Chi si lascia toccare dalla carne del Signore vive

di , 25 Giugno 2015

13° Domenica del Tempo Ordinario (anno B)
Letture: 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43

unnamed Chi si lascia toccare dalla carne del Signore, vive 1 «Si radunò attorno a Gesù molta folla, ed egli stava lungo il mare». La folla, che si muove ancora dentro l’orizzonte delle istituzioni giudaiche, vede in quest’uomo una speranza nuova. Gesù «stava lungo il mare»: il mare è il luogo di tutti, dove tutte le esperienze umane si incrociano; in questo senso è il simbolo dell’universalità: Gesù è in terra giudaica, ma il suo messaggio è per tutti.

In realtà il suo rapporto con l’istituzione religiosa è già profondamente compromesso. Era iniziata nei suoi confronti un’opera sistematica di controllo e di spionaggio («stavano a vedere se guariva in giorno di sabato, per accusarlo»), che era giunta fino alla decisione drammatica di toglierlo di mezzo («i farisei con gli erodianitennero consiglio contro di lui per farlo morire»). Gesù, ritenuto “matto” anche dai suoi familiari (Mc 3,21), viene scomunicato dagli scribi: «Costui è posseduto da Beelzebul, e scaccia i demoni per mezzo del capodei demoni» (Mc 3,22). E’ in questa situazione di radicale emarginazione che tuttavia molti continuano ad avere fiducia in Gesù, non fosse altro che per una speranza di riforma all’interno di una realtà ormai incapace di trasmettere il vero senso di Dio e la sua volontà di comunione con l’uomo. L’istituzione ha riempito di sé tutto lo spazio, e Dio vi rimane come soffocato. La folla, accorrendo numerosa, mostra di essere in disaccordo con essa e di non tenere in nessun conto la scomunica contro Gesù. In questo contesto arriva uno dei capi della sinagoga, che prega disperatamente Gesù di andare a casa sua a curare sua figlia, salvandola dalla morte. Il testo dice che Gesù, senza dire una parola, «andò con lui» (5,22-24). Di questo capo viene ricordato il nome, Giairo. C’è una evidente tensione tra la funzione esercitata e la persona, tra il ruolo che lo copre come una maschera e la sua umanità, che cerca la verità di un incontro. E l’incontro avviene presso il mare, lontano dalla sinagoga. C’è un incrociarsi di sguardi, un’accoglienza reciproca, un vedere in Gesù quello che ormai l’istituzione impediva di vedere. Giairo si getta ai piedi del maestro e lo supplica con insistenza. Ha capito che il sistema religioso giudaico è ormai incapace di trasmettere vita. Il popolo sta davvero morendo. S.appella a Gesù, perché sia lui a venire, tocchi con le sue mani ciò che sta per perire, strappi questa umanità stremata dal baratro della morte, la risani, affinché viva. «Gesù andò con lui»: egli si fa compagno di chiunque si mette in cammino. S.fa pellegrino e mendicante di verità e di amore. I due stanno ancora parlando quando dalla casa del capo della sinagoga giungono le grida dei cantori della morte, che vorrebbero spegnere la speranza appena nata. S.contrappongono speranza e delusione, fede e disperazione. Come in ciascuno di noi, attraversati cento volte dal dubbio e dalla paura. Anche noi pensiamo spesso che la morte sia l’orizzonte invalicabile che impedisce alla vita di vivere. Gesù dice: «Non temere, soltanto abbi fede!». Ci dice di non cedere alla paura, ci incoraggia a dilatare gli spazi troppo angusti e fragili della fiducia, di non tirarci indietro, sovrastati dal terrore della morte. Nella guarigione della emorroissa Gesù vince la marginalizzazione della donna a motivo della sua sessualità. Ora Gesù vuole comunicare non solo una nuova vitalità quando essa si sta estinguendo, ma vuole comunicare la vita stessa anche dove non esiste più. Per lui nessuna situazione è irreversibile. Per lui la morte non è più morte. Accompagnato solo da Pietro, Giacomo e Giovanni, testimoni di una nuova economia di salvezza, Gesù entra «nella casa del capo della sinagoga». S.sottolinea ancora che questa non è la casa di una famiglia, ma il luogo dell’istituzione. E’ una casa dove abita la morte, dove il trambusto e le grida di dolore sono l’unico elemento che risalta. C’è un pianto senza speranza, che toglie ogni possibilità di futuro: la morte è la morte, la fine. Gesù contrappone a tutto questo la possibilità di abitare in una nuova casa, quella dei figli di Dio, dove la vita ci è stata donata in abbondanza. «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme. E lo deridevano». Ridono di colui che è venuto per aprirci una via di uscita dalla morte, attraverso un amore che nemmeno la morte può più distruggere, aprendoci così la possibilità di una vita con Dio, per sempre. La fanciulla dorme. Gesù toglie alla morte il suo carattere di definitività. Leggiamo nel Cantico: «Stavo dormendo, quando odo ilmio amato che mi chiama» (Ct 5,2). Sì, Gesù è l’amore che desta alla vita, che pronuncia il tuo nome, come l’amato pronuncia il nome dell’amata. Dopo aver tratto tutti fuori, Gesù prende con sé il padre e la madre della fanciulla: non sono più il simbolo negativo dell’istituzione, ma figure di vita; sono proprio loro che dovranno consegnare la sposa allo sposo. Perché è proprio vero che Gesù si presenta come lo sposo che viene a celebrare una nuova alleanza scritta non più su tavole di pietra, ma incisa nel cuore (Ger 31,31), l’unica che può dare la vita ad un popolo già morto. «Prese la mano della bambina e le disse: “Talithà kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico: alzati!”». Come nel caso della donna affetta da emorragia, Gesù non rispetta la legge, che prescriveva: «Chiunque avrà toccato il cadavere di una persona che è morta e non si sarà purificato, avrà contaminato la dimora del Signore e sarà eliminato da Israele» (Nm 19,13). Per Gesù l’unico criterio per valutare ciò che è buono è il solo bene dell’uomo (cfr. Mc 3,4). «La fanciulla si alzò e camminava»: si alza con la forza del dono pasquale di Gesù, che è lo Spirito, il quale dà nuova vita ad un popolo incapace di mettersi in viaggio, fatto prigioniero dalla paura e dalla forza opprimente dell’istituzione. «Aveva dodici anni». Era l’età ritenuta idonea per le nozze di una giovane: la salvezza di questo popolo che sta morendo consiste nell’entrare in una nuova alleanza d’amore, fondata sull’adesione a Gesù. «E disse di darle da mangiare». La nuova vita che abbiamo ricevuto in dono ha bisogno di passare dallo stato infantile a quello adulto. Ha bisogno di nutrimento. Ha bisogno del pane della parola e dell’incontro sempre più decisivo con la persona adorabile del Signore. A ciascuno di noi il Signore ripete: «Talithà kum!». Gesù entra nelle stanze dove rimbombano solo vasti silenzi o grida senza speranza e ci dice: «Alzati!». La tua vita non è morta, solo dorme. Quella che tu chiami morte non è l’orizzonte oscuro che inghiotte e divora ogni desiderio di bene e di felicità. Chi crede, chi si lascia toccare dalla carne del Signore, vive. No, non più una religione costruita sulla paura, sul calcolo, artificiosamente costruita sull’effimera consolazione della Legge, fatta di prescrizioni e di decreti che troppo spesso emarginano e dividono. Tutto questo conduce alla morte. Sì alla fede in un Dio che si è fatto prossimo alla mia fragile umanità, mi ha preso per mano e mi ha detto: «Ora vivi per sempre».

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«Si radunò attorno a Gesù molta folla, ed egli stava lungo il mare». La folla, che si muove ancora dentro l’orizzonte delle istituzioni giudaiche, vede in quest’uomo una speranza nuova. Gesù «stava lungo il mare»: il mare è il luogo di tutti, dove tutte le esperienze umane si incrociano; in questo senso è il simbolo dell’universalità: Gesù è in terra giudaica, ma il suo messaggio è per tutti. In realtà il suo rapporto con l’istituzione religiosa è già profondamente compromesso. Era iniziata nei suoi confronti un’opera sistematica di controllo e di spionaggio («stavano a vedere se guariva in giorno di sabato, per accusarlo»), che era giunta fino alla decisione drammatica di toglierlo di mezzo («i farisei con gli erodianitennero consiglio contro di lui per farlo morire»). Gesù, ritenuto “matto” anche dai suoi familiari (Mc 3,21), viene scomunicato dagli scribi: «Costui è posseduto da Beelzebul, e scaccia i demoni per mezzo del capodei demoni» (Mc 3,22). E’ in questa situazione di radicale emarginazione che tuttavia molti continuano ad avere fiducia in Gesù, non fosse altro che per una speranza di riforma all’interno di una realtà ormai incapace di trasmettere il vero senso di Dio e la sua volontà di comunione con l’uomo. L’istituzione ha riempito di sé tutto lo spazio, e Dio vi rimane come soffocato. La folla, accorrendo numerosa, mostra di essere in disaccordo con essa e di non tenere in nessun conto la scomunica contro Gesù. In questo contesto arriva uno dei capi della sinagoga, che prega disperatamente Gesù di andare a casa sua a curare sua figlia, salvandola dalla morte. Il testo dice che Gesù, senza dire una parola, «andò con lui» (5,22-24). Di questo capo viene ricordato il nome, Giairo. C’è una evidente tensione tra la funzione esercitata e la persona, tra il ruolo che lo copre come una maschera e la sua umanità, che cerca la verità di un incontro. E l’incontro avviene presso il mare, lontano dalla sinagoga. C’è un incrociarsi di sguardi, un’accoglienza reciproca, un vedere in Gesù quello che ormai l’istituzione impediva di vedere. Giairo si getta ai piedi del maestro e lo supplica con insistenza. Ha capito che il sistema religioso giudaico è ormai incapace di trasmettere vita. Il popolo sta davvero morendo. S.appella a Gesù, perché sia lui a venire, tocchi con le sue mani ciò che sta per perire, strappi questa umanità stremata dal baratro della morte, la risani, affinché viva. «Gesù andò con lui»: egli si fa compagno di chiunque si mette in cammino. S.fa pellegrino e mendicante di verità e di amore. I due stanno ancora parlando quando dalla casa del capo della sinagoga giungono le grida dei cantori della morte, che vorrebbero spegnere la speranza appena nata. S.contrappongono speranza e delusione, fede e disperazione. Come in ciascuno di noi, attraversati cento volte dal dubbio e dalla paura. Anche noi pensiamo spesso che la morte sia l’orizzonte invalicabile che impedisce alla vita di vivere. Gesù dice: «Non temere, soltanto abbi fede!». Ci dice di non cedere alla paura, ci incoraggia a dilatare gli spazi troppo angusti e fragili della fiducia, di non tirarci indietro, sovrastati dal terrore della morte. Nella guarigione della emorroissa Gesù vince la marginalizzazione della donna a motivo della sua sessualità. Ora Gesù vuole comunicare non solo una nuova vitalità quando essa si sta estinguendo, ma vuole comunicare la vita stessa anche dove non esiste più. Per lui nessuna situazione è irreversibile. Per lui la morte non è più morte. Accompagnato solo da Pietro, Giacomo e Giovanni, testimoni di una nuova economia di salvezza, Gesù entra «nella casa del capo della sinagoga». S.sottolinea ancora che questa non è la casa di una famiglia, ma il luogo dell’istituzione. E’ una casa dove abita la morte, dove il trambusto e le grida di dolore sono l’unico elemento che risalta. C’è un pianto senza speranza, che toglie ogni possibilità di futuro: la morte è la morte, la fine. Gesù contrappone a tutto questo la possibilità di abitare in una nuova casa, quella dei figli di Dio, dove la vita ci è stata donata in abbondanza. «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme. E lo deridevano». Ridono di colui che è venuto per aprirci una via di uscita dalla morte, attraverso un amore che nemmeno la morte può più distruggere, aprendoci così la possibilità di una vita con Dio, per sempre. La fanciulla dorme. Gesù toglie alla morte il suo carattere di definitività. Leggiamo nel Cantico: «Stavo dormendo, quando odo ilmio amato che mi chiama» (Ct 5,2). Sì, Gesù è l’amore che desta alla vita, che pronuncia il tuo nome, come l’amato pronuncia il nome dell’amata. Dopo aver tratto tutti fuori, Gesù prende con sé il padre e la madre della fanciulla: non sono più il simbolo negativo dell’istituzione, ma figure di vita; sono proprio loro che dovranno consegnare la sposa allo sposo. Perché è proprio vero che Gesù si presenta come lo sposo che viene a celebrare una nuova alleanza scritta non più su tavole di pietra, ma incisa nel cuore (Ger 31,31), l’unica che può dare la vita ad un popolo già morto. «Prese la mano della bambina e le disse: “Talithà kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico: alzati!”». Come nel caso della donna affetta da emorragia, Gesù non rispetta la legge, che prescriveva: «Chiunque avrà toccato il cadavere di una persona che è morta e non si sarà purificato, avrà contaminato la dimora del Signore e sarà eliminato da Israele» (Nm 19,13). Per Gesù l’unico criterio per valutare ciò che è buono è il solo bene dell’uomo (cfr. Mc 3,4). «La fanciulla si alzò e camminava»: si alza con la forza del dono pasquale di Gesù, che è lo Spirito, il quale dà nuova vita ad un popolo incapace di mettersi in viaggio, fatto prigioniero dalla paura e dalla forza opprimente dell’istituzione. «Aveva dodici anni». Era l’età ritenuta idonea per le nozze di una giovane: la salvezza di questo popolo che sta morendo consiste nell’entrare in una nuova alleanza d’amore, fondata sull’adesione a Gesù. «E disse di darle da mangiare». La nuova vita che abbiamo ricevuto in dono ha bisogno di passare dallo stato infantile a quello adulto. Ha bisogno di nutrimento. Ha bisogno del pane della parola e dell’incontro sempre più decisivo con la persona adorabile del Signore. A ciascuno di noi il Signore ripete: «Talithà kum!». Gesù entra nelle stanze dove rimbombano solo vasti silenzi o grida senza speranza e ci dice: «Alzati!». La tua vita non è morta, solo dorme. Quella che tu chiami morte non è l’orizzonte oscuro che inghiotte e divora ogni desiderio di bene e di felicità. Chi crede, chi si lascia toccare dalla carne del Signore, vive. No, non più una religione costruita sulla paura, sul calcolo, artificiosamente costruita sull’effimera consolazione della Legge, fatta di prescrizioni e di decreti che troppo spesso emarginano e dividono. Tutto questo conduce alla morte. Sì alla fede in un Dio che si è fatto prossimo alla mia fragile umanità, mi ha preso per mano e mi ha detto: «Ora vivi per sempre».

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