilità. Nessun altro ha fatto di più. Eppure la Chiesa è la sola ad essere attaccata.”

Povertà e globalizzazione

Sin dai primi giorni, il pontificato di Francesco si è contraddistinto per una speciale attenzione ai poveri, a quelle “periferie” così care al cuore del Papa: un’ “opzione preferenziale per i poveri”, spiega il Pontefice, che proviene dal Vangelo.
Il Vangelo condanna il culto del benessere. Quando veniamo giudicati nel giudizio finale (Matteo, 25) conta la nostra vicinanza con la povertà. La povertà allontana dall’idolatria, apre le porte alla Provvidenza.” Anche sul tema della globalizzazione,che con il culto del benessere qualche relazione la ha, Francesco parla molto chiaramente: il Papa ricorda come, pur avendo salvato dalla povertà molte persone, la globalizzazione ne ha condannate tante altre a morire di fame, producendo un pensiero debole che mette al centro solo il denaro e non più la persona umana. Incalzato da una domanda sulle accuse di marxismo che da più parti gli sono state rivolte, il Pontefice non sembra minimamente in imbarazzo: “Quelle accuse non mi dispiacciono. L’ideologia marxista non è vera e io non l’ho mai condivisa, ma ho conosciuto tante brave persone che la professavano.

La famiglia

Quando il discorso si allontana dai temi dell’economia globale, Francesco affronta senza esitazioni le problematiche più dibattute: il ruolo della famiglia e della donna, la morale sessuale, i temi etici e i valori non negoziabili.
Parlando di famiglia, il Papa non può fare a meno di ammetterne la crisi, soprattutto nelle forme più tradizionali, ma assicura di avere recepito l’emergenza e di avere avviato, con la convocazione del Sinodo, una profonda riflessione che coinvolgerà tutta la Chiesa. Francesco ribadisce che il matrimonio è tra uomo e donna, ma ammette che nel caso delle unioni civili ”giustificate” dagli Stati laici “bisogna vedere i diversi casi e valutarli nella loro varietà.”

Morale sessuale e ruolo della donna

Strettamente correlata a quella sulla famiglia è la riflessione sulla morale sessuale: qui la strada indicata dal Papa è quella di non cambiare la dottrina, ma di far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni concrete e di ciò che per le persone è possibile fare. “Con l’Humanae Vitae Paolo VI ebbe il coraggio di schierarsi contro la maggioranza, di difendere la disciplina morale, di esercitare un freno culturale.” Anche sul ruolo della donna nella Chiesa, il Pontefice riconosce l’esigenza di qualche cambiamento, ma sempre nel solco della continuità e richiamandosi alla tradizione della Chiesa: “La donna può e deve essere più presente nei luoghi di decisione della Chiesa. La chiamerei una promozione di tipo funzionale, ma così non si fa tanta strada. La Chiesa ha l’articolo femminile la: è femminile dalle origini. Il principio mariano guida la Chiesa accanto a quello petrino. L’approfondimento teologale è in corso.”

Bioetica e valori non negoziabili

Grande cautela è espressa sugli argomenti bioetici: “Non sono uno specialista”, avverte Francesco, che dice di temere che ogni sua frase possa essere equivocata. D’altronde, spiega, “la dottrina tradizionale della Chiesa dice che nessuno è obbligato a usare mezzi straordinari quando si sa che è in una fase terminale“. Una discontinuità più marcata con la linea del suo predecessore si nota però quando De Bortoli domanda al Papa che ne è stato dell’espressione “valori non negoziabili“, spesso utilizzata negli anni passati e mai ripresa durante il pontificato di Francesco. “È un’espressione che non ho mai capito, i valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile dell’altra.”

L’ecumenismo

Il Papa parla però anche di ecumenismo, un tema molto caro a tutti i pontefici che lo hanno preceduto negli ultimi anni, e che Francesco non intende abbandonare. Parlando dell’intercomunione con gli ortodossi, ammonisce: “Siamo tutti impazienti di ottenere risultati chiusi. Ma la strada dell’unità con gli ortodossi vuol dire soprattutto camminare e lavorare insieme. La teologia ortodossa è molto ricca, in questo momento hanno grandi teologi, così come una meravigliosa visione della Chiesa e della sinodalità”.

Alla fine dell’intervista, Francesco concede al Corriere qualche battuta sulla sua vita privata prima e durante il pontificato: “Al momento sto leggendo Pietro e Maddalena di Damiano Marzotto, sulla dimensione femminile della Chiesa. L’ultimo film che ho visto?La vita è bella, e prima avevo guardato La Strada di Fellini.” E ancora, inevitabilmente: “A 17 anni avevo una fidanzatina, in seminario una ragazza mi fede girare la testa per una settimana. Come finì? Ne parlai con il mio confessore.

San Francesco e la Quaresima, il coraggio della verità

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di , 5 marzo 2014

dffwQuaresima, tempo di verità. Per ben tre volte, il Mercoledì delle Ceneri, il Vangelo ci ammonisce: “non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti”; “non siate simili agli ipocriti”; “quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti” (Mt 6,2.5.16). Non si può vivere la Quaresima in modo ipocrita; non la si può ridurre all’astinenza dalle carni in giorno di venerdì e a qualche pratica devozionale in più, perché è un tempo che ci è dato per rientrare in noi stessi e aggredire le contraddizioni vere, quelle minano la vita di grazia.

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L’Imposizione delle Sacre Ceneri.

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di , 5 marzo 2014

mercoledi_delle_ceneriCon l’espressione Mercoledì delle Ceneri (o Giorno delle Ceneri o, più semplicemente, Le Ceneri), si intende il mercoledi precedente la prima domenica diQuaresima che, nelle chiese cattoliche di rito romano e in alcune comunità riformate, coincide con l’inizio stesso della Quaresima, ossia il primo giorno del periodo liturgico “forte” a carattere battesimale e penitenziale in preparazione della Pasqua cristiana. In tale giornata, pertanto, tutti i cattolici dei vari riti latini sono tenuti a far penitenza e ad osservare il digiuno e l’astinenza dalle carni. Proprio in riferimento a queste disposizioni ecclesiastiche sono invalse alcune locuzioni fraseologiche come carnevale (dal latino carnem levare, cioè “eliminare la carne”)[] o martedì grasso (l’ultimo giorno di carnevale, appunto, in cui si può mangiare “di grasso”).La parola “ceneri” richiama invece in modo specifico la funzione liturgica che caratterizza il primo giorno di Quaresima, durante la quale il celebrante sparge un pizzico di cenere benedetta[2] sul capo o sulla fronte dei fedeli per ricordare loro la caducità della vita terrena e per spronarli all’impegno penitenziale della Quaresima. Per questo il rito dell’imposizione delle ceneri prevede anche la pronuncia di una formula di ammonimento, scelta fra la tradizionale «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai»[3] o la più recente «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15), introdotta dalla riforma liturgica del Concilio Vaticano II con riferimento all’inizio della predicazione di Gesù. Nel rito ambrosiano, in cui la Quaresima è posticipata di quattro giorni e inizia la domenica immediatamente successiva (e in cui pertanto il carnevale termina con il “sabato grasso”), l’imposizione delle ceneri avviene o in quella stessa prima domenica di Quaresima oppure, preferibilmente, il lunedì seguente. Il giorno di digiuno e astinenza viene invece posticipato al primo venerdì di Quaresima.Mentre la tradizione popolare meneghina fa risalire il proprio carnevale prolungato, o “carnevalone”, a un “ritardo” annunciato dal vescovo di Milano sant’Ambrogio, impegnato in un pellegrinaggio, nel tornare in città per celebrare i riti quaresimali, in realtà la diversa datazione della festa mobile delle Ceneri dipende da un consolidato e più antico computo cronologico dei quaranta giorni della Quaresima, conservato peraltro anche nel rito bizantinoL’imposizione delle ceneri sul capo del pontefice, che tradizionalmente avveniva nella basilica di Sant’Anastasia al Palatino per mano del cardinale protovescovo, per almeno cinque secoli si è svolta in silenzio. Stando alla dissertazione scritta dal cardinal Niccolò Maria Antonelli nel 1727,[6] il rito era piuttosto antico, anteriore a papa Gregorio I (VI secolo), e si svolgeva «dicendo sacra illa verba: Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris» perlomeno fino al pontificato di papa Celestino III (1191-1198), mentre l’assenza di qualsiasi formula rituale («nihil dicendo») è sicuramente attestata con papa Urbano VI(1378-1389) ma potrebbe essere anticipata con buone ragioni all’inizio del Trecento..Dalla basilica di Sant’Anastasia prendeva poi le mosse la solenne processione penitenziale che, a piedi scalzi (almeno fino al XII secolo), saliva fino alla prima stazione quaresimale della basilica di Santa Sabina, sull’Aventino, dove i pontefici celebravano la messa stazionalee pronunciavano la loro omelia del Mercoledì delle Ceneri. Interrotta nel Settecento e ripresa da papa Giovanni XXIII nel 1962, facendola però iniziare dalla chiesa benedettina di Sant’Alselmo, a poca distanza da Santa Sabina, questa tradizione è stata continuata anche dai suoi successori, con l’unica eccezione del 2013 quando, in seguito alle dimissioni di papa Benedetto XVI, «le circostanze hanno suggerito di radunarsi nella Basilica Vaticana»

Un cammino di “Quaranta Giorni”.

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di , 5 marzo 2014

16-3-Croci-luce-orizzonteLa quaresima è uno dei tempi forti che la Chiesa cattolica e altre chiese cristiane celebrano lungo l’anno liturgico. È il periodo di quaranta giorni che precede la celebrazione della Pasqua; secondo il rito romano inizia il mercoledì delle Ceneri e si conclude il Giovedì Santo, mentre secondo il rito ambrosiano parte dalla domenica successiva al Martedì Grasso fino alla Veglia Pasquale. Tale periodo è caratterizzato dall’invito alla conversione a Dio. Sono pratiche tipiche della quaresima il digiuno ecclesiastico e altre forme di penitenza, la preghiera più intensa e la pratica della carità. È un cammino di preparazione a celebrare la Pasqua, che è il culmine delle festività cristiane.Ricorda i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo nel Giordano e prima del suo ministero pubblico. È anche il periodo in cui icatecumeni vivono l’ultima preparazione al loro battesimo.Si dice abitualmente che la durata della quaresima è di quaranta giorni: in realtà il calcolo esatto arriva (nel rito romano) a quarantaquattro giorni. Alla fine del IV secolo, e ancora oggi nel rito ambrosiano, la quaresima iniziava di domenica (1º giorno), durava cinque settimane complete (5×7=35 giorni) e si concludeva il giovedì della settimana santa (altri cinque giorni), per un totale di quaranta giorni esatti. Poi alla fine del V secolo l’inizio venne anticipato al mercoledì precedente la prima domenica (altri quattro giorni), e furono inclusi il Venerdì Santo e il Sabato Santo nel computo della quaresima: in tutto quarantasei giorni. Ciò era dovuto all’esigenza di computare esattamente quaranta giorni di digiuno ecclesiastico prima della Pasqua, dato che nelle sei domeniche di quaresima non era (e non è) consentito digiunare. Con la riforma del Concilio Vaticano II il Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo ha riacquistato una sua autonomia liturgica, e il tempo di quaresima termina nel rito romano con l’Ora Nona del Giovedì Santo. Per questo oggi la quaresima dura dal Mercoledì delle Ceneri fino al giovedì santo, per un totale di quarantaquattro giorni; i giorni di penitenza prima della Pasqua restano però ancora 40. Per il rito Ambrosiano la quaresima inizia la domenica dopo il Mercoledì delle Ceneri romano e termina anch’essa con l’Ora Nona del Giovedì Santo per un totale di quaranta giorni esatti, a ricordo dei giorni di digiuno di Gesù nel deserto. Nella determinazione della durata ebbe grande peso il numero quaranta che ricorre nell’Antico Testamento molte volteLa durata della quaresima richiama numerosi eventi dell’Antico Testamento:i quaranta giorni del diluvio universalei quaranta giorni passati da Mosè sul monte Sinaii quaranta giorni che impiegarono gli esploratori ebrei per esplorare la terra in cui sarebbero entratii quaranta giorni camminati dal profeta Elia per giungere al monte Orebi quaranta giorni di tempo che, nella predicazione di Giona, Dio dà a Ninive prima di distruggerla.Anche Nel Nuovo Testamento è possibile trovare simili analogie, in particolare:i quaranta giorni che Gesù passò digiunando nel desertoi quaranta giorni in cui Gesù ammaestrò i suoi discepoli tra la resurrezione e l’Ascensione.Un altro riferimento significativo è rappresentato dai “quaranta anni” trascorsi da Israele nel deserto.Il carattere originario della quaresima fu riposto nella penitenza di tutta la comunità cristiana e dei singoli, protratta per quaranta giorni.

Venezia e il “suo Carnevale”.

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di , 26 febbraio 2014

DSC_0531-2Le sue origini sono antichissime: la prima testimonianza risale ad un documento del Doge Vitale Falier del 1094, dove si parla di divertimenti pubblici e nel quale il vocabolo Carnevale viene citato per la prima volta.
L’istituzione del Carnevale da parte delle oligarchie veneziane è generalmente attribuita alla necessità della Serenissima, al pari di quanto già avveniva nell’antica Roma (vedi panem et circenses), di concedere alla popolazione, e soprattutto ai ceti sociali più umili, un periodo dedicato interamente al divertimento e ai festeggiamenti, durante il quale i veneziani e i forestieri si riversavano in tutta la città a far festa con musiche e balli sfrenati.
Attraverso l’anonimato che garantivano maschere e costumi, si otteneva una sorta di livellamento di tutte le divisioni sociali ed era autorizzata persino la pubblica derisione delle autorità e dell’aristocrazia. Evidentemente tali concessioni erano largamente tollerate e considerate un provvidenziale sfogo alle tensioni e ai malumori che si creavano inevitabilmente all’interno della Repubblica di Venezia, che poneva rigidi limiti su questioni come la morale comune e l’ordine pubblico dei suoi cittadini
Il primo documento ufficiale che dichiara il Carnevale di Venezia una festa pubblica è un editto del 1296, quando il Senato della Repubblica dichiarò festivo il giorno precedente la Quaresima.
In quest’epoca, e per molti secoli che si succedettero, il Carnevale durava sei settimane, dal 26 dicembre al Mercoledì delle Ceneri, anche se i festeggiamenti talvolta venivano fatti cominciare già i primi giorni di ottobre.
Durante il Carnevale le attività e gli affari dei veneziani passavano in secondo piano, ed essi concedevano molto del loro tempo a festeggiamenti, burle, divertimenti e spettacoli che venivano allestiti in tutta la città, soprattutto in Piazza San Marco, lungo la Riva degli Schiavoni e in tutti i maggioricampi di Venezia. È comunque nel XVIII secolo che il Carnevale di Venezia raggiunge il suo massimo splendore e riconoscimento internazionale, diventando celeberrimo e prestigioso in tutta l’Europa del tempo, costituendo un’attrazione turistica ed una mèta ambita da migliaia di visitatori festanti.
Sono di quest’epoca le famigerate avventure che videro protagonista, a Venezia, uno dei più celebri personaggi del tempo: Giacomo Casanova. Scrittore veneziano molto prolifico, fu tuttavia maggiormente conosciuto come uno dei massimi esponenti dell’aspetto libertino della Venezia di quel tempo. Citato ancora oggi per la sua nomea di seduttore, creò il suo personaggio quasi mitico grazie alle partecipazioni a feste tra le più lussuriose, agli episodi amorosi più piccanti e alle incredibili traversie alle quali andò incontro nella sua vita sregolata, che portarono avventure, scandalo e vivacità ovunque si recasse.
Nel 1797, con l’occupazione francese di Napoleone e con quella successiva austriaca, nel centro storico la lunghissima tradizione fu interrotta per timore di ribellioni e disordini da parte della popolazione. Solamente nelle isole maggiori della Laguna di Venezia, come Burano e Murano, i festeggiamenti di Carnevale proseguirono il loro corso, anche se in tono minore, conservando un certo vigore ed allegria.
Solo nel 1979, quasi due secoli dopo, la secolare tradizione del Carnevale di Venezia risorse ufficialmente dalle sue ceneri, grazie all’iniziativa e all’impegno di alcune associazioni di cittadini e al contributo logistico ed economico del Comune di Venezia, del Teatro la Fenice, della Biennale di Venezia e degli enti turistici.
Nel giro di poche edizioni, grazie anche alla visibilità mediatica riservata all’evento e alla città, il Carnevale di Venezia è tornato a ricalcare con grande successo le orme dell’antica manifestazione, anche se con modalità ed atmosfere differenti
Le singole edizioni annuali di questo nuovo Carnevale sono state spesso contraddistinte e dedicate ad un tema di fondo, al quale ispirarsi per le feste e gli eventi culturali di contorno. Alcune edizioni sono state anche caratterizzate da abbinamenti e gemellaggi con altre città italiane ed europee, fornendo in questo modo un ulteriore coinvolgimento dell’evento a livello internazionale
L’attuale Carnevale di Venezia è diventato un grande e spettacolare evento turistico, che richiama migliaia di visitatori da tutto il mondo che si riversano in città per partecipare a questa festa considerata unica per storia, atmosfere e maschere. Auguriamoci che anche questa edizione 2014 sia per tutti oltre che motivo di gioia e di festa, un’occasione per scoprire Venezia nella sua “vera realtà” di città unica al mondo “bella,fragile “ ma soprattuto ancora “ una città a “ dimensione umana” che sa offrire al mondo il suo aspetto immutabile di arte storia e cultura universale.

Lettera di Papa Francesco alle famiglie

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di , 25 febbraio 2014

1796434_665382910187071_947894150_nCare famiglie,

mi presento alla soglia della vostra casa per parlarvi di un evento che, come è noto, si svolgerà nel prossimo mese di ottobre in Vaticano. Si tratta dell’Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata per discutere sul tema “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”.

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