“Io non trovo in lui colpa alcuna”

di , 27 marzo 2016

GV:18,1-19,37 – Il venerdì santo porta i credenti a misurare la loro fede con una storia di violenza. “Rimetti la spada nel fodero”: le parole di Gesù a Pietro indicano la strada per entrare nella passione al suo seguito e per vivere da cristiani nella storia. La croce è da portare sulle proprie spalle, non da brandire come una spada. S.il racconto giovanneo della passione e morte di Gesù è in verità un cammino di intronizzazione regale che culminerà nella paradossale gloria dell’innalzato sulla croce, il credente lascia che Cristo regni su di lui uscendo dalla logica della violenza, accettando di subire la violenza piuttosto che di infliggerla e imparando a fare qualcosa della violenza subita, a elaborarla come occasione di amore.

La regalità “non di questo mondo” di cui parla Gesù davanti a Pilato si distingue dalle regalità mondane proprio per il rifiuto della violenza, di creare vittime, di produrre sofferenti. Ma questo significa che Gesù stesso accetta di stare tra le vittime della violenza. Nella scena del confronto con Pilato (Gv 18,28-19,16), Gesù sta all’interno del pretorio, mentre i giudei stanno fuori e Pilato deve fare la spola per tenere i contatti tra le due parti. I giudei stanno fuori per non contaminarsi con non-ebrei e poter così celebrare la Pasqua, Gesù sta dentro e così appare come impuro. La violenza passa anche attraverso la creazione di categorie di esclusione, come purità e impurità, di sistemi definitori della verità per cui vi è chi sta dentro e chi resta fuori e, ovviamente, chi resta fuori è diminuito nella sua umanità, è irrilevante e può essere escluso. Gesù è stato consegnato a Pilato per essere eliminato. Di fronte a Gesù si svela la violenza prende le forme del realismo cinico del sommo sacerdote Caifa (18,14; cf. 11,49-50), del rifiuto della responsabilità da parte di Pilato che sacrifica la convinzione di innocenza di Gesù alla salvaguardia del proprio potere (18,38; 19,4.12), del ricorso al ricatto nei confronti di Pilato da parte dei capi giudei che vogliono a tutti i costi la condanna di Gesù (19,12): “S.liberi costui, non sei amico di Cesare”. Lì emerge la fragilità del potente interessato al potere più che alla verità e alla giustizia: il suo essere ricattabile. La violenza appare nel carattere passivo della folla, della massa, esposta alle manipolazioni e alle strumentalizzazioni di chi ha un potere politico o religioso da conservare. E anche Pietro, preda della paura, rinnega Gesù e se stesso entrando nella violenza della menzogna. Sorge la domanda: chi è veramente soggetto in questa vicenda? Giovanni lascia che la vittima della violenza, Gesù, si stagli con forza e autorevolezza regali. Di contro alla violenza che imperversa, ecco che alcune persone parlano il linguaggio della tenerezza e dell’amore e riescono a vivere la prossimità con il morente: sono il discepolo amato e alcune donne tra cui la madre di Gesù e Maria di Magdala. Piccola comunità dell’amore che sfugge alla violenza perché persevera coraggiosamente nell’amare.

Fratel Luciano

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