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La giornata di Cafarnao

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di , 3 febbraio 2015

Paolo RubensIV domenica del tempo Ordinario, anno B – Mc 1,21-28

Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed     erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. 23Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, 24dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. 25E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. 26E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo?

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Omelia di S.E.R. Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

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di , 9 dicembre 2014

Basilica di Sant’Ambrogio, Milano, 7 dicembre 2014

1.Dio ci sorprende

Dio, ripete spesso Papa Francesco, ci sorprende sempre. La vita di Sant’Ambrogio ne è un esempio clamoroso.  Un’improvvisa acclamazione di popolo lo costrinse, mentre era un brillante funzionario della Roma imperiale (tral’ltro non ancora battezzato) ad interrompere la sua promettente carriera politica e a dedicarsi totalmente a Dio e ai  fratelli nel ministero episcopale. Così fu anche per san Paolo: «Io sono divenuto ministro secondo il dono della grazia  di Dio, che mi è stata concessa secondo l’efficacia della sua potenza» (Epistola, Ef 3,7).

Ambrogio si arrese a Dio solo dopo una strenua resistenza. Molti anni dopo in una commovente preghiera così si rivolgerà al Signore: «Adesso custodisci il dono che tu allora mi hai fatto nonostante le mie ripulse» (Ambrogio, De paenitentia). La vita è vocazione; e dalla totalità del nostro sì a Colui che ci ama e ci chiama dipende la nostra umana felicità e riuscita.

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Estote parati, essere svegli in attesa

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di , 2 dicembre 2014

papa-francesco-bartolomeo-IDiscorso del Santo Padre, Ankara, 28 novembre 2014

Signor Presidente, Distinte Autorità, Signore e Signori, sono lieto di visitare il vostro Paese, ricco di  bellezze naturali e di storia, ricolmo di tracce di antiche civiltà e ponte naturale tra due continenti e tra  differenti espressioni culturali. Questa terra è cara ad ogni cristiano per aver dato i natali a san Paolo,  che qui fondò diverse comunità cristiane; per aver ospitato i primi sette Concili della Chiesa e per la  presenza, vicino ad Efeso, di quella che una venerata tradizione considera la “casa di Maria”, il luogo  dove la Madre di Gesù visse per alcuni anni, meta della devozione di tanti pellegrini da ogni parte del  mondo, non solo cristiani, ma anche musulmani. Prosegui la lettura 'Estote parati, essere svegli in attesa'»

La Parola della Domenica

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di , 2 giugno 2012

SS. Trinità
Dt 4,32-34.39-40 Sal 32 Rm 8,14-17 Mt 28,16-20: Battezzate tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo

Noi siamo stati battezzati nella Trinità, nel nome – cioè nell’amore – del Padre del Figlio dello Spirito Santo. La Chiesa crede nella Trinità perché questa verità le è stata rivelata da Cristo. La difficoltà di comprendere il mistero della Trinità è un argomento a favore, non contro la sua verità. Nessun uomo, lasciato a se stesso, avrebbe mai escogitato un tale mistero. Dopo che il mistero ci è stato rivelato, intuiamo che, se Dio esiste, non può che essere così: uno e trino allo stesso tempo. Non può esserci amore se non tra due o più persone; se dunque “Dio è amore”, ci deve essere in lui uno che ama, uno che è amato e l’amore che li unisce. I cristiani sono anch’essi monoteisti; credono in un Dio che è unico, ma non solitario. Chi amerebbe Dio se fosse assolutamente solo? Forse se stesso? Ma allora il suo non sarebbe amore, ma egoismo, o narcisismo.

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Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2012

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di , 18 febbraio 2012

«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24)

Fratelli e sorelle, la Quaresima ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l’aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. E’ un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale. Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). E’ una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l’accesso a Dio. Il frutto dell’accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell’attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l’attenzione all’altro, la reciprocità e la santità personale… [continua]

Quale acqua disseta la nostra sete?

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di , 26 marzo 2011

Dall’Angelus del 27 febbraio 2011 di Papa Benedetto

Cari fratelli e sorelle! Nella Liturgia odierna riecheggia una delle parole più toccanti della Sacra Scrittura. Lo Spirito Santo ce l’ha donata mediante la penna del cosiddetto “secondo Isaia”, il quale, per consolare Gerusalemme abbattuta dalle sventure, così si esprime: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15).  Questo invito alla fiducia nell’indefettibile amore di Dio viene accostato alla pagina, altrettanto suggestiva, del Vangelo di Matteo, in cui Gesù esorta i suoi discepoli a confidare nella provvidenza del Padre celeste, il quale nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, e conosce ogni nostra necessità (cfr 6,24-34). Così si esprime il Maestro: “Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno”. Di fronte alla situazione di tante persone, vicine e lontane, che vivono in miseria, questo discorso di Gesù potrebbe apparire poco realistico, se non evasivo. In realtà, il Signore vuole far capire con chiarezza che non si può servire a due padroni: Dio e la ricchezza.

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La Parola della Domenica

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di , 13 febbraio 2011

6ª del Tempo Ordinario
Sir 15,16-21   A nessuno ha comandato di essere empio
Sal 118   Beato chi cammina nella legge del Signore
lCor 2,6-1Q   Dio ha stabilito una sapienza prima dei secoli per la nostra gloria
Mt 5,17-37   Così fu detto agii antichi, ma io vi dico

La liturgia eucaristica di questa domenica ha come tema centrale i comandamenti, norme di vita rivelate al popolo eletto e norme di vita iscritte nel cuore di ogni uomo che voglia vivere un’autentica libertà. La libertà, infatti, come dirà anche Paolo, non può essere un pretesto per realizzare, sempre e comunque, i propri desideri, le proprie ambizioni e i propri progetti, anche a scapito degli aitri, ma, al contrario, se è autentica, essa è la capacità di armonizzarsi con la libertà degli altri in un vivere civile e sociale pacifico e solidale, un vivere che, secondo il progetto di Dio, è guidato e animato dall’amore reciproco. Di questa fondamentale legge morale ed etica, ci parla anche il libro sapienziale del Siracide. I comandamenti, legge che Dio ha dato all’uomo, non sono un peso opprimente ma l’espressione dell’amore del Padre che tutela i suoi figli e li guida nel cammino della vita. Affinché esso sia un giusto cammino è chiesto all’uomo di accogliere con fiducia la parola del suo Dio perché essa è parola di vita; l’unica che veramente tuteli il vivere di ognuno nella grande comunità degli uomini. Tuttavia, l’obbedienza alla legge non può essere una coercizione. Dio non usa la forza, ma rispetta la libertà di ognuno Sta, dunque all’uomo scegliere il proprio destino di vita o di morte, di accoglienza di Dio e della sua parola che salva e dà la vita, oppure un destino di morte e di disamore lontano dal suo Creatore e Padre. La piena osservanza delia legge, l’obbedienza totale e convinta della parola di Dio, infatti, è un’obbedienza che parte dal cuore ed è ciò di cui ci parla, in questa domenica, il passo del Vangelo di Matteo che è parte del lungo discorso di Gesù sulle beatitudini. Gesù attacca la degenerazione dell’osservanza in freddo legalismo: un’osservanza formale, ormai priva di fede viva e di sincero amore, perché l’amore, appunto, è il ” compimento” al quale il Signore si riferisce. Il compimento della legge di cui Cristo parla è sinonimo di pienezza, quella pienezza che è il senso profondo della legge di Dio, riconosciuta, accolta e amata come dono che ci fa veramente uomini liberi, persone che agiscono con intelligenza e saggezza, anzi, con sapienza, come l’apostolo Paolo scrive; sapienza ci è donata in ogni parola rivelata. Ed ecco l’insegnamento di Cristo: non esiste infatti solo l’omicidio, a dare la morte fisica. Esiste anche l’odio, l’ira, la vendetta, il giudizio che, screditando, uccide; esiste il sospetto, la diffamazione; esiste il disprezzo e tutto quanto l’inimicizia e la mancanza d’amore generano, inquinando pesantemente i rapporti umani. E Gesù è inesorabile quando si agisce contro l’amicizia e l’amore, quell’amore che ci rende somiglianti a Dio, e cresce fino a renderci capaci di misericordia e perdono. E’ un amore che non ammette deroghe quello di cui Cristo parla, e che sta a fondamento di tutta la legge. Nessuna offerta, infatti, è gradita a Dio se chi presenta il suo dono non è capace di amare il suo prossimo. Infatti, son le cose che escono dal cuore quelle che contaminano l’agire umano, è sempre il cuore quello che deve esser risanato dalla capacità di amare veramente; e amare significa donazione di sé, una donazione incondizionata, sincera profonda e fedele. Amare, non è possedere l’altro per il proprio piacere ma donarsi senza limiti, realizzando una profonda comunione che oltrepassa la sfera del corpo e diventa affinità interiore, in un legame che dura nel tempo, e, spesso, vorrebbe oltrepassarlo. Sta all’uomo scegliere il proprio destino che inizia già nel tempo e la sua scelta è tra la vita e la morte, tra il bene e il male, la scelta fondamentale di tutta la nostra esistenza è nella nostra libertà: o con Dio, in Cristo, o lontano da lui, privi della vera libertà e di amore, quell’amore che pacifica e salva, ora nel tempo e poi per sempre, [omelia Frati Capuccini]

La Parola della Domenica

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di , 22 gennaio 2011

3ª del Tempo Ordinario
Is 8, 23.b – 9,3   Nella Galilea delle genti, il popolo vide una grande luce.
Sal 26   Il Signore è mia luce e mia salvezza.
1 Cor 1, 10 — 13.17   Siate tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi
Mt 4, 12 — 23   Venne a Cafarnao perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia.

Giovanni è in prigione, scrive Matteo.  Non solo un punto di riferimento cronologico nella vita di Gesù, ma  una profezia, un anticipo della sorte che toccherà – come a tutti profeti – anche al Rabbì di Nazareth.  Affiancato a questo evento, Matteo aggiorna il lettore sulla nuova residenza di Gesù: da Nazareth a Cafarnao.  Questo spostamento non è per nulla casuale.  La regione di Zabulon e Neftali è un territorio di frontiera,  luogo di mescolanze etniche, culturali, religiose, guardato con diffidenza dai puritani di Gerusalemme.  Gesù  inizia da qui.  La Sua è una scelta precisa, un trasloco che conferma che questo messia che si è infilato tra i  peccatori al fiume Giordano, ha uno stile, un progetto, un cammino che è destinato a creare non pochi problemi.  Forse qualcuno si aspettava che il Messia atteso prendesse in affitto un comodo bilocale con balconata  sulla piazza centrale di Gerusalemme…  Delusione.  Grande delusione.  Fin dall’inizio Gesù chiarisce che Lui è diverso, irriducibile agli schemi in uso,  rivoluzionario – e per certi versi deludente – rispetto a molte delle attese del tempo.  Da questa terra squalificata,  da questa collocazione strategica della sua missione, Gesù da il via alla primitiva predicazione: l’esigenza  della conversione e l’annuncio del Regno.  La chiamata dei primi quattro discepoli esemplificano e  concretizzano queste prime parole del Rabbì.  Sono molti gli elementi che caratterizzano questa prima chiamata  dei discepoli riportata da Matteo.  Rileggendola con calma, mi affascina la centralità di Gesù.  E’ Lui  che cammina, vede, chiama.  E’ Lui al centro dell’invito fatto ai quattro pescatori di Cafarnao: “Seguitemi”.  La proposta del Rabbì non riguarda una dottrina religiosa, un insegnamento, un progetto.  Al centro di tutto  sta la relazione con Lui, sta la novità di un incontro che stravolge la vita di quegl’uomini.  Mi fa riflettere che i  primi quattro discepoli siano due coppie di fratelli.  Curioso?  Non vi pare?  Chissà quanti pescatori c’erano  quel giorno sulle rive del mare di Galilea, e Gesù va a scegliersi proprio due coppie di fratelli!  E’ così: il Vangelo  è un invito alla fraternità, perché questa è la sola condizione con cui è possibile mettersi seriamente  alla Sua sequela.  Tutto l’avventura del cammino dei discepoli, mostrerà che il superamento delle piccole  logiche personali, l’abbattimento dei propri egoismi, lo smascheramento della propria falsa autosufficienza e  l’apertura alla nuova logica della fraternità del Regno, siano condizioni essenziali della vita evangelica e  dell’esistenza del discepolo.  Allora coraggio, cari amici!  Rimettiamoci in cammino, lasciamo che l’invito del  Rabbì risuoni forte tra le reti della nostra quotidianità e ci risollevi dalle nostre incertezze e dalle tiepidezze  della fede.  Buon cammino.
[omelia di don Roberto Seregni]

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

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di , 15 gennaio 2011

18 – 25 Gennaio : Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani
“Uniti nell’insegnamento degli  Apostoli, nella comunione,  nello spezzare il pane e nella  preghiera” (at 2, 42)

O Dio onnipotente e misericordioso, effondendo il dono dello Spirito Santo con potenza, hai radunato insieme  i primi cristiani nella città di Gerusalemme, sfidando il potere terreno dell’impero romano. 

Fa’ che, come  la prima chiesa di Gerusalemme, anche noi possiamo ricongiungerci insieme per essere forti nella predicazione  e vivere l’evangelo della riconciliazione e della pace, ovunque vi sia parzialità ed ingiustizia.  Te lo chiediamo nel nome di Gesù Cristo, che ci libera dalle catene del peccato e della morte.  Amen.

La Parola della Domenica

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di , 26 settembre 2010

26ª del Tempo Ordinario
Am 6,1.4-7   Ora cesserà l’orgia dei dissoluti. 
Sal 145   Loda il Signore, anima mia 
1Tm 6,11-16   Conserva il comandamento fino alla manifestazione del Signore 
Lc 16,19-31   Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi  mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.
 

La perenne saggezza della Chiesa continua a farci meditare, con le letture  proposte in questa domenica, il tema tanto importante quanto disatteso da molti appartenenti alla comunità  cristiana, del rapporto con il denaro e la ricchezza.  Il tema viene affrontato direttamente dalla prima lettura,  un breve ma incisivo brano del profeta Amos, e dall’Evangelo di Luca, e indirettamente – ma con il solito  vigore – da Paolo nella prima lettera a Timoteo in cui anche a noi viene rivolto l’invito a tendere alla giustizia,  alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza.  Il linguaggio di Amos è tipicamente orientale e pastorale, ma – trasferito nel nostro tempo – rappresenta una  descrizione puntuale di situazioni che tutti conosciamo bene.  Dobbiamo però notare che il profeta Amos  non indulge in commenti moralistici, ma pone piuttosto l’accento sugli effetti del comportamento connesso  alla condizione di ricchi nei confronti della condizione politica in cui vive il popolo di Israele.  Circa vent’anni  dopo questo richiamo il Regno d’Israele sarà distrutto, e i ricchi, dediti ai loro vizi e alle loro ingordigie, non  si accorgono della rovina imminente.  La ricchezza ha sempre un effetto anestetico e addirittura ipnotico  (accumula, mangia, bevi, divertiti, e non curarti delle cose tristi… ).  È in pratica quanto succede al ricco  dell’Evangelo di Luca.  I bagordi in cui egli trascorre il suo tempo, gli abiti sontuosi che indossa, fanno da  tragico contrasto con la condizione indigente in cui versa Lazzaro, il povero che giace alla porta della casa  del ricco.  Ma il ricco non si accorge di lui, solo i cani leccano le sue piaghe…  Il ricco non si accorge di lui  proprio perché anestetizzato dalla ricchezza, in una condizione ipnotica che elimina da un lato la sofferenza  e la fatica del vivere, ma anche, dall’altro lato, la capacità di cogliere la realtà nei suoi aspetti più concreti.  Ma c’è un secondo passaggio al quale è importante accennare- Il povero muore e viene “portato dagli  angeli accanto ad Abramo”, viene cioè gratificato con il premio che noi definiamo con il termine di  “Paradiso”.  Chiediamoci: perché Luca ci fa rimarcare questo fatto?  Qual è l’insegnamento profondamente  teologico contenuto in esso?  I poveri e i peccatori, nell’Evangelo, fanno spesso parte del medesimo scenario  simbolico.  Gesù li ama perche entrambi si trovano nella condizione per ricevere l’essenzialità del suo  messaggio.  Li ama proprio perché dal cuore dell’uomo umiliato dalle colpe commesse, oppresso, fragile, è  in grado di uscire la preghiera spontanea che Dio apprezza, fatta talvolta con parole aspre come quelle di  Giobbe, ma che esce dal cuore e che della preghiera rispetta l’autentica natura di invocazione.  Ma c’è ancora  di più.  La condizione di povero merita un riconoscimento particolare da parte di Dio non perché il povero  è migliore del ricco, entreremmo qui in un contesto moralistico sempre estraneo all’Evangelo, quanto  piuttosto perché egli è il sacramento, un autentico sacramento, della condizione umana, sacramento di un  destino universale.  Il povero come segno, “sacramento” della condizione umana.  Georgers Bernanos, fa dire al suo “curato di campagna”, con un linguaggio diretto, spesso scostante: “Io  non amo i poveri come le vecchie inglesi amano i gatti sperduti o i tori delle corride.  Sono abitudini da ricchi,  codeste.  Io amo la povertà d’un amore profondo, riflessivo, lucido – da uguale a uguale – come una  sposa dal fianco fecondo e fedele” (Diario di un curato di campagna).  [adattamento da omelie Autori vari – www.lachiesa.it].

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