Category: La Parola della Festa

XXV domenica del tempo ordinario – anno A

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di , 19 settembre 2014

Parola della DomenicaC’è una giustizia umana, che noi uomini cerchiamo, approfondiamo, sperimentiamo e tentiamo di instaurare nella nostra vita sociale, nelle relazioni con gli altri. È una giustizia che merita non solo attenzione, ma che va realizzata affinché sia possibile la convivenza in una certa condizione di pace. Questa dunque, che fa parte delle “realtà penultime” (Dietrich Bonhoeffer) in cui siamo immersi, è decisiva e non va sminuita. Purtroppo oggi – tutti ne siamo convinti – tale giustizia umana è contraddetta in molti modi e non è più ritenuta vincolante.

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La Parola della Domenica

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di , 11 settembre 2012

Prima Lettura (Is 35,4-7a) Si schiuderanno gli orecchi dei sordi, griderà di gioia la lingua del muto
Salmo Responsoriale (Sal 145) Loda il Signore, anima mia.
Seconda Lettura (Gc 2,1-5) Dio non ha forse scelto i poveri per farli eredi del Regno?
Vangelo (Mc 7,31-37) Fa udire i sordi e fa parlare i muti.

Effatà! Apriti! – Questa la parola chiave di apertura della nostra comunicazione con Dio e con l’Uomo. Dio vuole con l’Uomo una piena comunicazione, con tutti i sensi e in tutti i sensi. Vuole che lo si ascolti, gli si parli, lo si veda, lo si tocchi, lo si odori attraverso la Parola e i segni sacramentali della sua Chiesa, dal Battesimo, alla Riconciliazione, dalla Confermazione alla Eucarestia, dal Matrimonio all’Ordine per concludere con l’Unzione degli Infermi per richiamare anche nell’estremo i segni dell’inizio della vita sacramentale con il Battesimo.

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Pentecoste

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di , 30 maggio 2012

Pentecoste… una ricorrenza “standard” nel panorama delle festività religiose domenicali, se non ci poniamo la domanda “chi è e che cosa fa lo Spirito Santo?” Siamo così abituati a pronunciarlo che non ci facciamo più caso a chi Egli sia e che cosa Egli faccia, se non per luoghi comuni.
Di certo lo Spirito Santo è la persona trinitaria più enigmatica e di difficile comprensione… diciamo che è un po’ come parlare dell’Amore, di cui tutti ne diciamo una parte senza arrivare ad una definizione definita dello stesso. Scriveva in tempi non sospetti un grande Padre della Chiesa – San Gregorio di Nissa: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il Dio vivente, ma il suo cadavere! “… e questo lo possiamo tranquillamente parafrasare anche per l’Amore in noi stessi, in una coppia, in una famiglia, in una comunità e nella Chiesa stessa per cui se le togliamo lo Spirito Santo non è più una Chiesa vivente, ma una massa di cadaveri sperduti. Cosa fa lo Spirito Santo? A questa domanda forse riusciamo a dare una risposta con un esempio biblico: la torre di Babele. In quell’episodio la unità dei popoli era una unità nella carne umana, senza difficoltà di comprendersi nell’unico obiettivo di raggiungere Dio attraverso la simbologia della costruzione di una torre (Gen. 11,4). Dio, “scocciatosi” per questa mania umana di voler diventare come lui pensa bene di mettere un po’ di confusione in questa unità umana carnale… (Gen. 11,7) Il risultato tutti lo conosciamo… e le sue conseguenze le subiamo ancora oggi, nonostante che circa duemila anni fa venne effuso e diffuso lo Spirito Santo, cinquanta giorni dopo la Risurrezione di Gesù. Infatti in Atti degli Apostoli (2,6) si parte da un punto preciso “tutte le Nazioni che sono sotto il cielo” con la rispettiva differenza linguistica di ognuna, per arrivare all’unità dei cuori, nella comprensione dello stesso messaggio Cristologico. In poche parole, con la Pentecoste lo Spirito Santo ristabilisce l’unità delle lingue ch’era andata perduta a Babele prefigurando così la dimensione universale della missione degli Apostoli, ovvero sia la nuova realtà chiamata Chiesa, che nasce “unita, universale, una e cattolica” e che si apre all’esterno accogliendo in sé chiunque chieda di essere discepolo e apostolo del suo Capo: Cristo! Così la Famiglia, trova la sua unità umana, morale, ecclesiale, domestica, solo attraverso lo spirito dell’Amore, questa entità che utilizza le diversità umane per unirle in quell’unità definita “piccola Chiesa domestica”, nella quale viene rappresentato il grande mistero trinitario dell’Amore di Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo, attraverso l’unione sponsale sacramentale di un uomo e di una donna tesi sì all’amore procreatore filiale, ma anche all’amore generativo di Carità, di Speranza e di Fede nella società nella quale sono chiamati a vivere ed operare cristianamente ogni giorno, Vieni Spirito Santo invadi i nostri cuori, riscalda in noi la passione verso il prossimo, liberaci dai nostri umani pregiudizi contorti, infondi in noi il coraggio di essere concreti testimoni del tuo Amore.

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di , 5 maggio 2012

5ª di Pasqua
Prima Lettura (At 9,26-31)Bàrnaba raccontò agli apostoli come durante il viaggio Paolo aveva visto il Signore.
Salmo responsoriale (Sal 21) A te lamia lode, Signore, nella grande assemblea.
Seconda Lettura (1Gv 3,18-24) Questo è il suo comandamento: che crediamo e amiamo.
Vangelo (Gv 15,1-8) Chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto.

Le prime due letture di oggi mettono in evidenza la presenza e l’azione dello Spirito, che in un caso (Atti) aiuta la Chiesa primitiva a consolidarsi nel timore del Signore e crescere numericamente e nella lettera di Giovanni a credere in Gesù e a riconoscere il Dio che è in noi. San Luca però ci dice anche che quella comunità che “cresceva di numero con il conforto dello Spirito Santo” non era esente da paure e diffidenze nei confronti di coloro che la pensano ed agiscono in modo diverso dai nostri schemi, come ad esempio san Paolo, anche se lo fanno nel nome del Signore. Barnaba conosce bene la situazione e pur sapendo che era un covo di vipere lo presenta alla comunità. Però a nulla valsero infatti i tentativi di Barnaba per superare questo atteggiamento e il prezzo per la pace fu quello di allontanare colui che creava diffidenza. Anche noi oggi, nelle nostre comunità avremmo bisogno di qualche Barnaba che rompendo l’atteggiamento del tanto non ne vale la pena, ci aiutasse ad essere capaci di aprirci al dialogo e al confronto. Giovanni nella sua lettera indica i criteri di autenticità dell’amore: i fatti (non a parole, né con la lingua), nella verità. Ci ricorda inoltre che Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. A volte siamo prigionieri del nostro cuore (il nostro mondo interiore), che, proprio perché giudica, impedisce di guardare noi stessi e di guardare gli altri con lo sguardo di Dio. L’ invito è ad avere un cuore grande e misericordioso come quello di Dio. Il comandamento che Dio ci ha dato è: credere in Gesù, amare tutti coloro che il Signore mette sulla nostra strada, non solo a parole (ne sappiamo trovare sempre delle bellissime, ma che a volte nascondono l’ipocrisia), ma con azioni e in verità.

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di , 1 maggio 2012

Prima Lettura (At 4,8-12) In nessun altro c’è salvezza.
Salmo Responsoriale (Sal 117): La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Seconda Lettura (1Gv 3,1-2) VedremoDio così come egli è.
Vangelo (Gv 10,11-18) Il buon pastore dà la propria vita per le pecore.

Il tema che troviamo oggi nelle letture che la liturgia ci propone è quello della relazione. Non c’è misericordia se non c’è relazione, se non c’è incontro, se non c’è rapporto. È la relazione con un nome, Gesù (prima lettura), è la relazione con il Padre nella quale ci riconosciamo realmente figli (seconda lettura), è la caratteristica di Gesù-Pastore che conosce le sue pecore e a sua volta è conosciuto dal Padre (Vangelo).
Nella prima lettura Pietro dichiara, nella sua arringa davanti al sinedrio, il primato assoluto del Cristo per la salvezza: in nessun altro c’è salvezza. Cristo diventa il punto di coesione “la pietra angolare” attorno a cui si costruisce l’intero edificio della storia e della comunità redenta. La stessa affermazione la troviamo nel Salmo 117, con una ulteriore sottolineatura: “Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi” (cioè dà valore a ciò che apparentemente non lo ha). Giovanni nella sua lettera ci ricorda che Gesù è il dono che il Padre ci ha dato, per essere chiamati figli di Dio, e questo è il nome con il quale ci chiama Dio. Noi lo conosceremo in modo pieno quando Lui si manifesterà, perché saremo simili a Lui. Un messaggio di fiducia per il momento che viviamo noi qui, ora, e un motivo di speranza per il futuro. Nel vangelo troviamo la figura di “Gesù buon pastore”, che offre la sua vita per le pecore, le conosce ad una ad una e vuole condurre all’ovile.

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di , 14 aprile 2012

2ª di Pasqua – Della divina Misericordia
Prima Lettura (At 4,32-35) Un cuore solo e un’anima sola. 
Salmo Responsoriale (Sal 117) Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per  sempre. 
Seconda Lettura (1Gv 5,1-6) Chiunque è stato generato da Dio  vince il mondo. 
Vangelo (Gv 20,19-31) Otto giorni dopo venne Gesù.  È il giorno dopo il sabato. 

Gesù è appena risorto ed è apparso a Maria di Magdala che è corsa subito  a dare la lieta notizia agli Apostoli.  Eppure essi sono ancora increduli, la risurrezione non ha  ancora sbloccato le loro paure.  Le porte di casa sono sprangate, forse anche quelle del cuore.  In  ognuno di essi si mescolano, sovrapponendosi, i sentimenti più contrastanti e complessi: ansia,  eccitazione, tensione e paura.  È sempre lungo e complesso il percorso per raggiungere un’intelligenza  pasquale della fede, l’unica che abbia veramente un senso, l’unica capace di dare un senso  al nostro esistere: eppure, quante volte abbiamo dolorosamente sperimentato su noi stessi questo limite, un’oscurità percepita come soglia  invalicabile, chiusi in una strada senza sbocco.  In questi momenti, il nostro desiderio di farci annunciatori di una novità di vita si esaurisce  in un balbettio inconcludente e i nostri buoni propositi vengono frenati, come per la primitiva comunità di Gerusalemme, dalla scelta meno  rischiosa di una sorta di protezionismo spirituale e ci riduciamo così a vivere di ricordi e di nostalgia anziché affrettarci verso il rinnovamento.  Poi arriva inaspettato, e neppure bussa alla porta sprangata.  Non dice neppure “Guardatemi in volto, sono io?  “.  Non si fa riconoscere dal  suo viso, ma dalle sue ferite.  Per conoscere davvero un uomo o una donna occorre guardare le loro ferite, le loro fatiche attraverso le quali  passa l’amore di Dio.  “La pace sia con voi!  Come il padre ha mandato me, così io mando voi”.  L’atteggiamento fatalistico, la tensione  “religiosa” vissuta spesso come alibi per coprire un’impotenza è il problema del nostro essere cristiani oggi.  Ancora una volta il Cristo ci  allinea, se abbiamo la ventura di incontrarlo, su posizioni scomode.  Ci impegna a storicizzare il passaggio dalla morte alla vita (la Pasqua)  riconvertendo questo evento in modello dinamico di autocomprensione della comunità cristiana nel suo rapporto con il mondo. 

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di , 10 marzo 2012

3ª di Quaresima
(Es 20,1-17) La legge fu data per mezzo di Mosè. 
Salmo Responsoriale (Sal 18) Signore, tu hai parole di vita eterna. 
(1Cor 1,22-25) Annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per gli uomini, ma, per coloro che sono chiamati, sapienza di Dio. 
Vangelo (Gv 2,13-25) Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere 

Il vangelo della terza domenica di quaresima, quella odierna, offre alla nostra contemplazione  la purificazione del tempio e ci invita a cercarne il significato.  Al tempio si vendevano  vari tipi di animali da offrire in sacrificio, e ciò era importante per quanti, da fuori, arrivavano  a Gerusalemme in pellegrinaggio.  L’unica moneta corrente accettata, dai venditori e dal  tempio, era il mezzo siclo tiriano, giacché le monete romane non potevano essere usate, i  cambiavalute pertanto svolgevano un ruolo necessario.  Questa operazione commerciale,  che probabilmente si svolgeva nel cortile dei gentili, offendeva il significato del tempio e pertanto offendeva Dio, quindi  l’accento non è posto tanto sui trafficanti disonesti che ci poteva essere, quanto sulle istituzioni che lo permettevano.  Altro elemento da prendere in considerazione è la “sferza di cordicelle”.  Questa più che uno strumento offensivo deve  essere considerato un simbolo di autorità.  Gesù, con quel gesto di “pulizia”, mette in discussione l’istituzione più sacra  della tradizione giudaica e soprattutto il modo generalizzato di interpretare il rapporto con Dio: Dio possesso di Israele in  quanto abitante del tempio di Gerusalemme.  Nella purificazione del tempio c’è nell’azione di Gesù l’operazione di  “togliere ciò che è contrario alla comune conoscenza” per aprire lo spazio alla sola adorazione di Dio.  E’ un errore in cui  cadiamo tutti facilmente, ancora oggi, dopo 20 secoli di cristianesimo.  A questo punto è opportuno fare un’altra considerazione  che ci tocca da vicino.  Gesù si dimostra misericordioso verso i peccatori, ma è severo e polemico nei riguardi di  ” coloro che frequentavano il tempio”, nei riguardi di ogni formalismo religioso.  Il suo gesto è un gesto provocatorio che  scatena l’opposizione delle autorità del tempio le quali chiedono, come giustificazione, un segno e Gesù offre come segno:  “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”.  “Ma egli parlava del tempio del suo corpo”, aggiunge  Giovanni.  I “giudei”, invece, interpretano le parole di Gesù alla lettera e durante il suo processo le useranno contro di lui  distorcendole fino al punto di trasformarle in un’imputazione di stregoneria (Mt 26,61).  C’è da chiedersi perché Gesù sia  così severo con i “religiosi” e misericordioso con i “lontani”? 

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di , 3 marzo 2012

Prima Lettura (Gen 22,1-2.9.10-13.15-18) Il sacrificio del nostro padre Abramo.
(Sal 115) Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.
Seconda Lettura (Rm 8,31-34) Dio non ha risparmiato il proprio Figlio.
Vangelo (Mc 9,2-10) Questi è il Figlio mio, l’amato.

La via lucis che nasce dall’ascolto… Dalla domenica del deserto al Vangelo della luce. La nostra vocazione altro non è che la fatica tenace e gioiosa di liberare tutta la luce e la bellezza seminate in noi: verità dell’uomo è una luce custodita in un guscio di fragile argilla. Sul monte il volto di Gesù brilla di un contenuto che lo travolge, di una energia che non si ferma al volto, neppure al corpo intero, ma tracima verso l’esterno e cattura la materia degli abiti: Le sue vesti divennero bianche come nessun lavandaio sarebbe capace. Se la veste è luminosa sopra ogni possibilità umana, quale sarà la bellezza del corpo? E se così è il corpo, come sarà il cuore? Allora Pietro, stordito e sedotto da ciò che vede, balbetta: è bello per noi stare qui. Stare qui, davanti a questa bellezza, perché qui siamo di casa, altrove siamo sempre stranieri. Altrove non è bello, e possiamo solo camminare non sostare, qui è la nostra identità: abitare anche noi una luce. È bello stare qui: il nostro cuore è a casa soltanto accanto al tuo, Signore. Sul Tabor il corpo di Gesù trasfigurato racconta Dio. Tutto ciò che Gesù ha detto è vero perché il suo corpo splende, anticipo del Regno: Regno di luce e di tenerezza perché il suo Corpo è luce e tenerezza; Regno di bellezza e di grazia perché il suo Corpo è bellezza e grazia; Regno di incontri che lega insieme in un nodo di stupore le sei presenze sul monte. Ma come tante cose belle, la visione non fu che un attimo. «Una nube li coprì e venne una voce: Ascoltate Lui». Il Padre prende la parola ma per scomparire dietro la parola del Figlio. Il mistero di Dio è ormai tutto dentro Gesù. Con Mosè, dal volto intriso di luce, con Elia, rapito su un carro di fuoco e di luce, tutta la bibbia converge su Cristo. Sali sul monte per vedere e sei rimandato all’ascolto. Scendi dal monte e ti rimane nella memoria l’eco dell’ultima parola: Ascoltate Lui. La nostra via lucis è l’ascolto. Quella luce, «la luce della trasfigurazione che è l’energia stessa di Dio» ( G. Palamas) è ancora disponibile: nella Parola, nei sacramenti, nella bontà delle persone, nella bellezza delle cose, talvolta scintilla breve talvolta fiume di fuoco. Il mondo è intriso di luce, lo sanno tutte le religioni, lo sanno gli innamorati, gli artisti, i puri. Ma ora io so che «alle sorgenti della bellezza, della pace e dell’energia di quelle falde di fuoco presenti nel cosmo, è posto Gesù di Nazaret» ( O. Clèment), fiamma delle cose, cuore di luce dentro ogni creatura. [Ermes Ronchi]

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di , 18 febbraio 2012

7ª del Tempo Ordinario
Prima Lettura  (Is 43,18-19. 21-22. 24-25) Per amore di me stesso non ricordo più i tuoi peccati.
Salmo Responsoriale  (Sal 40) Rinnovaci, Signore, con il tuo perdono.
Seconda Lettura  (2Cor 1,18-22) Gesù non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì».
Vangelo  (Mc 2,1-12) Il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra.

Il “sì, sì” di Dio ci spiazza. Scrive Paolo ” Solo il sì vi è stato in lui”, la parola di Cristo che monda, che libera, che cancella ogni negatività annidata nel pensiero umano, quella negatività che chiamiamo peccato. L’emblema del pensare negativo dell’uomo vecchio sono gli Scribi dell’episodio evangelico, i quali tacciano Gesù di bestemmiatore in quanto rimette i peccati. Il paralitico è, viceversa, in un classico paradosso evangelico, l’emblema dell’uomo che si pone alla ricerca della buona novella, che pur segnato da gravissimi limiti non solo bussa alla porta perché gli sia aperto, ma addirittura fa scoperchiare il tetto della casa per avvicinarsi al Cristo! Il paralitico sul suo lettuccio non è paralizzato dalla difficoltà di farsi strada, egli va al di là del suo limite umano perché è toccato dal desiderio. Desiderio di che? Di diventare libero. Il paralitico avrà la sua risposta: Cristo lo affranca, dai suoi peccati e dalla sua malattia, quasi un’endiadi nell’idea ebraica. Perché questo è il ruolo di Dio da sempre: ” Sono io che devo cancellare le tue colpe e non ricordarmi dei tuoi peccati” secondo Isaia, il Dio che accoglie e che perdona. Si definisce così nelle letture di oggi quello che è il disegno di salvezza del Dio della Bibbia, per il suo popolo e per ciascuno di noi: all’uomo è chiesto un atto di volontà, uno scatto di volontà sorretto dalla speranza, per andare verso Dio, per andare verso Cristo nel quale tutte le promesse di Dio hanno ” il loro sì”.

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di , 11 febbraio 2012

7ª del Tempo Ordinario
Prima Lettura (Lv 13,1-2.45-46) Il lebbroso se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento.
Salmo Responsoriale (Sal 31) Rit: Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.
Seconda Lettura (1Cor 10,31-11,1) Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo.
Vangelo (Mc 1,40-45) La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Oggi le letture proposte dalla liturgia utilizzano una parola predominante (e, nello stesso  tempo ripetuta con ossessione): lebbra e lebbroso.  Viene messa in luce come questa lebbra  passa da una malattia fisica ad una malattia sociale.  E’ un po’ come dire che oltre all’umiliazione  di una malattia classificata tra le peggiori esiste anche una “beffa” ulteriore consistente  nell’isolamento dalle altre persone.  I brani hanno anche oggi lo scopo di farci riflettere sulla  nostra “qualità”di vita e sul nostro modo di comportarci.  Perciò tutte le volte che teniamo  qualcuno lontano lo trattiamo da “lebbroso” e questo può avvenire anche nella nostra comunità,  quando manca un vero rapporto.  Altre volte siamo proprio noi ad avere un atteggiamento  simile, a volte siamo proprio noi a comportarci da lebbrosi isolandoci dagli altri.  Queste  situazioni intristiscono la nostra vita, la rendono amara tanto che se perdurasse per troppo tempo potrebbe crearci  problemi ed ostacoli per un pieno e completo recupero dell’armonia.  Non ha nome né volto il lebbroso, perché è ogni uomo, voce di ogni creatura.  Con tutta la discrezione di cui è capace  dice solo: se vuoi, puoi guarirmi.  Il suo futuro è appeso ad un ‘sé seminato nel cuore di Dio.  A nome nostro il lebbroso  chiede: che cosa vuole Dio per me?  Cosa vuole da questa carne sfatta, da questo corpo piagato, da questi anni di  dolore?  Gli scribi di ogni epoca ripetono che il dolore è punizione per i peccati, o maestro di vita, o imperscrutabile  volontà di Dio.  Per loro Giobbe è un caso teologico.

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