Festa del SS.Redentore

di , 19 luglio 2015

Letture: Ez 34,11-16; Rm 5,5-11; Gv 3,13-17
Anche la Chiesa deve invocare guarigione

La festa più sentita dai veneziani è quella del Redentore. La grande epidemia di peste del 1575, che investì tutta l’Italia, fece a Venezia cinquantamila vittime. Vista l’inutilità di ogni rimedio, il doge esortò il popolo a pregare e deliberò la costruzione di un tempio votivo dedicato al Redentore non appena la pestilenza fosse terminata. S.decretò che la terza domenica di luglio, mese in cui il morbo cessò, fosse per sempre dedicata al pellegrinaggio di tutta la città al tempio votivo, costruito poi da Andrea Palladio.

Le letture proposte in questa festa non coincidono con quelle della 16 domenica del Tempo Ordinario (Ger 23,1-6; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34), ma ci sono molti punti di contatto, che vorrei sottolineare. Non sarà un caso se c’è una certa insistenza su alcuni temi, che mantengono un carattere di forte attualità. Leggo in Geremia: «Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo». E in Ezechiele, lettura proposta per la festa del Redentore: «Guai ai pastori d’Israele, che pascolano sé stessi!I pastori nondovrebbero forse pascere il gregge? Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, nonavete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma leavete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa vostra sono sbandate». Faccio fatica ad andare avanti nella lettura, perché mi si bagnano gli occhi, e sento una trafittura nel cuore. Penso alla grazia del mio ministero, e alla sua grande povertà. Mi viene un nodo alla gola, e non riesco a pronunciare parole, né a esprimere un pensiero. Rimango come di pietra. Perché un giudizio così severo, così universale? Tutti? Ho conosciuto preti e vescovi santi, totalmente donati al compito loro assegnato. Ho conosciuto la testimonianza dei martiri del nostro tempo. Ma ho visto anche mercenari, uomini in carriera, opportunisti, gente che nella chiesa amava far sfoggio dei propri titoli e un povero cristo non lo hanno mai incontrato, nemmeno per sbaglio. Ho sentito parlare di ‘cordate’ per occupare posti di potere, per consolidare l’influenza della propria organizzazione ecclesiastica. Ho letto con sgomento come, talvolta, la veste religiosa è messa lì a coprire una moltitudine di turpitudini. Quando, da giovane, lavoravo durante l’estate in un cantiere edile, sentivo molto spesso queste critiche, fatte da gente semplice, a certi comportamenti di uomini di Chiesa. Erano forse osservazioni e critiche un po’ prevenute e talvolta esagerate, ma certamente mettevano il dito in una piaga purulenta. Così, per questa volta, dovendo parlare della peste che colpì Venezia, non vorrei porre l’attenzione alle varie forme di epidemia che contagiano oggi la nostra società, come l’aborto, la droga, le nuove forme di dipendenza; o alle antiche e devastanti piaghe, come la guerra, l’impoverimento di grandi masse umane provocato da una economia che uccide; o all’esclusione dal mercato del lavoro di intere generazioni di giovani. Vorrei parlare di una epidemia che infetta e uccide anche tanti uomini e donne di Chiesa. Prima di parlare della morale degli altri, vorrei parlare di noi, preti e vescovi, religiosi e monaci, e della guarigione che, noi per primi, dobbiamo invocare dal Signore. Sento attualmente nella Chiesa due spinte divergenti e opposte. Da un lato continua questa occupazione del potere, camuffata sotto una parvenza di spiritualità, mentre il popolo è come un gregge di pecore che non ha pastore. S.formulano piani pastorali che rimangono inattingibili, perché privi di una traduzione possibile nel contesto della vita delle comunità e delle parrocchie. Rimangono solo carta, perché privi di una direzione e di una guida. Privi di un cuore caldo. Questo morbo papa Francesco lo chiama ‘mondanità spirituale’. Dall’altra, il Signore continua a suscitare in mezzo a noi santi e profeti, veri testimoni del Regno, umili servitori della Parola, uomini e donne che, dimenticando sé stessi, si curvano su ogni malattia e infermità nel popolo, fino all’esaurimento delle loro forze. Non hanno denaro nella borsa e quello che ricevono lo danno ai poveri. O alle loro comunità, in mezzo alle quali lavorano giorno e notte. Non si curano della carriera o della loro reputazione, ma vanno volentieri nelle periferie, a raccogliere storie di disperati, o a portare un piccolo lume di speranza. Assisto con sgomento come proprio le persone evangelicamente più motivate, più libere dal potere, totalmente dedite agli ultimi, ai malati nel corpo e nello spirito, proprio costoro, rese più vulnerabili dal loro stesso amore, spesso sono oggetto di scherno, di derisione, di insinuazioni malevole, quando anche non entrano nella lista nera delle persone poco raccomandabili, da evitare nel modo più assoluto. Nel nome della Legge. Quale il rimedio? «Non li lascerò più pascolare il mio gregge». Via i corrotti, i carrieristi, gli approfittatori. «Le mie pecore non saranno più il loro pasto». Verranno giorni in cui non si valuterà più l’importanza delle persone in base alla prestigiosa sede episcopale, alla grandezza della diocesi, alla visibilità dell’incarico, al patrimonio amministrato. «Andrò in cerca della perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita». La salvezza non viene mai dall’uomo, chiunque esso sia. Ma Dio si serve dell’uomo per realizzare la sua opera: Gesù «ebbe compassione di loro, perché erano come pecore senza pastore». Signore, abbi compassione della tua Chiesa, affranta e sfinita, e mandaci pastori secondo il tuo cuore.

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