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Chi si lascia toccare dalla carne del Signore vive

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di , 25 Giugno 2015

13° Domenica del Tempo Ordinario (anno B)
Letture: 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43

unnamed Chi si lascia toccare dalla carne del Signore, vive 1 «Si radunò attorno a Gesù molta folla, ed egli stava lungo il mare». La folla, che si muove ancora dentro l’orizzonte delle istituzioni giudaiche, vede in quest’uomo una speranza nuova. Gesù «stava lungo il mare»: il mare è il luogo di tutti, dove tutte le esperienze umane si incrociano; in questo senso è il simbolo dell’universalità: Gesù è in terra giudaica, ma il suo messaggio è per tutti.

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La Parola della Domenica

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di , 9 Ottobre 2010

27ª del Tempo Ordinario
2 Re 5, 14-17   Tornato Naamàn dall’uomo di Dio, confessò il Signore 
Sal 97   Il Signore ha rivelato ai popoli la sia giustizia 
2 Tm 2, 8-13   Se perseveriamo, con lui anche regneremo. 
Lc 17, 11-19   Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere  gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.
 

Nelle letture che oggi ci propone la liturgia troviamo alcuni punti in comune.  Sia la prima lettura che il Vangelo  ci parlano di malati di lebbra, malattia che presso gli ebrei era considerata come un castigo divino ed  implicava l’emarginazione dalla società; due di questi sono stranieri, quindi non credenti, la guarigione dalla  malattia e gli atteggiamenti legati ad essa, che implicano l’obbedienza della fede.  I dieci lebbrosi si fidano  della parola di Gesù e si mettono in cammino per presentarsi ai sacerdoti, affinché questi riconoscano la  guarigione.  Naaman il siro obbedisce alle parole di Eliseo e ai consigli dei suoi servi, immergendosi sette  volte nel Giordano.  Questo semplice gesto è da sempre stato riconosciuto come figura del battesimo.  Naaman è uno straniero che pensava  di poter “comperare Dio”, diventa invece l’emblema del vero credente, liberandosi dai preconcetti, che professa la sua fede – fiducia  – nel Signore e celebra il culto autentico.  Egli, come il lebbroso del vangelo, non si limita al solo ringraziamento, ma riconosce Dio  come suo salvatore.  Si tratta di un impegno adulto, non legato alla mediazione del profeta, che durerà per tutta la vita.  La sua guarigione  non è solamente fisica, ma totale: egli giunge alla maturità della fede.  Il Salmo 97 recita: “Cantate al Signore un canto nuovo, perché  ha compiuto prodigi”: il canto nuovo si oppone alla ripetizione, all’abitudine.  Dio compie prodigi anche oggi, anche nella nostra vita,  nella vita delle nostre comunità.  Nella lettera di Paolo troviamo la frase: “se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché  non può rinnegare se stesso”, a ricordarci che Dio è fedele al suo dono, anche quando noi gli mostriamo indifferenza.  Lui non solo offre  la salvezza a tutti, ma la ripropone con pazienza alla nostra indifferenza.  Nel racconto del Vangelo di Luca troviamo dieci lebbrosi che a  gran voce chiedono aiuto a Gesù ed ottengono la guarigione, ma uno solo ritorna per ringraziare e non segue gli schemi rigidi della  legge che gli imponevano di recarsi al tempio.  Molto spesso anche noi quando riceviamo un dono ci concentriamo sul suo aspetto materiale,  dimenticando chi ce lo ha fatto, perdendo così l’occasione di trasformare questo dono in un’esperienza di incontro personale con il  donatore.  Questo è il traguardo raggiunto da Naaman il Siro e anche dal Samaritano guarito, che hanno saputo riconoscere Dio com  unico salvatore.  I lebbrosi sono inviati dai sacerdoti prima ancora di essere guariti: l’azione di Dio richiede sempre un ambiente di fiducioso abbandono.  Una volta guariti, le differenze tornano (mistero dell’umana fragilità!  ): nove vanno al Tempio e il samaritano, di nuovo solo, torna indietro,  fa cioè un cambiamento di direzione e di marcia: è il verbo della conversione, del ritorno a Dio.  La Parola di Dio, che non si può incatenare  o ridurre a prassi rigide, rompe gli schemi della nostra vita.  Il samaritano è libero da ogni condizionamento e torna a ringraziare:  questa è la fede.  La lezione che ci viene dal lebbroso guarito è una lezione di stile di vita, di educazione alla gratitudine che in questo  nostro tempo è sempre più dimenticata, convinti come siamo che tutto ci è dovuto e nulla dobbiamo patire o soffrire.  “La tua fede ti  ha salvato”.  È dunque la fede la condizione primaria per ottenere da Dio quello che chiediamo, sempre che ciò che chiediamo sia in piena  sintonia con la sua volontà di salvezza.  Grazie è una parola rara, esige un atto di riconoscenza e di amore verso chi ci ha fatto del  bene.  Ringraziare è anche un atto, un’espressione di tutto il corpo, un coinvolgimento totale nel riconoscimento della grandezza dell’altro.  Il lebbroso esprime il suo grazie con il corpo che prima era oggetto di separazione, ma che ora si fa parola per esprimere il suo amore  a Dio.  È nell’attenzione a ciò che avviene attorno a noi il segreto di un Dio che passa.  Non si stanca il Signore di accostarsi a noi, lo  fa però senza rumore, mescolandosi tra i volti più ordinari che incontriamo quotidianamente in famiglia, sul lavoro, nella comunità cristiana,  nella società civile…

La Parola della Domenica

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di , 10 Gennaio 2010

1ª del Tempo Ordinario
Is 40,1-5, 9-11  Si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini la vedranno.
Sal 103  Benedici il Signore, anima mia.
It 2,11-14:3, 4-7  Il Signore ci ha salvato con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo.
Lc 3,15-16, 21-22  Mentre Gesu, ricevuto il Battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì.

Dopo la solennità dell’Epifania, la grande rivelazione del Figlio di Dio a tutte le genti nella simbolica immagine dei tre Re venuti dall’Oriente, oggi la liturgia celebra il riconoscimento del Cristo, quale Figlio unigenito, per la voce stessa del Padre, che avviene nelle acque del Giordano dove Gesù chiede a Giovanni il battesimo.  Il racconto di Luca è conciso, sintetico, essenziale, tuttavia in esso riusciamo a cogliere un tratto fondamentale della persona di Gesù, un tratto umano molto consolante; infatti Gesù, nostro redentore e nostro Dio, si fa trovare in quella folla di peccatori che sono in attesa di purificazione presso il fiume dove il Battista predicava e battezzava; tra la gente c’è un uomo come noi, il Cristo, che non teme di confondersi coi peccatori: per loro è venuto, come luce nelle tenebre, come medico per i malati, come ricchezza immensa per i poveri, come pace e felicità per gli oppressi, gli ultimi e le vittime di ogni emarginazione.  “Ero carcerato, dirà un giorno, e siete venuti a visitarmi…  ” (Mt 25,36-40); E’ una verità consolante questa che oggi il Vangelo ci ricorda: Dio è sceso tra gli uomini, nella Persona del Figlio, l’uomo – Gesù, che nascondendo la sua divinità si fa uno di noi e scende, come tutti coloro che hanno bisogno di purificazione e di perdono, tra le acque del Giordano; lui che non aveva e non poteva aver peccato, ma veniva a liberare l’umanità intera da ogni colpa.  E’ la verità che colma l’attesa di un lungo tempo ed è quella che rianima la speranza di ogni uomo, e della quale Isaia profetizza, appunto con parole di consolazione l’uomo ha il suo Redentore, che cammina con lui, che va alla ricerca di lui con la potenza del suo amore, perché Egli è il Dio che salva, il Dio che si fa pastore del suo popolo: E’ la tenerezza infinita di Dio, che giunge fino a noi; quella tenerezza che vuole raggiungere ogni uomo, anche il più lontano e restio, perché ognuno ha in sé l’immagine del suo Creatore, quell’immagine nella quale è già scritto il destino eterno di felicità.  “Signore, mio Dio, quanto sei grande!  – quanto sono grandi, Signore, le tue opere!  ” (SI 103); e la più grande è l’Incarnazione del Figlio.  Nell’umanità del Cristo, infatti, ci viene rivelata la vera grandezza di Dio, non un Dio che sovrasta, ma un Dio che ama, che si fa uomo per amore, nella pienezza di questo amore ci redime.  Quest’uomo, Gesù di Nazareth, lo vediamo oggi, davanti al Battista, che lo indica alle folle come il Messia atteso: E’ l’annuncio di un nuovo battesimo, non più rituale.  Infatti, con esso l’uomo diverrà parte dello stesso Cristo, immerso in Lui, innestato in Lui, come il tralcio alla vite (Gv 15,5); in questo battesimo, ogni uomo sarà vivificato dallo Spirito, il fuoco che arde e non consuma, che purifica e non distrugge, ma fa nuova ogni cosa.  Fin qui il riconoscimento di Giovanni; ma a questo riconoscimento si aggiunge, potente e consolante, quello del Padre: ” Dio e l’uomo si incontrano e il punto in cui avviene questo intreccio è Gesù”; ed è un intreccio che ha il carattere della definitività perché il dono di Dio è per sempre, un dono di grazia, ci ricorda oggi Paolo, attraverso le parole scritte nella lettera a Tito.  E’ il dono di grazia che viene a noi nel battesimo, il sacramento col quale siamo incorporati a Cristo e perciò rigenerati in Lui; il sacramento che ci rende capaci di testimonianza, di annuncio e di cooperazione alla redenzione di quanti ancora camminano lontano da Dio.  Dal battesimo di Cristo, il nostro battesimo, mediante il quale realizziamo l’universale chiamata alla santità e veniamo inviati nel mondo, il nostro mondo, a render visibile Cristo, il Figlio di Dio redentore dell’uomo e della storia.

La parola della Domenica

di , 14 Febbraio 2009

Gesu’ cura un lebbroso… Inserire di nuovo gli esclusi nella convivenza umana…

Il vangelo di questa sesta domenica del Tempo Ordinario ci mostra come Gesù accoglie un lebbroso. In quel tempo, i lebbrosi erano le persone più escluse dalla società, evitate da tutti. Non potevano partecipare a nulla. Perché, anticamente, la mancanza di medicine efficaci, la paura del contagio e la necessità di difendere la vita della comunità, spingevano la gente ad isolarsi e ad escludere i lebbrosi.  Inoltre, tra il popolo di Dio, dove la difesa del dono della vita era uno dei doveri più sacri, si giunse a pensare che l’esclusione del lebbroso fosse un obbligo divino poiché era l’unico modo di difendere la comunità contro il contagio della morte.  Per questo, in Israele, il lebbroso si sentiva impuro ed escluso non solo dalla società, ma perfino da Dio (cfr. Lev 14,1-32). Poco a poco, comunque, nella misura in cui si scoprivano rimedi migliori e soprattutto grazie all’esperienza profonda comunicataci da Gesù rispetto a Dio Padre nostro, i lebbrosi cominciarono ad essere accolti e reintegrati, in nome di Dio stesso, come fratelli e sorelle nella convivenza umana.  Malgrado i duemila anni di cristianesimo, l’esclusione e l’emarginazione di certe categorie di persone continuano comunque fino ad ora, sia nella società come nella Chiesa. Per esempio, i malati di AIDS, i migranti, gli omosessuali, i divorziati, etc. Quali sono oggi, nel tuo paese, le categorie di persone escluse ed evitate nella società e nella Chiesa?  Con queste domande nella mente ci accingiamo a leggere e meditare il vangelo di questa domenica.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione

  • Quale punto di questo testo ti è piaciuto di più o quale punto ti ha maggiormente colpito? Perché?
  • Come si esprime in questo testo l’emarginazione dei lebbrosi?
  • Come Gesù accoglie, cura e reintegra il lebbroso? Cerchiamo di osservare bene tutti i dettagli.
  • Come imitare oggi l’atteggiamento di Gesù con gli esclusi?

Combattere la povertà, costruire la pace

di , 17 Gennaio 2009

Bendetto XVIMESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI PER
LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE  (… Continua)

2.  In questo contesto, combattere la povertà implica un’attenta considerazione del complesso fenomeno della globalizzazione. Tale considerazione è importante già dal punto di vista metodologico, perché suggerisce di utilizzare il frutto delle ricerche condotte dagli economisti e sociologi su tanti aspetti della povertà. Il richiamo alla globalizzazione dovrebbe, però, rivestire anche un significato spirituale e morale, sollecitando a guardare ai poveri nella consapevole prospettiva di essere tutti partecipi di un unico progetto divino, quello della vocazione a costituire un’unica famiglia in cui tutti – individui, popoli e nazioni – regolino i loro comportamenti improntandoli ai principi di fraternità e di responsabilità. Se la povertà fosse solo materiale, le scienze sociali che ci aiutano a misurare i fenomeni sulla base di dati di tipo soprattutto quantitativo, sarebbero sufficienti ad illuminarne le principali caratteristiche. Sappiamo, però, che esistono povertà immateriali, ad esempio, nelle società ricche e progredite esistono fenomeni di emarginazione, povertà relazionale, morale e spirituale: si tratta di persone interiormente disorientate, che vivono diverse forme di disagio nonostante il benessere economico. Penso, da una parte, a quello che viene chiamato il « sottosviluppo morale » e, dall’altra, alle conseguenze negative del « supersviluppo ». Non dimentico poi che, nelle società cosiddette « povere », la crescita economica è spesso frenata da impedimenti culturali, che non consentono un adeguato utilizzo delle risorse. Resta comunque vero che ogni forma di povertà imposta ha alla propria radice il mancato rispetto della trascendente dignità della persona umana. Quando l’uomo non viene considerato nell’integralità della sua vocazione e non si rispettano le esigenze di una vera « ecologia umana » si scatenano anche le dinamiche perverse della povertà, com’è evidente in alcuni ambiti sui quali soffermerò brevemente la mia attenzione.

Povertà e implicazioni morali
3. La povertà viene spesso correlata, come a propria causa, allo sviluppo demografico. In conseguenza di ciò, sono in atto campagne di riduzione delle nascite, condotte a livello internazionale, anche con metodi non rispettosi né della dignità della donna né del diritto dei coniugi a scegliere responsabilmente il numero dei figli [5] e spesso, cosa anche più grave, non rispettosi neppure del diritto alla vita. Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l’eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani. A fronte di ciò resta il fatto che, nel 1981, circa il 40% della popolazione mondiale era al di sotto della linea di povertà assoluta, mentre oggi tale percentuale è sostanzialmente dimezzata, e sono uscite dalla povertà popolazioni caratterizzate, peraltro, da un notevole incremento demografico. Il dato ora rilevato pone in evidenza che le risorse per risolvere il problema della povertà ci sarebbero, anche in presenza di una crescita della popolazione. Né va dimenticato che, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, la popolazione sulla terra è cresciuta di quattro miliardi e, in larga misura, tale fenomeno riguarda Paesi che di recente si sono affacciati sulla scena internazionale come nuove potenze economiche e hanno conosciuto un rapido sviluppo proprio grazie all’elevato numero dei loro abitanti. Inoltre, tra le Nazioni maggiormente sviluppate quelle con gli indici di natalità maggiori godono di migliori potenzialità di sviluppo. In altri termini, la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come un fattore di povertà.

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(continua)

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