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Gesù, tentato come noi

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di , 11 febbraio 2016

1-avv[1] È la prima domenica del tempo di Quaresima, tempo severo ma “favorevole” (2Cor 6,2) per il cristiano: soprattutto, tempo di lotta contro le tentazioni. Per questo la chiesa all’inizio di questo tempo ci offre sempre il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto, tentazioni che secondo Luca saranno sempre presenti nella sua vita, fino alla fine (cf. Lc 23,35-39). Anche Gesù sapeva che sta scritto: “Figlio, se vuoi servire il Signore, preparati alla tentazione” (Sir 2,1). Gesù era stato immerso nel Giordano dal suo maestro Giovanni il Battista, e durante quell’immersione lo Spirito santo era sceso su di lui dal cielo aperto, mentre la voce del Padre gli diceva: “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,22).

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di , 25 gennaio 2016

PELLEGRINAGGIO GIUBILARE

Sabato 27 Febbario le parrocchie del nostro vicariato sono invitate a compiere il pellegrinaggio alla Basilica di San Marco per ricevere l’indulgenza dei propri peccati e intraprendere una vera strada di conversione. Il programma prevede: ritrovo alle ore 15.30 davanti alla chiesa di San Moisè a Venezia. Piccola osta di preghiera e pellegrinaggio verso la Basilica di San Marco; Ingresso della Porta Santa e celebrazione Eucaristica presieduta dal Patriarca e concelebrata dai sacerdoti del vicariato Mercoledì 3 Febbraio alle ore 20.30 presso la Sala San PioX (parrocchia San Pietro) verrà mons don Orlando Barbaro per introdurci al senso del pellegrinaggio giubilare.

PELLEGRINAGGIO GIUBILARE COME PARTECIPARE:

Al pellegrinaggio giubilare possono partecipare tutti: famiglie con figli – giovani – adulti – anziani. Raccomandiamo la partecipazione di tutti i chierichetti e del gruppo giovani e scout. E’ necessario raccogliere le adesioni entro domenica 14 febbraio presso le sacrestie di San Donato e San Pietro nell’apposito modulo. Dobbiamo comunicare dieci giorni prima il numero dei partecipanti.

Omelia di S.E.R. Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

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di , 9 dicembre 2014

Basilica di Sant’Ambrogio, Milano, 7 dicembre 2014

1.Dio ci sorprende

Dio, ripete spesso Papa Francesco, ci sorprende sempre. La vita di Sant’Ambrogio ne è un esempio clamoroso.  Un’improvvisa acclamazione di popolo lo costrinse, mentre era un brillante funzionario della Roma imperiale (tral’ltro non ancora battezzato) ad interrompere la sua promettente carriera politica e a dedicarsi totalmente a Dio e ai  fratelli nel ministero episcopale. Così fu anche per san Paolo: «Io sono divenuto ministro secondo il dono della grazia  di Dio, che mi è stata concessa secondo l’efficacia della sua potenza» (Epistola, Ef 3,7).

Ambrogio si arrese a Dio solo dopo una strenua resistenza. Molti anni dopo in una commovente preghiera così si rivolgerà al Signore: «Adesso custodisci il dono che tu allora mi hai fatto nonostante le mie ripulse» (Ambrogio, De paenitentia). La vita è vocazione; e dalla totalità del nostro sì a Colui che ci ama e ci chiama dipende la nostra umana felicità e riuscita.

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1630, Venezia, la Peste e il “Grande Voto a Maria” ( 21 Novembre )

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di , 15 novembre 2014

mesopanditissa  10636224_565867143540667_8971674193998740464_nA Venezia, all’imbocco del Canal Grande, troneggia nitida ed imponente sul paesaggio della città, la Basilica della Madonna della Salute. È una delle chiese più belle e grandiose di tutta Venezia e sta a testimoniare l’amore riconoscente dei Veneziani verso la Madonna, per averli liberati dal contagio della peste del 1630. Non è la prima volta che essi fanno la triste esperienza di quanto sia terribile la peste: quella del 1348 ha portato via i due terzi della popolazione, e quella del 1575, anche se meno violenta, è così insistente e duratura che la Serenissima ricorre all’aiuto divino e fa voto di costruire la Chiesa del Redentore alla Giudecca. Quella del 1630 è particolarmente violenta, e Venezia presenta uno spettacolo desolantissimo: i lazzaretti sparsi per le isole sono incapaci di contenere gli appestati che pertanto rimangono nelle case, il più delle volte senza medici, essendo insufficienti, quelli rimasti, per un servizio tanto intenso. Le medicine presto si esauriscono, ed anche le riserve di viveri vengono a mancare. Persino i cadaveri non trovano degna sepoltura e rimangono abbandonati per le strade, aumentando il contagio tra i vivi. Sono stati i Lanzichenecchi, venuti in Italia per l’assedio di Mantova, a diffondere la peste che in un baleno infetta la Lombardia e quindi l’Italia tutta: è la peste descritta con tanto realismo da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi. Venezia, città di mare e di grandi commerci, forte della esperienza passata, prende ogni precauzione per evitare che il male entri nella laguna, ma il morbo compare improvvisamente in città portato, dicono gli storici, dall’ambasciatore di Carlo Gonzaga Nevers, il marchese de’ Strigis, che si reca a trattare la pace con l’Imperatore Ferdinando II, portando con sé preziosi doni, ed una lettera per il Doge Nicola Contarini. Il Senato della Repubblica lo blocca al suo ingresso in città e lo obbliga ad una quarantena, prima nell’isola del Lazzaretto vecchio e poi, per sua comodità, nell’isola di San Clemente. Ma per inevitabile fatalità, o per imprudenza da parte del falegname che presta alcuni lavori di adattamento della casa, la peste che colpisce l’ambasciatore ed i suoi familiari, compare nella contrada di San Vito, poi in quella di San Gregorio, ed in breve in tutte le contrade. In mezzo a tanta sventura, Venezia, ormai incerta e disorientata, si trova impotente a lottare contro il male. Il Patriarca Giovanni Tiepolo, con il Clero ed i fedeli, “versando lagrime di dolore e di compunzione”, guida pubbliche processioni e solenni esposizioni del SS.Sacramento in Cattedrale, ad implorare la clemenza del Cielo. Il Doge ed il Senato della città deliberano che per quindici sabati si facciano in San Marco particolari preghiere con processione, portando l’immagine miracolosa della Vergine, seguita da tutte le Autorità. Il 26 ottobre, primo dei quindici sabati, dopo la processione, sotto le volte maestose di San Marco, davanti alla statua della Madonna Nicopeia, il Doge, a nome di tutta Venezia, con voce che tradisce l’emozione, pronuncia il Voto di «erigere in questa Città e dedicare una Chiesa alla Vergine Santissima, intitolandola Santa Maria della Salute, e che ogni anno, nel giorno che questa Città sarà pubblicata libera dal presente male, Sua Serenità et li successori suoi anderanno solennemente col Senato a visitar la medesima Chiesa a perpetua memoria della Pubblica gratitudine di tanto beneficio». 1Per l’erezione della Chiesa viene scelta l’area della Trinità, nel posto dell’antica dogana marittima, fino ad allora occupata dal Seminario. Tra i tanti, viene scelto il progetto di Baldassarre Longhena, allora ventiseienne, ed il 1° aprile 1631, nonostante la malattia del Doge, viene benedetta la prima pietra. La costruzione però, che inizia solo nel 1633, si protrarrà a lungo: nel 1653 la Chiesa viene aperta al culto, ma potrà essere solennemente consacrata solo il 9 novembre 1687, a lavori ultimati. L’architetto Longhena, che non avrà la consolazione di vedere l’opera finita, perché muore ottantaseienne nel 1682, crea un vero capolavoro, una delle opere più belle e fantasiose dell’architettura barocca. Ideata a forma di corona del Rosario, e preceduta da quindici gradini, quanti sono i misteri del Rosario, è di pianta ottagonale coperta da una grande cupola emisferica, su un alto tamburo. Una cupola minore, affiancata da due campanili, copre il presbiterio. La facciata, preceduta da un ampia scalinata, si presenta come un grandioso arco di trionfo, nel quale si apre il portale. L’interno, vasto e luminoso, è caratterizzato dall’ampio vano della cupola centrale, delimitato dalle colonne e pilastri che reggono le otto arcate. Nel perimetro della rotonda si aprono sei cappelle ed, in fondo, quella con al centro l’Altare maggiore marmoreo, veramente monumentale. In alto, sulle nuvole, la statua della Madonna, in piedi come una maestosa Signora che regge sul braccio sinistro il Bambino. Sulla destra un angioletto scaccia con una fiaccola la peste, raffigurata da una vecchia strega; sulla sinistra, una nobile signora prostrata in preghiera rappresenta Venezia; ai lati dell’altare le statue di San Marco e di San Lorenzo, patroni di Venezia. Al centro dell’altare è collocata, dal 21 novembre 1670, l’Icona della Madonna detta Mesopanditissa (Mediatrice di pace) portata da Francesco Morosini dopo che l’isola di Creta cade nelle mani dei Turchi.

Venezia piange il suo ” Vecchio Patriarca” Card.Marco Cè.

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di , 14 maggio 2014

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Marco Cé Nasce ad Izano (Cremona) l’8 luglio 1925 da una famiglia di agricoltori. Riceve l’ordinazione sacerdotale il 27 marzo 1948 dalle mani dell’arcivescovo Luigi Traglia, vicegerente di Roma, città in cui si trova per compiere gli studi teologici presso la Pontificia Università Gregoriana e il Pontificio Istituto Biblico, dove consegue la laurea in teologia dommatica e la licenza in Sacra Scrittura. In seguito, insegna al seminario diocesano di Crema, dove dal 1958 assume l’incarico di rettore. Nella sua diocesi di origine ha presieduto sin dalla sua fondazione la Commissione Liturgica seguendo l’attuazione della riforma liturgica di Paolo VIEletto vescovo titolare di Vulturia e vescovo ausiliare di Bologna il 22 aprile 1970 da papa Paolo VI, viene ordinato nella cattedrale di Crema il 17 maggio dello stesso anno (giorno di Pentecoste) dal vescovo Carlo Manziana; inizia il suo ministero episcopale il 29 giugno 1970 durante la solenne concelebrazione tenutasi nella basilica di San Petronio. Dopo sei anni di permanenza nell’arcidiocesi di Bologna (in cui ricoprirà l’incarico di vicario generale) viene nominato assistente ecclesiastico generale dell’Azione CattolicaIl 7 dicembre 1978 papa Giovanni Paolo II lo nomina patriarca di Venezia, succedendo così al cardinale Albino Luciani, eletto il 26 agosto 1978 al soglio di Pietro con il nome di papa Giovanni Paolo I e prematuramente scomparso dopo soli 33 giorni di pontificato. È stato creato e pubblicato cardinale da papa Giovanni Paolo II nel concistoro del 30 giugno 1979 e ha ricevuto il titolo di San Marco. Era il più giovane cardinale italiano vivente. Il 3 marzo 2002 accoglie il suo successore, il patriarca Angelo Scola. Ricoverato all’Ospedale civile di Venezia per la frattura di un femore, si spegne il 12 maggio 2014. Oggi 14 maggio la salma e stata traslata dall’Ospedale civile alla Basilica di S.Marco dove riceverà l’omaggio di tutti i fedeli della Chiesa Veneziana fino a sabato, dove dopo i solenni funerali sarà tumulata nella Cripta accanto alle reliquie del S.Evangelista.

Curiosità

Dopo la morte di Giovanni Paolo II partecipa al conclave che eleggerà al quarto scrutinio il cardinale Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI; proprio da lui fu chiamato a predicare gli esercizi spirituali quaresimali per la Curia romana, che si tennero in Vaticano tra il 5 e l’11 marzo 2006.Ai tempi del conclave del 2005 era decano del Sacro collegio il cardinale Ratzinger. Marco Cé era, invece, il decano anagrafico ovvero il più anziano di tutti i cardinali partecipanti al conclave.

 

Pellegrinaggio Mariano a Murano con il Patriarca

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di , 5 maggio 2014

DSC_1076 Sabato mattina il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha guidato a Murano il Pellegrinaggio Diocesano nel segno di Maria. Accolto dal parroco Don Alessandro Rosin e da Mons.Rino Vianello nella Chiesa di S.Maria degli Angeli gremita di fedeli ha proseguito processionalmente con la recita del S.Rosario per le fondamenta dell’isola fino alla Basilica dei SS.Maria e Donato dove con la Celebrazione Eucaristica e l’Atto di Affidamento alla Madonna ha concluso questo intenso momento di fede e di preghiera.Nella sua Omelia Mons.Moraglia ha voluto sottolineare in riferimento a Maria alcuni aspetti della nostra vita cristiana ribadendo con fermezza che :”La Fede è Fede Apostolica o è mancanza di Fede”e “Dio in ogni momento è sulle stracce di ogni uomo e vuole continuamente incontralo e ricevere da lui il suo “si”come lo ha fatto la Vergine nel Mistero della sua Annunciazione dove si è completamente affidata al progetto di Dio.Dopo la Celebrazione il Patriarca ha voluto soffermarsi con i fedeli salutandoli e intrattenendosi con loro a colazione sul campo antistante la basilica,dopodichè nel pomeriggio ha incontrato i ragazzi che si stanno preparando a ricevere il sacramento della Confermazione e alle ore 16,30 nella Parrocchia di S,Pietro Martire ha amministrato le S.Cresime concludendo in un clima di festa questa giornata che è rimasta nel cuore di tutti noi.

L’Imposizione delle Sacre Ceneri.

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di , 5 marzo 2014

mercoledi_delle_ceneriCon l’espressione Mercoledì delle Ceneri (o Giorno delle Ceneri o, più semplicemente, Le Ceneri), si intende il mercoledi precedente la prima domenica diQuaresima che, nelle chiese cattoliche di rito romano e in alcune comunità riformate, coincide con l’inizio stesso della Quaresima, ossia il primo giorno del periodo liturgico “forte” a carattere battesimale e penitenziale in preparazione della Pasqua cristiana. In tale giornata, pertanto, tutti i cattolici dei vari riti latini sono tenuti a far penitenza e ad osservare il digiuno e l’astinenza dalle carni. Proprio in riferimento a queste disposizioni ecclesiastiche sono invalse alcune locuzioni fraseologiche come carnevale (dal latino carnem levare, cioè “eliminare la carne”)[] o martedì grasso (l’ultimo giorno di carnevale, appunto, in cui si può mangiare “di grasso”).La parola “ceneri” richiama invece in modo specifico la funzione liturgica che caratterizza il primo giorno di Quaresima, durante la quale il celebrante sparge un pizzico di cenere benedetta[2] sul capo o sulla fronte dei fedeli per ricordare loro la caducità della vita terrena e per spronarli all’impegno penitenziale della Quaresima. Per questo il rito dell’imposizione delle ceneri prevede anche la pronuncia di una formula di ammonimento, scelta fra la tradizionale «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai»[3] o la più recente «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15), introdotta dalla riforma liturgica del Concilio Vaticano II con riferimento all’inizio della predicazione di Gesù. Nel rito ambrosiano, in cui la Quaresima è posticipata di quattro giorni e inizia la domenica immediatamente successiva (e in cui pertanto il carnevale termina con il “sabato grasso”), l’imposizione delle ceneri avviene o in quella stessa prima domenica di Quaresima oppure, preferibilmente, il lunedì seguente. Il giorno di digiuno e astinenza viene invece posticipato al primo venerdì di Quaresima.Mentre la tradizione popolare meneghina fa risalire il proprio carnevale prolungato, o “carnevalone”, a un “ritardo” annunciato dal vescovo di Milano sant’Ambrogio, impegnato in un pellegrinaggio, nel tornare in città per celebrare i riti quaresimali, in realtà la diversa datazione della festa mobile delle Ceneri dipende da un consolidato e più antico computo cronologico dei quaranta giorni della Quaresima, conservato peraltro anche nel rito bizantinoL’imposizione delle ceneri sul capo del pontefice, che tradizionalmente avveniva nella basilica di Sant’Anastasia al Palatino per mano del cardinale protovescovo, per almeno cinque secoli si è svolta in silenzio. Stando alla dissertazione scritta dal cardinal Niccolò Maria Antonelli nel 1727,[6] il rito era piuttosto antico, anteriore a papa Gregorio I (VI secolo), e si svolgeva «dicendo sacra illa verba: Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris» perlomeno fino al pontificato di papa Celestino III (1191-1198), mentre l’assenza di qualsiasi formula rituale («nihil dicendo») è sicuramente attestata con papa Urbano VI(1378-1389) ma potrebbe essere anticipata con buone ragioni all’inizio del Trecento..Dalla basilica di Sant’Anastasia prendeva poi le mosse la solenne processione penitenziale che, a piedi scalzi (almeno fino al XII secolo), saliva fino alla prima stazione quaresimale della basilica di Santa Sabina, sull’Aventino, dove i pontefici celebravano la messa stazionalee pronunciavano la loro omelia del Mercoledì delle Ceneri. Interrotta nel Settecento e ripresa da papa Giovanni XXIII nel 1962, facendola però iniziare dalla chiesa benedettina di Sant’Alselmo, a poca distanza da Santa Sabina, questa tradizione è stata continuata anche dai suoi successori, con l’unica eccezione del 2013 quando, in seguito alle dimissioni di papa Benedetto XVI, «le circostanze hanno suggerito di radunarsi nella Basilica Vaticana»

Il Patriarca Francesco “è venuto tra noi”

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di , 22 febbraio 2014

DSC_0134 Giovedì scorso 20 Febbraio la nostra Unità Pastorale di Murano è stata” allietata”nel pomeriggio dalla visita del nostro Patriarca Francesco Moraglia. Sua prima sosta, nella Basilica dei SS.Maria e Donato, chiesa “madre “dell’isola dove ad attenderlo in preghiera si erano riuniti numerosi fedeli accomunati dalla recita del santo rosario. Qui Mons. Francesco, dopo aver compiuto ” L’Atto di Affidamento dell’Isola” nelle mani della ” Vergine Orante”, ha ricevuto l’accoglienza da parte del Parroco Don Alessandro Rosin, che con brevi ma toccanti parole ha presentato la realtà delle nostre Comunità Cristiane e l’espressione artistica delle nostre Chiese Parrocchiali in cui queste sono “inserite”. Il Patriarca dopo i saluti ha voluto sottolineare il nostro “privilegio” di vivere la fede attorniati da questi”stupendi capolavori d’arte” e ha invitato i presenti a ricordare nella preghiera “coloro che ci hanno preceduto e che ci hanno lasciato in dono queste “preziose eredità” che rappresentano i valori autentici di una fede vissuta e tradotta in immagini ed in forme “ineguagliabili”. Accompagnato da Don Alessandro, poi Mons. Moraglia ha voluto procedere a piedi verso S.Pietro Martire dove lo attendevano una numerosa assemblea di ragazzi accompagnati dalle giovani famiglie.

DSC_0293Anche con loro, il Patriarca ha voluto intrattenersi per un dialogo “cordiale e fraterno”rispondendo alle varie domande proposte dai ragazzi e successivamente incontrando in Sala Zanetti il mondo giovanile degli “Scout di Murano”. Alle 19 è iniziata in S.Pietro la solenne Concelebrazione Eucaristica, a cui oltre al Vescovo erano presenti il Parroco Don Alessandro, Mons. Dino Pistolato, Mons. Rino Vianello, Don Umberto Bertola, Don Luciano Barbaro e Don Morris segretario particolare di sua Eccellenza. Nella sua omelia il Patriarca ha voluto sottolineare il ruolo della “famiglia e degli educatori”nella società del nostro tempo e l’impegno che il cristiano deve assumere con “coraggio e speranza”nelle sfide che la vita continuamente propone. Al termine della S.Messa, molti presenti hanno voluto salutare personalmente il Patriarca davanti al presbiterio con una parola e una fraterna stretta di mano per poi proseguire nella Sala Pio X° dove dopo un “momento conviviale” Mons. Francesco si è accomiatato con la promessa di far ritorno in primavera per il Pellegrinaggio Mariano alla Basilica di S.Maria e Donato e per l’Amministrazione a S.Pietro del Sacramento della Confermazione.

Murano attende il “Patriarca Francesco”!!!

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di , 16 febbraio 2014

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L’Unità Pastorale di Murano attende con gioia e trepidazione la visita del Patriarca Francesco Moraglia che avverà nella serata di giovedì 20 febbraio. Il programma prevede una prima sosta alle 15,30, nella Basilica dei SS.Maria e Donato dove alle 16 compirà l’atto di affidare l’isola nelle mani della Madre di Dio con una preghiera comune.Poi il patriarca procederà a piedi ,verso la chiesa di S.Pietro Martire dove alle 16,45 incontrerà le famiglie in maniera particolare i genitori dei bambini che frequentano la catechesi settimanale.A seguire,nella sala parrocchiale”Zanetti”incontrerà i giovani dei vari gruppi parrocchiali e gli scout.Alle 19 sempre in S.Pietro celebrerà la S.Messa assieme al parroco Don Alessandro e a Don Umberto e avrà modo di parlare a tutta la comunità cristiana muranese. Quindi dopo il saluto della delegata isolana della Municipalità di Venezia-Murano-Burano,Sig.Lucia Cimarosti,parteciperà ad un momento conviviale di festa e di saluto nella sala parrocchiale”S.Pio X°”.

Preghiamo per “L’Unità dei Cristiani”.

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di , 22 gennaio 2014

images (1)Gesù, guardando i suoi discepoli, al momento di lasciarli, ha pregato “perché tutti siano una cosa sola”. Aveva detto tempo prima: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Forse, guardando i loro volti, si era reso conto di quanto erano diversi e di come questo avrebbe potuto dividerli. Poi, al momento di essere arrestato, Gesù rivela il suo sogno e la sua speranza per i suoi discepoli: “che siano una cosa sola”. Come Dio, Padre Onnipotente, Signore del mondo, è una cosa sola con Gesù di Nazareth, egli prega perché anche i suoi discepoli entrino nell’unità di questa famiglia. Che siano una cosa sola!
Ma noi cristiani siamo divisi. Le nostre Chiese e comunità sono divise. Non solo diverse. Diverse nei canti, nelle forme di preghiera, nei modi di vita. Molti fedeli non saprebbero spiegare perché queste comunità e queste Chiese sono divise.
Icona dei Testimoni della Fede del XX Secolo, particolare – Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, Roma Si potrebbe dire che la responsabilità di queste divisioni e di tante incomprensione appartiene a personaggi del passato e a momenti lontani della storia.
Un giorno lo spirito di divisione è entrato. Eppure le divisioni sono ancora tra di noi.
Gesù ha pregato anche per noi. Infatti le divisioni sono nel nostro cuore. Non solo teologie, ma atteggiamenti dell’uno verso l’altro.
Siamo spesso anche noi attori della divisione, dell’insensibilità, dell’incomprensione! Siamo chiamati a rispondere alla preghiera di Gesù perché siamo una sola cosa: siamo chiamati a rispondere nella nostra vita, ogni giorno. Ma come?
Rinunciamo alla prepotente dittatura del nostro io, al calcolo, all’insensibilità… Rinunciamo all’ignoranza dell’altro: a vivere senza amore. Dobbiamo tutti convertirci all’amore, spogliandoci di questo mondo vecchio e consolidato dentro di noi, di questa corazza che allontana e ferisce. Dobbiamo tutti convertirci con una preghiera forte a Gesù, Signore nostro, che ci ha amati e ci apre la vita dell’amore. Si legge nella prima lettera di Giovanni:
“Chiunque riconosce che Gesù è Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.” (1 Gv 4, 15-16)
Siamo chiamati tutti a risanare le grandi fratture del mondo, della vita quotidiana, dei nostri ambienti: quelle che dividono simpatici e antipatici, ricchi e poveri, colti e ignoranti, uomini da donne, etnia da etnia, gruppo da gruppo, il mio dal loro, i miei dai suoi, cristiani da cristiani, cristiani da ebrei, cristiani da musulmani… La via su cui camminiamo è piena di queste fratture. La nostra casa ha queste fratture. Il nostro luogo di lavoro ha queste fratture. Siamo chiamati a risanarle con l’amore. Non facciamo la guerra a nessuno con le nostre armi, in questo tempo di guerra per il mondo.
In questo mondo difficile, vinciamo il male con il bene: con il bene dell’amore, con il bene della preghiera, con il bene della speranza, quella speranza nel Signore Gesù che sempre ci ascolta, che verrà presto e che ci donerà pace.
Siamo una cosa sola nell’amore: facciamo l’un l’altro un patto ’amore. Diversi nelle storie, nelle lingue, nelle spiritualità, nei costumi, nell’aspetto… Siamo una sola cosa nell’amore tra noi credenti. Siamo una cosa sola tra cristiani e l’odio e la guerra saranno vinti dall’amore.
Da quest’amore scaturirà una forza d’unità! Nella liturgia bizantina, prima di introdurre la professione di fede, il Credo, il diacono dice:
“Amiamoci gli uni gli altri, affinché in unità di spirito professione la nostra fede.”
Sì, in questa Settimana dell’Unità, cominciamo ad amarci davvero, perché possiamo professare la stessa fede in unità di spirito.

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