17 Domenica del Tempo Ordinario

di , 22 Luglio 2015

17e-B-67521_395x210Letture: 2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15
Siamo tutti un unico corpo 1 «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione». Chiamati a far parte della famiglia di Dio mediante il battesimo, siamo costituiti anche come un unico corpo, in Cristo Gesù. Da qui l’esortazione paolina a «vivere in umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandoci a vicenda nell’amore». Siamo tutti un unico corpo: abbiamo a cuore di conservare una comunione vera e profonda per mezzo del vincolo della pace. Proviamo a trarre delle conseguenze pratiche da tutto questo. S.siamo un unico corpo, significa che la fame del fratello è anche la mia fame, il freddo che sente nelle sue ossa è anche il freddo che indurisce le mie membra, il giudizio che gli cade addosso, perché diverso da me, perché straniero, ammalato, povero, è il giudizio mortificante che sento pesare anche sopra il mio capo. Possiamo anche cercare di obiettare: cosa possiamo fare noi, di fronte a tante ingiustizie, di fronte a tanto dolore e disperazione? Abbiamo solo venti pani d’orzo. Abbiamo solo cinque pani e due pesci. C’è poco nelle mani dei poveri, e quel poco rischia di non essere sufficiente per nessuno. «Il venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere»

(Conferenza Episcopale della Nuova Zelanda). «Non ci accorgiamo più che alcuni si trascinano in una miseria degradante, senza reali possibilità di miglioramento, mentre altri non sanno nemmeno che farsene di ciò che possiedono, ostentano con vanità una pretesa superiorità e lasciano dietro a sé un livello di sperpero tale che sarebbe impossibile generalizzarlo senza distruggere il pianeta». (Papa Francesco Laudato Sì, 90). Occorre lottare seriamente, tutti insieme, con intelligente perseveranza, perché in terra il pane sulla tavola non manchi per nessuno. Straordinaria e profetica è la pagina del libro degli Atti degli Apostoli che descrive la vita della comunità cristiana: «La moltitudine di coloro che erano divenuti credenti aveva un cuor solo e un’anima sola enessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva». Mentre i cristiani, assieme a tanti uomini e donne di buona volontà, si impegnano a favore della giustizia, della pace, della salvaguardia del creato, essi, come corpo di Cristo vivente nella storia, sono chiamati a rendere profeticamente visibili i segni del Regno e l’inizio di una nuova umanità. Come? Non solo nella professione della fede teologale e della speranza di un compimento futuro di tutte le cose, ma anche attraverso l’affermarsi di stili di vita che contraddicono apertamente la desertificazione delle coscienze, soggiogate al conformismo dominante, e il disordine mondiale, provocato da sistemi iniqui e dal violento accaparramento, da parte di pochi, dei beni della terra. La gente ha fame e sete: di pane, di affetto, di libertà, di salute, di riconoscimento della propria dignità di persona. «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? ». Non stupisce la risposta dell’Apostolo Filippo, perché è nella logica di chi è governato solo dal pensiero economico: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gesù però non ha istituito una scuola di economia, ma ha costituito dei discepoli perché, stando con lui, imparassero il linguaggio rivoluzionario del vangelo, che «rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili». Gesù è un rabbi che pone al primo posto gli ultimi e i primi li conta per ultimi. Paga l’operaio dell’ultima ora come quello che ha faticato tutta la giornata, senza far torto a nessuno. Gesù non è un economista, ma un profeta del Regno. Dispiace molto quando uomini di Chiesa, chiamati a svolgere un servizio amministrativo in una Diocesi o in un Ente ecclesiastico, intascano soldi che erano destinati ai poveri, o entrano nel vortice inarrestabile della corruzione e del malaffare. Succede. Ma provoca molto dispiacere e dolore anche l’uomo di Chiesa che ragiona come l’Apostolo Filippo: «Con quello che hai – solo cinque pani – non puoi finanziare una chiesa, un asilo, un’opera necessaria per la vita della tua comunità». Capisco le ragioni della prudenza. Capisco anche le ragioni dell’economia, ma voglio comprendere anche le ragioni del Vangelo, che non sono da meno. E’ capitato tantissime volte, nella vita dei santi, che le ragioni del Vangelo abbiano riportato la vittoria sulle ragioni dei soldi e della sicurezza solo mondana dei beni che si possiedono. Non l’avevo mai notato prima, ma forse questo accenno al pane avanzato, che riempie ben dodici canestri, non è solo il segno della misura abbondante con la quale Gesù, con quel poco offertogli da una ragazzo, ha sfamato una grande folla, ma è anche una testimonianza perenne resa ai ragionieri della fede, ai contabili tristi di una Chiesa senza speranza e senza futuro, governata dalla paura. S.anche a noi capitasse un giorno di avere solo cinque pani e consegnarli nelle mani di Cristo; se anche a noi capitasse di rendere grazie a Dio, perché abbiamo visto che il poco messo a disposizione è bastato per tutti, e ne è avanzato, allora dovremo ritirarci, da soli, sul monte a pregare. In silenzio. L’orgoglio, infatti, è una terribile tentazione, sempre rannicchiata ai nostri piedi.

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