Gesù, tentato come noi

di , 11 febbraio 2016

1-avv[1] È la prima domenica del tempo di Quaresima, tempo severo ma “favorevole” (2Cor 6,2) per il cristiano: soprattutto, tempo di lotta contro le tentazioni. Per questo la chiesa all’inizio di questo tempo ci offre sempre il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto, tentazioni che secondo Luca saranno sempre presenti nella sua vita, fino alla fine (cf. Lc 23,35-39). Anche Gesù sapeva che sta scritto: “Figlio, se vuoi servire il Signore, preparati alla tentazione” (Sir 2,1). Gesù era stato immerso nel Giordano dal suo maestro Giovanni il Battista, e durante quell’immersione lo Spirito santo era sceso su di lui dal cielo aperto, mentre la voce del Padre gli diceva: “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,22).

È stato l’evento che ha cambiato la vita di Gesù, le ha dato una nuova forma, perché da quel momento egli non è più solo il discepolo del Battista, ma è unto come profeta, ripieno dello Spirito. Per questo lascia Giovanni e gli altri membri della comunità e si allontana dal Giordano, inoltrandosi nel deserto di Giuda. Proprio lo Spirito che è sceso su di lui lo spinge a questo ritiro, alla solitudine, per pensare innanzitutto alla missione che lo attende. Lo Spirito lo ha abilitato, lo ha spinto con forza verso questa nuova forma di vita, che vedrà Gesù quale predicatore e profeta, ma egli deve fare opera di discernimento: come attuerà la sua missione? Con quale stile realizzerà la sua vocazione? Come continuerà a essere in ascolto di Dio, il Padre che lo ha generato (cf. Sal 2,7, che secondo alcuni codici costituisce il contenuto della voce del Padre al battesimo)? Come si opporrà a tutto ciò che contraddice la volontà divina? Il ritiro nel deserto è dunque necessario: un ritiro di quaranta giorni, lungo, ma con un limite temporale perché in vista di qualcos’altro. Gesù sa che andare nel deserto significa in primo luogo spogliazione di tutto ciò che uno ha; sa che la solitudine è dimenticare ciò che uno è per gli altri; sa che la penuria di cibo è verifica dei propri limiti umani, della propria condizione di fragilità, dunque di mortalità. Ma solo nella radicale nudità l’uomo conosce la verità profonda di se stesso e del mondo in cui è venuto: e in questa spogliazione la prova, la tentazione è necessaria, da essa non si può essere esenti. Già questo passo di Gesù indica come egli avesse alla base della sua scelta l’adesione alla realtà, alla condizione umana. Quel tempo di quaranta giorni – già vissuto da Mosè (cf. Es 24,18; Es 34,28; Dt 9,9-11.18.25) e da Elia (cf. 1Re 19,8), già sperimentato nei quarant’anni di Israele nel deserto (cf. Nm 14,33-34; Nm 32,13; Dt 2,7; Dt 8,2-4; Dt 29,4), dopo l’uscita in libertà dall’immersione nel mar Rosso – è un tempo di prova che implica fatica, rinuncia, scelta. Luca esemplifica in numero di tre le tentazioni che in realtà per Gesù devono essere state molte, e con sapienza antropologica le riassume in quelle del mangiare, del possedere, del dominare. Ma mettiamoci in ascolto puntuale del testo. “Gesù non mangiò nulla per quaranta giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: ‘S.tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane'”. Gesù ha fame e sente in sé tutto il potere della divisione che lo abita, sente la voce del diábolos, di colui che divide. S.sperimento un bisogno impellente, una pulsione forte, quella della fame che morde lo stomaco e provoca le vertigini, come uscirne? Facendo qualsiasi cosa pur di sfuggire al bisogno, si sarebbe tentati di rispondere: una tentazione tanto più forte, quanto più imperioso è il bisogno. Ma Gesù ha digiunato liberamente, non costretto, volendo imparare a dire dei no, a fare una rinuncia. Certamente la tentazione del cibo è unica per Gesù, uomo come noi ma in una vocazione e missione uniche ricevute da Dio, che lo ha appena proclamato suo Figlio amato. S.Gesù può partecipare alla potenza di Dio, perché non ricorrere al miracolo, mutando un sasso del deserto in pane, e così potersi saziare? Con quel miracolo, però, rinuncerebbe a ciò che ha scelto divenendo uomo: “mettere tra parentesi” gli attributi della sua divinità, condizione che condivideva con Dio, per essere in tutto un uomo, un terrestre come ciascuno di noi (cf. Fil 2,6-8). La tentazione è dunque quella di dimenticare l’umanizzazione scelta, di rinunciarvi, e di usare la potenza di Dio per saziare la fame e riempire l’estrema spogliazione. Ma Gesù resiste, perché conosce la parola: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Dt 8,3a). Sì l’uomo non è solo fame di pane, ma anche – come evidenzia il parallelo matteano che cita per intero il passo del Deuteronomio – “di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3b; Mt 4,4). Nella seconda tentazione Gesù vede dall’alto tutti i regni della terra, la loro ricchezza, la loro arroganza, la loro scena mondana. Tutta questa ricchezza può essere a sua disposizione, tutto questo potere che è dominio sugli umani e sulla terra può essere da lui esercitato, a una sola condizione: che Gesù adori la ricchezza e il potere, personificati dal diavolo. S.Gesù si sottometterà agli idoli della ricchezza e del potere, questi in cambio saranno nelle sue mani, come strumenti per la sua missione, come garanzia di efficacia: egli riuscirà, riuscirà, in “un’inarrestabile ascesa” (Sal 48,19)… Ma anche di fronte a questa pulsione che abita tutti gli umani Gesù sa dire no. È venuto per servire non per dominare (cf. Mc 10,45; Mt 20,28), è venuto nella povertà, non nella ricchezza (cf. 2Cor 8,9). Ciò non solo non faciliterà la sua missione, ma ne segnerà visibilmente il fallimento secondo l’evidenza mondana; Gesù, però, non pensa alla sua missione come a una conquista, a un grande raduno di credenti su cui dominare. Per questo è libero di rispondere, citando ancora la Torà: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto” (Dt 6,13). Segue poi la tentazione più alta, per questo l’ultima, la grande tentazione che per pudore non spiego pienamente ma alla quale solo alludo. Dal punto più alto della costruzione religiosa per eccellenza, il tempio, Gesù vede sotto di sé l’abisso, che è anche il nulla, il vuoto, perché la ragione ci dice che nell’abisso non c’è niente, neanche Dio, ma si è abbandonati per sempre, come se non si fosse mai nati: l’abisso dà le vertigini… Cosa deve fare Gesù davanti a questo buco nero? Gettarsi giù, costringendo il Dio che lo ha dichiarato Figlio a fare il miracolo, cioè inviando angeli a salvarlo per impedirgli la caduta, come lo tenta il diavolo citando la Scrittura (cf. Sal 90,11-12)? Oppure accettare la sua situazione, quella di chi vede il fallimento, il vuoto, ma resta fedele a Dio e non lo tenta, non lo provoca (cf. Dt 6,16)? Sì, questa è la tentazione delle tentazioni, già provata da Israele nel deserto quando, di fronte alle difficoltà, alle contraddizioni e all’apparente smentita delle promesse di Dio, si domandava sgomento: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no? ” (Es 17,7). Ciò avviene anche nei nostri cuori, quando il sentimento del fallimento dell’intera nostra vita ci coglie, ci sorprende e ci confonde, fino a farci dire dentro di noi: “È stato tutto un inganno! Dio non c’era nei nostri inizi, oppure ci ha abbandonato!”. Oso pensare che questa sia stata “la grande tentazione” di san Francesco alla fine della sua vita, quando nella solitudine della Verna fu pigiato come uva. Questa è la tentazione che vuole contraddire la fede, la fiducia posta in Dio: non bestemmiandolo, non litigando con lui, ma semplicemente negandolo, cioè estromettendolo dal proprio orizzonte e dalla vita. Gesù ha subito queste tentazioni in quanto uomo come noi. Non ha fatto una scena esemplare, ma ha veramente vissuto questi abissi, imparando così ad aderire alla realtà: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8). Dopo questa prova del deserto, Gesù ormai sa come svolgere la missione e come portare a termine la sua vocazione, consapevole che lo Spirito santo è con lui e che della forza dello Spirito è ripieno. Questa però non è per Gesù una vittoria definitiva: il diavolo tornerà a tentarlo, cercando sempre di renderlo diviso, schizofrenico, in modo che la sua volontà neghi la volontà del Padre. Ma Gesù sarà sempre vincitore, uguale in tutto a noi eccetto che nel peccato (cf. Eb 2,17; Eb 4,15): per questo trionferà sulla morte e, quale Risorto, vivrà per sempre. Dopo la congiura dei Pazzi nel 1478, Lorenzo de’ Medici aveva bisogno di riconciliarsi con i suoi oppositori: tra questi il Papa. Vengono inviati come ambasciatori a Roma i migliori artisti fiorentini dell’epoca: Sandro Botticelli, Cosimo Rosselli e Domenico Ghirlandaio. Pur avendo stili diversi vengono chiamati a lavorare ad un ciclo omogeneo: i riquadri delle pareti nord e sud della Cappella Sistina. Sulla parete sud sono narrate le storie di Mosè, sulla parete nord quelle di Gesù con un chiaro parallelismo. S.osserviamo l’iscrizione nella cornice al di sopra dell’affresco troviamo inciso: TEMPTATIO IES.CHRISTI LATORIS EVANGELICAE LEGIS (le tentazioni di Cristo portatore della legge del Vangelo). Dall’altro lato della sistina troviamo questa iscrizione: TEMPTATIO MOIS.LEGIS SCRIPTAE LATORIS (le tentazioni di Mosè portatore della legge della scrittura) al di sopra delle storie di Mosè dipinte dallo stesso Botticelli. C’è quindi la volontà di confermare il dialogo tra antico e nuovo testamento nella scelta delle rappresentazioni. Nell’affresco che stiamo analizzando questo richiamo è dovuto alla presenza di due narrazioni parallele. La divisione tra le due è segnata nella composizione dalla linea rossa. Al di sopra le tentazioni di Cristo, al di sotto la scena della purificazione del lebbroso che avviene al tempio. E’ il tempio il luogo fisico che nella rappresentazione unisce le due narrazioni che invece sono separate dal punto di vista cronologico. Al di fuori sull’altare è pronto il sacrificio da offrire per ringraziare il Signore della guarigione (cerchiato in rosso), sul pinnacolo Gesù sta vivendo la seconda tentazione. Il “tempio” è raffigurato riprendendo la facciata di un edifico poco distante dalla sistina: l’ Ospedale di Santo Spirito in Saxia, come si può vedere dall’immagine che le confronta. Segno che Botticelli si è lasciato ispirare dalla città di Roma così diversa dalla Firenze nella quale si sentiva più a suo agio. La scena del sacrificio è molto congeniale a Botticelli che la rappresenta come una scena di corte. Il suo stile è meno incisivo nella rappresentazione delle tentazioni, infatti le relega un po’ come sfondo, ma l’iscrizione ci dice che sono proprio le tentazioni che dobbiamo guardare. Gesù è condotto nel deserto (1), viene tentato dal diavolo sul pane (2), sui regni (3) e infine il diavolo è sconfitto (4) e giungono gli angeli. Alcune notazioni interessanti sono la rappresentazione del diavolo come monaco con tanto di corona in mano. Dall’abito fuoriescono delle ali spettrali a sottolinearne la natura malvagia. Una volta scoperto (4) perde il suo abito e appare nella sua verità diabolica. La città che il diavolo mostra a Gesù e che gli offre è la Roma del tempo. Il grosso edificio che vi si vede non è altro che il cantiere del coro che Bernardo Rossellino stava costruendo per ampliare la Basilica di san Pietro. Progetto che vedrà susseguirsi nel tempo diversi architetti. In questo dettaglio gustoso e ardito, se teniamo conto che l’affresco si trova nel cuore del potere del papato rinascimentale, Botticelli ci sta ricordando di fare attenzione al potere, qualunque esso sia. Fratel Elia Fede ad arte

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