Tag articolo: Ascensione

Ascoltate lui, il Figlio amato!

commenti Commenti disabilitati su Ascoltate lui, il Figlio amato!
di , 28 Febbraio 2015

ii domenica di quaresimaII domenica di Quaresima, anno B – Mc 9,2-10

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Prosegui la lettura 'Ascoltate lui, il Figlio amato!'»

Ascensione del Signore

commenti Commenti disabilitati su Ascensione del Signore
di , 5 Giugno 2011

C’è un piccolo particolare che apre il testo di oggi, piccolo ma drammaticamente  significativo: non sono dodici, ma undici, i discepoli  convocati sul monte di Galilea per essere mandati sino ai confini della terra a  portare il Vangelo della salvezza e della pace.  Un corpo ferito, dunque!  Una necessaria  sproporzione tra la santità del compito e del progetto, e la povertà della  storia di ciascuno e di tutti.  Annotiamo anche la precisazione che accentua questa sproporzione: “essi però  dubitarono”.  Nella versione precedente questa debolezza era attribuita ad  “alcuni”, mentre qui essa viene estesa, e quindi ci siamo dentro tutti, perché il dono della fede porta con sé  l’esigenza di accettare il dubbio.  Forse dobbiamo uscire da una certa retorica istintiva che lascia il dubbio  come appannaggio certo del non credente, dell’ateo.  In realtà si può pensare che la sorte del credente sia  innanzi tutto la profonda percezione del suo essere “non credente”, viaggiatore perennemente non arrivato.  Cercatore di un fuoco nella notte dove lo splendore certo della fiammella nella notte è capace di raccogliere  intorno a sé e in sé tutta la tensione, l’attenzione, il desiderio, la stanchezza, la paura, la tentazione di fermarsi  perche la notte si è fatta troppo buia e fredda.  E peraltro quella fiamma continua a rimanere piccola e  lontana.  I maestri d’Israele ne parlano come di una bellissima seducente donna che ti fa cenno e t’invita,  ma quando sei vicino a raggiungerla, ecco allora si ritrae, intrecciando in te la seduzione, la delusione e il  dolore.  Forse, dunque, il dubbio è il compagno non congedabile di ogni sentiero della fede.  Del resto vediamo come questa fede così povera non sembri preoccupare e fermare Gesù nella comunicazione  del progetto universale che ci invade e ci requisisce.  Egli continua imperterrito a proclamare le sue  prerogative in forza delle quali conferisce il mandato di andare presso “tutti i popoli” ad annunciare la salvezza.  La grande missione è oggi ancora del tutto iniziale.  In molte terre e in moltissimi cuori neppure inaugurata e  – a detta di alcuni – in molte terre e molti cuori sembra già tramontata, dimenticata.  Ma la fede, seppure  dubbiosa e povera, ci chiede di credere incessantemente che Lui è sempre con noi, fino alla fine dei giorni.  (adattamento da don Nicolini – Vangelo di Matteo – 2010)

A Roma il 16 Maggio per fare “Comunione con Papa Benedetto XVI”

commenti Commenti disabilitati su A Roma il 16 Maggio per fare “Comunione con Papa Benedetto XVI”
di , 15 Maggio 2010

Le parole del Patriarca card.  Angelo in una intervista ci spiega il senso particolare di un gesto come quello. 
«Se uno  è un cristiano – dice il card.  Scola – è un testimone: lo spirito del Risorto è con lui e traspare dal suo essere,  dal suo agire a beneficio di tutti i nostri fratelli uomini.  Questa è la strada decisiva per rendere Cristo contemporaneo.  E solo se mi è contemporaneo, mi può salvare.  Il Papa ha come compito precipuo e singolare in  quanto successore di Pietro quello che Gesù gli ha affidato: confermare tutti i suoi fratelli in questo atteggiamento  di testimonianza». 

– Eminenza, come legge il gesto che domenica 16 maggio il laicato cattolico compirà recandosi da Papa Benedetto  XVI in occasione della recita del Regina coeli? 
Per quello che è.  Un momento comune di preghiera e fraternità cristiana che assume un valore del tutto speciale  perché il Regina coeli sarà guidato dal Santo Padre. 

– Molti giornali parlano di un gesto di grande solidarietà nei confronti del Papa da parte dei fedeli. 
Sono i fedeli che  possono dare sostengo al Papa o forse saranno proprio loro a riceverlo dal Pontefice?  Nella vita della Chiesa la parola più efficace per esprimere il valore della preghiera è la parola comunione.  La  comunione o è visibilmente manifesta o, se resta pura intenzione, viene facilmente vanificata.  Infatti la comunione  vive solo nella compagine organica della Chiesa.  La Chiesa poi è una compagnia guidata al destino e  come ogni compagnia chiede coinvolgimento personale e docilità a chi la guida.  In Italia domenica festeggiamo  l’Ascensione cioè il dono dello Spirito di Gesù Risorto egli è la guida della Chiesa che passa in modo irrinunciabile  dal compito del successore di Pietro.  Domenica sarà una festa di comunione. 
( Leggi l’intervista integrale)
 

Chi vuole mandare un proprio messaggio di comunione con Papa Bendetto XVI lo può fare  scrivendo 15 righe ad: lettere@avvenire.it  o per Sms al numero 3351829613

La Parola della Domenica

commenti Commenti disabilitati su La Parola della Domenica
di , 15 Maggio 2010

7ª di Pasqua – Ascensione di N.S.
At 1,1-11   Fu elevato in alto sotto i loro occhi.
Sal 46   Ascende il Signore tra canti di gioia
Eb 9,24-28;10,19-23   Cristo è entrato nel cielo stesso.
Lc 24,46-53   Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo.

Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo L’Ascensione di Gesù al cielo, evento oggi celebrato dalla liturgia, non è una sorta di viaggio cosmonautico verso chissà quali stratosfere lontane. Il cielo è il simbolo del divino e l’ “ascendere di Gesù” è il “segno compiuto” della mèta verso cui anche noi, suoi discepoli, affrettiamo il passo da pellegrini. Gesù introduce così nella pienezza della divinità il suo corpo glorificato! Egli torna alla gloria che aveva dall’eternità, ma vi torna con il suo corpo glorioso, cioè con la nostra natura umana glorificata. La sua Ascensione dunque è la mèta che S. Luca, catechista paziente e attento, addita al discepolo che non si è stancato di seguire il suo Maestro e Signore; ne parla sia negli Atti che nel Vangelo. S. Luca descrive una grande manifestazione del Risorto attorno al quale si raccolgono i discepoli che contemplano ormai la verità di quell’Uomo, con cui avevano condiviso anni di missione lungo le strade di Palestina.

Mentre contemplano quel grande mistero, essi scoprono anche il loro destino che raggiungeranno dopo aver compiuto lo stesso cammino del Maestro. Un destino non immediato né tanto meno banale; la via è quella della Storia, una via lenta e faticosa: la via della passione. Significativo quindi l’invito dell’Angelo: “Uomini di Galilea perché state a guardare…? “. Scrive mons. Ravasi: “Il tempo della Chiesa non è l’attesa illusoria di un assente o l’evasione alienante verso un cielo da sogno, è invece il ritorno nella Gerusalemme terrena per percorrere le strade della propria missione. Solo a questo punto si schiuderà anche per il discepolo la porta della Gerusalemme celeste”. L’Ascensione quindi non è una festa di sognatori, di persone eccitate dalla frenesia di una fine del mondo imminente, ma la rappresentazione visibile di un intreccio tra presente e futuro.

Sempre Luca ci presenta la conclusione della vita terrena di Gesù con il saluto di congedo dai discepoli; in realtà il suo non è un saluto di addio, bensì l’avvio di un tempo di missione segnato dalla speranza. Da vero e sommo Sacerdote, Gesù benedice i suoi che sono prostrati in atteggiamento di adorazione e di lode. “Fu portato verso il cielo” (=segno dell’intimità di Dio); l’ingresso di Gesù nella luce del Padre e nella Gerusalemme celeste su cui, aiutati dall’Apocalisse, abbiamo tenuto fisso lo sguardo per tutto il tempo pasquale. Innalzato sulla croce Gesù ha unito cielo e terra come ricorda S. Giovanni nel suo vangelo: “quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”. E’ proprio alla luce di quelle parole che comprendiamo il significato del brano odierno.

Cristo è il “tempio di viva carne” che sostituisce il tempio di pietre di Gerusalemme. Là, dove una sola volta all’anno, nella festa della purificazione (kippur) entrava il Sommo sacerdote dell’ebraismo, ora, per il sangue di Cristo, tutti possono accedere. Gesù è il santuario celeste dove avviene l’incontro definitivo e compiuto con Dio. Sì, Gesù Cristo è la “via nuova e vivente” che si apre davanti a noi. Non ci sono più spazi sacri o navate da percorrere; non più il velo di porpora da sollevare come quello che si squarciò nel tempio quando Gesù morì; non più riti di purificazione con l’aspersione del sangue dei sacrifici. Il velo ora è “la carne” del Cristo che racchiude il mistero di Dio; la purificazione è quella del cuore. Cristo è dunque la via nuova su cui ci incamminiamo per entrare nella pienezza della vita divina, per cui siamo stati creati.

La Parola della Domenica

commenti Commenti disabilitati su La Parola della Domenica
di , 9 Maggio 2010

6ª di Pasqua 
At 15,1-2. 22-29   È parso bene, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie.
Sal 66   Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ap 21,10-14. 22-23   L’angelo mi mostrò la città santa che scende dal cielo.
Gv 14,23-29   Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

La certezza che Gesù risorto è presente, ancor oggi, nel mondo, la si trova nella fede e non la si cerca attraverso i sensi. Questa certezza ci viene dallo Spirito Santo che ci è stato donato col Battesimo, il quale è sempre con noi anche se, da parte nostra, troppo spesso lo ignoriamo o non Lo ascoltiamo. La famiglia, Chiesa domestica, ha il compito di ricordare ai suoi componenti che, Padre, Figlio e Spirito Santo sono il suo tutto, la sua luce, il suo nutrimento giornaliero, che non deve essere esautorato per futili motivi di natura opportunistica, di orgoglio, di apparenze, per ragioni umane più o meno camuffate da ragioni sociali. Bisognava che Gesù se ne andasse perché il Paraclito ci venisse donato, i nostri occhi rompessero il velo e il nostro cuore di pietra si trasformasse in un cuore di carne. Come si comporti lo Spirito lo vediamo poco dopo l’Ascensione al Concilio di Gerusalemme.

Paolo e Barnaba pongono un quesito agli altri apostoli: i pagani, per diventare cristiani, devono accettare la legge di Mosè? come imporre ai cristiani di origine ebraica di rinunciare alla legge e quindi mangiare, come facevano quanti provenivano da paganesimo, carne suina? La risposta che proviene dal collegio apostolico e chiara: ” Abbiamo deciso, lo Spirito santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. ” questa è la risposta del collegio apostolico, ispirata dallo Spirito che, invita tutti i popoli a lodare il Signore, affinché si conosca sulla terra la sua via.. la sua salvezza.. e i popoli tutti lodino Dio. La caduta del velo che, appanna i nostri occhi, un giorno ci farà vedere la nostra stabile residenza che Dio, ha preparato per noi in cielo, dove potremmo vivere felici nell’amore di Dio. Di questa città, fin da ora, noi cristiani siamo chiamati a porre le fondamenta e ad attendere, nella speranza, quel giorno senza tramonto illuminato dalla gloria di Dio e dalla lampada che è l’Agnello.

Durante la Cena Giuda di Giacomo, incluso nella lista dei dodici, sia nel Vangelo di Luca (6,16) che in Atti (1,13), ma in Marco (3,18) è identificato come Taddeo, è sorpreso dalla dichiarazione di Gesù che parla, durante i “discorsi di addio”, di una manifestazione di Cristo ristretta a pochissimi e non all’intera umanità. Gesù non gli risponde direttamente, ma insiste sulla rivelazione che verrà fatta al credente, perché per mezzo di essa il credente vivrà in questo mondo in attesa della parusia. Inoltre rivela che è la mancanza di amore e di obbedienza che impedisce al mondo di aver parte a questa manifestazione del Padre e del Figlio.

Gesù annunzia il suo ritorno al Padre ma aggiunge: “il Padre vi manderà nel mio nome” il Paraclito col compito “di insegnare ogni cosa e di far ricordare” quanto egli aveva insegnato. Inoltre soggiunge che egli se ne va perché li ama. Il ritorno di Cristo al Padre dopo aver compiuto la sua missione è la condizione perché egli possa adempiere tutte le promesse fatte ai discepoli. L’obbedienza alla legge dell’amore è il motivo che ritorna di continuo in tutti i Vangeli e questo per farci capire che amare è la cosa più importante che noi possiamo fare perché altrimenti siamo sterili come il fico che non porta frutti. E dove questo amore si manifesta maggiormente se non in famiglia? É la famiglia il luogo dove maggiormente l’amore si manifesta perché essa, come istituzione nasce dall’amore.

Revisione di vita 
Siamo consapevoli che la grazia del Sacramento ci tiene uniti nonostante le nostre differenze? – Siamo capaci di vedere oltre i nostri sensi che siamo anche noi risorti e perciò siamo uomini spiritualmente nuovi?

La Parola della Domenica

di , 23 Maggio 2009

“Ascende il Signore tra canti di gioia”…  Quella fine che apre il cammino 

Nel brano di questa domenica Marco conclude l’intero suo racconto evangelico.  Una conclusione che non chiude, però, il discorso, bensì lo apre.  Inizia un cammino nuovo, non più del solo Gesù, ma di Gesù e della sua Chiesa.  Ma quale cammino?  In che direzione?  Con quale modalità?  Si tratta anzitutto di un cammino universale: in tutto il mondo, a ogni creatura, dappertutto.  Per Gesù – e per i suoi missionari – non esistono i vicini e i lontani, i primi e gli ultimi.  Gesù non dice ai discepoli di iniziare la missione da Gerusalemme: li invia subito in tutto il mondo.  Il compito è quello di «predicare», un termine questo che merita una spiegazione.  Non significa semplicemente tenere una istruzione o una esortazione o un sermone edificante.  Il verbo «predicare» indica l’annuncio di un evento, di una notizia, non di una dottrina.  Si tratta di una notizia decisiva: non è solo un’informazione, ma un appello.  Tanto è vero che proprio nella sua accoglienza o nel suo rifiuto l’uomo gioca il suo destino: «sarà salvato», «sarà condannato».  È questa un’affermazione dura, e certamente da intendere con le dovute precisazioni.  Ma è pur sempre un’affermazione che non si può cancellare dal Vangelo.  Il Vangelo predicato diventa credibile e visibile dai segni che il discepolo compie.  Ma deve trattarsi di segni che lasciano trasparire la potenza di Dio, non quella dell’uomo.  E deve trattarsi di segni che riproducono quelli compiuti da Gesù: le stesse modalità, lo stesso stile, gli stessi scopi.  Non si dimentichi, poi, che il grande segno compiuto da Gesù è stata la sua vita e la sua morte: il miracolo di una incondizionata dedizione a Dio e agli uomini.  Gesù ha terminato il suo cammino e si siede, i discepoli invece iniziano il loro cammino e partono.  Gesù sale in cielo e i discepoli vanno nel mondo.  Ma la partenza di Gesù non è una vera assenza, bensì un’altra modalità di presenza: «Il Signore operava insieme con loro e dava fondamento alla Parola».  Gesù «rimproverò i discepoli per la loro incredulità e durezza di cuore», e tuttavia li invia a predicare nel mondo intero.  Un contrasto sorprendente.  Il discepolo viene meno ma non viene meno la fedeltà di Gesù nei suoi confronti.  È per questo che il cammino della Chiesa rimane, nonostante tutto, un cammino aperto e ricco di possibilità.  “Ascende il Signore tra canti di gioia” E’ il nostro canto che vogliamo innalzare oggi in rendimento di grazie a Dio per il dono del suo Figlio Gesù, morto, risorto e asceso al cielo, ove è andato a preparare un posto per tutti noi, nel suo Regno di gioia e felicità eterna.  La solennità dell’Ascensione completa l’opera della redenzione compiuta nel mistero della morte e risurrezione di Gesù e ci indica la vera meta finale di ogni essere umano.

il Vangelo della domenica, la riflessione di Don Carlo

di , 23 Maggio 2009

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

“Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura”, così Gesù saluta i suoi amici prima di tornare al Padre e continuare alla sua destra la missione salvifica. La domenica dell’Ascensione al cielo del Signore, ci dona un brano evangelico dove riceviamo pure noi un mandato. Andate, c’è lo ripete ancora Gesù, andate dappertutto, non solo dove è più facile e conviene, ma in tutto mondo a tutti gli uomini e donne della terra: “La storia della salvezza comincia con l’elezione di un uomo, Abramo, e di un popolo, Israele, ma la sua intenzione è l’universalità, la salvezza di tutti i popoli. La storia della salvezza è sempre marcata da questo intreccio di particolarità e di universalità.”(Benedetto XVI^ Regina Coeli di domenica 17/05/2009) Queste  le parole  con cui il Papa spiegava domenica al Regina Coeli il significato profondo del suo recente pellegrinaggio in Terra Santa. Ci aiutano a cogliere il significato profondo della nostra vocazione di discepoli inviati. La nostra è una chiamata personale ma per l’universalità, non siamo discepoli per noi stessi, per i nostri interessi e bisogni, siamo mandati ad annunciare una salvezza. Questo lo possiamo fare perché per primi noi siamo stati salvati, redenti dalla Croce e Risurrezione di Gesù. L’invio, prima di salire al cielo, ci domanda di non rinchiuderci, di non pensare solo a noi stessi, ai nostri gruppi, alle nostre parrocchie, come fossero l’unico luogo dove siamo mandati. Come persone e come comunità cristiane siamo inviati a tutto il mondo; a fare che? A proclamare il Vangelo a ogni creatura. A proclamare Gesù la buona Parola per la vita e sulla vita. La Chiesa e i Cristiani non sono inviati dal Signore a costruire chi sa che enti benefici o assistenziali, centri caritativi e di ausilio, questo è un inganno nel quale  tante volte cadiamo anche come parrocchie e come preti. Ci lasciamo convincere dal mondo che se la Chiesa non è così non è Chiesa. Invece Gesù ci invia a proclamare il vangelo perché “chiunque crede e sarà battezzato sarà salvo, chi invece non crederà sarà condannato. Ecco è l’adesione a Cristo il centro del mandato, è il rivestirsi della Sua vita che siamo chiamati ad  annunciare e proporre, i segni che accompagnano, oggi come allora, sono i segni sacramentali: “Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Possono sembrare segni anacronistici, ma invece sono i segni che costituiscono l’azione evangelizzatrice della Chiesa universale, e di ogni Chiesa locale e particolare. Questi segni ancora accompagnano chi evangelizza, perché si scorge l’opera di Gesù nel fatto che la gente che vede il discepolo che vive realmente della Parola, chiede perdono a Dio dei propri peccati, si riconcilia con i fratelli, impara la lingua nuova dell’Amore all’altro, anche il nemico. Quanti racconti potremmo raccogliere. Certo anche i gesti di solidarietà sono presenti, ma come conseguente accoglienza di questo Amore. E Gesù dove è? Dal cielo, dalla destra del Padre continua la sua azione, infatti “agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.!” Ancora agisce con noi e conferma la Parola con segni concreti, la lista la potrei fare, non basterebbe tutto il giornale.

Panorama Theme by Themocracy