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La Parola della Domenica

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di , 30 maggio 2010

8ª settimana del Tempo Ordinario
Proverbi 8,22-31;
Salmo 8; Lettera ai Romani 5,1-5;
Giovanni 16,12-15
 

Il brevissimo passo evangelico proposto dalla liturgia nella domenica della Trinità, può essere considerato come una finestra  – appena socchiusa, ma preziosissima – che ci permette di dare uno sguardo all’interno del mistero di Dio.  Nel passo evangelico, Gesù è l’unico che parla in prima persona, e parla del Padre, di se stesso e dello Spirito.  «Tutto quello che il Padre possiede è mio»: affermazione ardita, che solo Gesù può dire.  Affermazione ardita, e tuttavia umilissima.  Se il Figlio può dire che tutto ciò che il Padre possiede è suo, è solo perché l’ha ricevuto: l’intima relazione fra il Padre  e il Figlio è nell’ordine dell’amore e del dono, non della pretesa e del vanto.  La centralità di Gesù – Figlio divenuto uomo  – è da sottolineare, se vogliamo capire veramente qualcosa di Dio.  Il Padre non è accessibile che al Figlio e nel Figlio. 

In Lui  (concretamente nella sua persona e nella sua esistenza storica, nelle sue opere, nelle sue parole, nella sua obbedienza) Dio  ci è venuto vicino, raggiungibile e conoscibile e ha mostrato tutto il suo volto di Padre.  Gesù parla anche dello Spirito, della sua figura e della sua funzione.  Lo Spirito guiderà i discepoli alla comprensione di quella  verità che ora non sono in grado di portare.  Assisterà la comunità nel difficile compito di unire la fedeltà e la novità, la memoria  al rinnovamento.  Soprattutto viene affermata la sua dipendenza da Gesù.  Si direbbe che lo Spirito riprenda, nel suo  venire tra noi, il medesimo atteggiamento assunto dal Figlio, che non è venuto a dire parole sue, né a cercare una gloria  propria, ma a raccontare ciò che ha udito dal Padre: allo stesso modo si comporta lo Spirito nei confronti di Gesù: «Mi glorificherà  perché prenderà del mio e ve lo manifesterà».  Con una precisazione: l’insegnamento dello Spirito è un «guidare verso  e dentro la pienezza della verità» (tale il senso dell’espressione greca).  Dunque una conoscenza interiore, progressiva, e  personale. 

Ma è anche detto che lo Spirito rivelerà le cose future.  Non significa che lo Spirito ci rivelerà la cronaca dell’avvenire, ma che  ci aiuterà a fare una lettura della storia presente alla luce della sua conclusione, cioè alla luce della storia di Gesù, che è lo  svelamento del futuro.  Se leggessimo la storia chiusi nel presente, dovremmo concludere che l’amore è sconfitto.  Daremmo  ragione al mondo e torto a Gesù.  Ma se leggiamo la storia alla luce della sua conclusione – cioè alla luce del giudizio di Dio  già avvenuto in Gesù – allora possiamo concludere che la carta vincente, anche se ora è smentita e crocifissa, è proprio  l’amore.  È vivendo in questo modo – esattamente come è vissuto Gesù – che la comunità cristiana diventa la contropartita terrestre,  visibile e leggibile, della Trinità. 

(adattamento da un’omelia di don Bruno Maggioni – www.lachiesa.it)

La Parola della Domenica

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di , 13 marzo 2010

4ª di Quaresima
Gs 5,9-12   Il popolo di Dio, entrato nella terra promessa, celebra la Pasqua. 
Sal 33   Gustate e vedete com’è buono il Signore. 
2Cor 5,17-21   Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo. 
Lc 15,1-3.  11-32    Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.
 

La Pasqua è celebrare l’arrivo alla Terra Promessa, godere dei frutti del proprio lavoro.  Mai come in  questa Quaresima è opportuno riflettere sul valore del lavoro e dei suoi frutti per poter anche noi, pur  nelle difficoltà economiche e lavorative che coinvolgono molte famiglie in questo momento difficile,  vivere pienamente il significato della Pasqua.  Riconciliarci: ecco il messaggio di pace che ci prepara alla Pasqua: riconciliarci con  Dio per poterci riconciliare con i fratelli.  Prendiamoci l’impegno, in questo tempo di Quaresima, di riconciliarci con qualcuno che ci  ha fatto del male, un familiare, un vicino di casa, un collega di lavoro… proviamo a rileggere i nostri rapporti umani alla luce del  Vangelo, così come ci viene suggerito proprio dal Vangelo di questa domenica.  Siamo di fronte a una lettura di grandissimo spessore,  dove Dio rivela il suo vero volto di padre.  Guardando l’uomo direttamente negli occhi. 

Tocca a noi raccogliere l’insegnamento.  “Questo uomo aveva due figli” è bene considerare il numero due, come dimensione sempre presente nell’animo umano.  (il bene e  il male, o meglio la cosa giusta e la cosa non giusta) “Il padre divise tra loro le sostanze” Notiamo il silenzio di questo padre.  E in  questo silenzio si intravede un cuore di figlio, viene accettato il desiderio del giovane di partire per un ideale, una meta non bene  definita e forse troppo avventata.  “partì per un paese lontano” che significa si separò dal popolo, dalla sua gente.  Venne una grande  carestia e il ragazzo si sentì nel bisogno, anche perché incominciò a sentire che aveva fame.  “Mi leverò ed andrò da mio padre  e gli dirò “Padre.  ho peccato contro il cielo e contro di te”Ecco la vera conversione, la troviamo in quelle due parole – gli dirò (mi  sono reso conto) – “Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.  “… ”  il figlio cercò di parlare con il padre dicendogli “non sono più degno di essere chiamato tuo figlio… ” Ma il padre non ascoltava  aveva qualcosa di più importante da fare, abbracciarlo.  “Presto portate il vestito più bello e rivestitelo… .  ” Ecco il cuore del racconto.  “Oggi voglio farti diventare bello”. 

Stiamo contemplando in questo racconto 4 grandi momenti della misericordia di Dio. 

  • 1°  momento:  “lo vide” vuole dire che lo stava aspettando che non l’aveva mai perso di vista e attendeva il suo ritorno.  Questo presagisce  l’anticamera del perdono. 
  • 2°  momento:  ” gli si gettò al collo e lo baciò.  ” Dio che abbracciandolo fissa lo sguardo negli  occhi dell’uomo e si ritrovano. 
  • 3° momento:  il padre ha capito la conversione del cuore, non ha bisogno che gliela si spieghi, non  ha bisogno di tante parole. 
  • 4° momento:  Si commosse.  Dio si commuove di fronte all’uomo che lo cerca, che torna.  Commuoversi  in greco (splankano) indica una realtà più piena, significa “ricevere un pugno nelle viscere” dove noi traduciamo viscere, ma il  significato in ebraico è “uteri” quindi questo padre è padre e madre.  Ecco perché nella parabola non compare la madre.  “il figlio  maggiore si trovava nei campi… egli si arrabbiò e non voleva entrare” “il padre allora uscì per pregarlo” Il padre che è uscito ad  aspettare il figlio, è lo stesso padre che esce all’esterno, per pregare il più grande di entrare in casa, per accogliere il suo fratello.   Per far festa. 

La Parola della Domenica

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di , 27 febbraio 2010

2ª di Quaresima
Gen 15,5-12.17-18   Dio stipula l’alleanza con Abram fedele. 
Sal 26   Il Signore è mia luce e mia salvezza. 
Fil 3,17- 4,1   Cristo ci trasfigurerà nel suo corpo glorioso. 
Lc 9,28-36   Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto.
 

C’è nella storia di Abramo (Genesi 15) un’espressione che mi pare costituisca la chiave interpretativa  di tutto l’insegnamento della Liturgia della Parola che proclamiamo in questa seconda domenica  di quaresima: «Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a  contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza.  Egli credette al Signore, che glielo accreditò  come giustizia.  E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra».  Dio «fa  uscire, conduce fuori».  Ogni avventura di salvezza, cioè di liberazione, inizia con un esodo.  È «esodo» uscire dal tepore confortevole  della propria tenda (la propria casa) per alzare gli occhi al cielo e contare, nella fredda oscura notte del deserto, le stelle lontane…  È «esodo» abbandonare la propria terra, le proprie abitudini, i propri modelli culturali ai quali siamo così affezionati, ed  iniziare, tra le prove più difficili e sconcertanti di un Dio esigente eppure mai padrone, la ricerca itinerante di un Signore, di una  Trascendenza qualunque nome ad essa vogliamo dare, di un popolo…  È «esodo» per Paolo (cf Filippesi 3) accettare di essere in  catene per l’Evangelo, e continuare caparbiamente ad annunciare la Parola dal fondo umido e buio di una prigione… È «esodo»  per Pietro, Giacomo e Giovanni decidersi a scendere dal monte (cf Luca 9) dove il Cristo si era “trasfigurato” e riprendere in compagnia  del maestro e degli uomini una faticosa missione, tra mille dubbi e molte paure, quando sarebbe stato molto più bello e  gratificante fermarsi per sempre in una visione estatica ed anticipata del Paradiso…  È «esodo» per Gesù uscire da Nazareth, percorrere  in lungo e in largo la Giudea e la Galilea, ed annunciare ai piccoli e ai poveri la liberazione, annullando gli egoismi del tempo  (di ogni tempo), le commistioni tra religione e potere, l’abuso improprio del nome di Dio, Tutta la storia è una storia di «esodo»:  di una strada maestra che abbiamo perso o che non abbiamo mai conosciuto, di una liberazione che attendiamo senza aver ancora  intravisto.  In questa ricerca il credente non ha privilegi, non ha autostrade riservate, vie di fuga da lui solo percorribili.  No.  Egli ha,  è vero, il “filo d’Arianna” della Parola e della coscienza, ma esso non può essere oggetto di una custodia gelosa, deve dividerlo in  mille e mille fili, per parteciparlo a tutti i compagni di questo viaggio rischioso e talora angoscioso – come in una famiglia – alla  ricerca del volto glorioso del Padre di tutti, nessuno escluso.  Con la nostra vita, della quale non nascondiamo le fatiche e talora le  ambiguità ma questa è la storia che Dio ama, è la storia degli uomini e delle donne reali, che sono come sono e non come noi vorremmo  che fossero.  Questa storia ha un senso nascosto e misterioso, un senso che noi dobbiamo riconoscere, una direzione di  marcia che dobbiamo intuire, una traiettoria che dobbiamo seguire insieme con tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle, anche e  soprattutto con coloro che vivono una vita di fatica.  Solo allora la nostra fede sarà profezia, collegamento continuo di evangelizzazione  e di storia, testimonianza di pace in un mondo incredibilmente e inesorabilmente violento..  Profezia, certo da non commemorare,  ma da vivere.  Mentre onoriamo i profeti del passato, dobbiamo riconoscere i profeti di oggi quelli che hanno il coraggio di  scendere dal Tabor per essere i testimoni del Cristo che soffre e che risorge!

La Parola della Domenica

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di , 12 dicembre 2009

Sof 3,14-18   Il Signore esulterà per te con grida di gioia. 
Is 12   Canta ed esulta, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele. 
Fil 4,4-7  Il Signore è vicino! 
Lc 3, 10-18   E noi che cosa dobbiamo fare?
 

Parola della domenicaC’è una bella immagine all’inizio del capitolo 3 dell’evangelo di Luca (di cui meditiamo un  brano in questa terza domenica di Avvento): situando storicamente l’evento della robusta predicazione  del Battista, l’evangelista ci ricorda che «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di  Zaccaria, nel deserto» “scende”, che ti invade nel profondo, che ti suggerisce pensieri nuovi e  nuovi comportamenti.  Una Parola (una Persona, il Cristo!  ) di cui spesso facciamo di tutto per  sbarazzarci, ma che invece, mentre siamo in cammino come il Battista (o come i discepoli di Emmaus ci cui ci parlerà ancora Luca nel  capitolo 24 dell’evangelo), si ritrova accanto a noi per spiegarci le Scritture.  E che, senza un’apparente ragione logica, ci riempie di  gioia.  La stessa gioia che il profeta Sofonia proclama in un tempo drammatico per Israele.  Solo questa gioia intima, profonda, densa di  quella virtù che abbiamo forse perso nelle nostre esistenze, la speranza, ci aiuta a leggere nel significato più profondo la parola che ci  accompagna in questa domenica. 

L’insegnamento di Cristo, la nostra libera adesione alla sua dottrina, assunta con il battesimo e ribadita  con la Cresima, implicano la nostra continua conversione.  Un salmista definisce la Parola di Dio «lampada ai miei passi, luce sul mio  cammino».  Ciò vuol dire che tutta la nostra vita deve orientarsi a Dio e questo accade realmente soltanto quanto alla fede seguono le  opere.  La prima virtù da praticare è però la carità, che è amore, gratitudine e lode a Dio e rispetto del nostro prossimo, che amiamo con  lo stesso amore.  Ecco allora il senso dell’insegnamento di Giovanni Battista: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da  mangiare, faccia altrettanto». 

Per aprirsi al Signore bisogna uscire dalla morsa dell’egoismo.  Soltanto dando amore agli altri siamo irrorati  a nostra volta dalla grazia divina.  La stessa efficacia dei sacramenti è in parte condizionata dalle nostre interiori disposizioni.  Lo  stesso Natale influirà salutarmene su di noi se disponiamo il nostro animo all’accoglienza del Signore che viene.  Il battesimo in Spirito  Santo e fuoco sarà la nostra energia, la nostra luce, la fonte del nostro bene, se con umiltà accettiamo l’umiltà e l’immensità del presepio.  Solo lì le grandezze fatue del mondo e tutte le umane presunzioni vengono infrante.  Il Battista afferma questa verità dicendo che la  pula sarà separata da grano e arsa nel fuoco inestinguibile.  Nella fredda grotta del Presepio già arde il fuoco che è e sarà per noi irrorazione  dello Spirito e fuoco sacro per ardere di amore divino. 

(sintesi commenti vari)

La Parola della Domenica

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di , 15 novembre 2009

33ª del Tempo Ordinario
Dn 12,1-3   In quel tempo sarà salvato il tuo popolo. 
Sal 15   Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. 
Eb 10,11–14.  18   Cristo con un’unica offerta ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. 
Mc 13, 24-32   Il Figlio dell’uomo radunerà i suoi eletti dai quattro venti. 

Parola della domenicaA leggere i passi delle Scritture di questa domenica dobbiamo confessare che siamo  stati colti da una certa angoscia.  Una sensazione che si rinnova fin da quando, bambini  o ragazzi, sentivamo in queste parole quasi una minaccia.  Ma se riflettiamo un poco  sui testi appare chiaro che è la nostra natura debole, umana, di peccatori che ci fa  aver paura, ci intimorisce. 

Le parole del profeta Daniele sono forse le più minacciose:  si parla di angoscia, di vergogna, di infamia eterna.  Ecco, il timore, la paura viene  proprio dal fatto che ci sembra di non poter arrivare ad appartenere al popolo degli  eletti, dei buoni.  Certo che se dovessimo essere giudici di noi stessi, con un poco di  onestà difficilmente saremmo in grado di assolverci e di premiarci.  La nostra fortuna è che il giudizio  lo emette Dio che, come annuncia il salmo, si propone come guida, come sostegno.  Per tramutare la  paura in gioia ed esultanza basta affidarsi al Signore.  Come è difficile sentirsi amati dal Signore.  Non  perché il Signore non ce lo garantisca o non lo dichiari, ma perché siamo noi stessi a sentirci colpevoli,  senza speranza, prima del Giudizio. 

Nel brano di Vangelo di Marco Gesù si limita ad annunciare  la fine dei tempi, a svelare i segni che l’annunceranno e parla di “Raduno degli eletti”.  Pone  solo una condizione: non conoscete il giorno né l’ora.  Un’unica raccomandazione quindi, non vi fate  trovare impreparati, per il resto le immagini di Daniele, molto più apocalittiche della stessa Apocalisse,  rimangono sullo sfondo.  Il giudizio del Signore può essere messo in relazione con il giudizio di chi  vive con noi con i membri della nostra comunità?  Forse avere un buon giudizio da vivi e anche  conquistare un giudizio positivo presso Dio.  Potrebbe il Signore condannare un uomo o  una donna che siano “raccomandati”?  .  Ci piace pensare che le “raccomandazioni” di  questo tipo abbiano un senso.  Amare aiutare, sostener non è fare la volontà di Dio?  Non è prepararsi giorno dopo giorno al momento che giungerà inaspettato?  Non è difficile,  basta amare l’altro da noi e quel giorno e quell’ora non ci faranno più paura,  o.  Il difficile è affidarsi alla promessa di Gesù e al suo insegnamento: quella che ci  manca è la fiducia.  Eppure Gesù ha previsto anche questa nostra debolezza e ci ha  detto esplicitamente di aver fiducia e stare pronti.  Perché non farlo? 

(sintesi tratta da CPM-Italia)

La Parola della Domenica

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di , 4 ottobre 2009

Gen 2,18-24 I due saranno un’unica carne.
Sal 127 Ci benedica il Signore tutti i giorni della nostra vita.
Eb 2,9-11 Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine.
Mc 10,2-16 L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto.

Parola della domenicaStanno qui le basi di quell’insegnamento dottrinale e morale circa la dignità  dell’uomo e della donna e parimenti della famiglia.  Quella dignità spesso offesa e  volutamente distrutta in questi nostri giorni con le tante forme di offesa che si  arreca alla comunità familiare soprattutto in certi ambienti ed in certe culture.  Oggi, la Parola di Dio ci riporta alla vera sorgente della felicità dell’uomo, che è  quella dell’essere insieme e in comunione.  La solitudine infatti non è per lui, in  quanto l’uomo, immagine di Dio, è fatto per essere in compagnia sul modello  della Trinità.  Gesù è incamminato verso Gerusalemme e verso la Croce, ed è in  questo contesto che Marco raggruppa gran parte degli insegnamento di Gesù ai  discepoli.  Dopo un’istruzione sul servizio, sull’accoglienza e sullo scandalo, ecco un’istruzione sul matrimonio e sui  piccoli.  Come tutte le altre volte in cui è coinvolto in un dibattito, Gesù supera i termini angusti in cui gli uomini pongono  il problema e va alla radice.  Nel nostro caso, non si chiede come deve essere interpretato di preciso il passo di  Mosè, bensì si chiede quale sia l’intenzione fondamentale di Dio alla quale bisogna ispirarsi al di là di ogni casistica e  di ogni interpretazione che la tradizione ha forse via via accumulato.  Non basta appellarsi alle tradizioni, bisogna  valutarle in base a quella intenzione iniziale che le ha generate e che esse a modo loro e per il loro tempo (ma spesso  anche pagando il tributo alla debolezza degli uomini e alla loro poca fede) hanno cercato di esprimere.  È un principio  che vale anche per le Scritture: tutto è parola di Dio, ma c’è testo e testo.  Gesù non pone sullo stesso piano Genesi  e Deuteronomio: il primo rivela l’intenzione profonda di Dio, il secondo paga un tributo alla durezza di cuore degli  uomini.  Per Gesù l’intenzione profonda a cui il matrimonio deve rifarsi è l’Alleanza, o se preferiamo la «fedeltà  senza tentennamenti».  È la medesima fedeltà che Gesù sta vivendo nella sua scelta messianica e che lo porterà sulla  Croce: una fedeltà definitiva e senza pentimenti, un’alleanza senza compromessi.  Unendosi alla sua donna, l’uomo  deve portare tutto se stesso, giocandosi completamente e definitivamente.  Ecco perché e a quali condizioni il matrimonio  diventa veramente una «sequela», cioè un luogo in cui l’amore del Cristo, la sua fedeltà, il suo servizio, in una  parola il «cammino» che egli ha percorso, tornano a trasparire.  Ma nel Vangelo di questa domenica c’è anche un  secondo esempio: Gesù, a differenza dei suoi discepoli, accoglie i bambini.  Con questo non soltanto si oppone alla  mentalità del tempo, ma addirittura anche alla mentalità dei discepoli: l’episodio tradisce infatti uno scontro: «I discepoli  li sgridarono…  Gesù vedendo ciò, si indignò…  ».  Con grande meraviglia dei discepoli, Gesù accoglie i bambini:  perde tempo con loro.  La serietà del suo cammino verso Gerusalemme non distrae Gesù dai piccoli.  Egli non ha cose  più importanti da fare. 

Che io sia sposato o viva la realtà del celibato per il Signore, è bene per me sostare in meditazione  di questo sacramento che è grande, come dice S.  Paolo.  Invera, infatti, fin dentro  la carne, quella chiamata alla comunione che, spogliandoci dalle spinte dell’egoismo ci prepara  a quel domani di luce che è il Giorno Eterno, l’unione con Dio gioia e amore infinito di  ogni uomo e ogni donna.

Il Santo Curato d’Ars

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di , 12 luglio 2009

Giovanni Maria VianneyGiovanni Maria Vianney, quarto di sei figli, nacque a Dardilly (Francia) l’8 maggio 1786, da Mathieu e da Marie Béluse.  La sua era una famiglia contadina di discrete condizioni, con una solida tradizione cristiana, prodiga nelle opere di carità.  Dopo lo scoppio della Rivoluzione francese il parroco di Dardilly prestò giuramento alla Costituzione civile del clero: ciò avrebbe significato per la famiglia Vianney non riconoscere l’autorità del Papa, per cui decisero di entrare nel circolo clandestino di un altro sacerdote “refrattario” alle idee rivoluzionarie. 

Nel 1809 giunse la chiamata alle armi nell’esercito napoleonico – allora impegnato su più fronti del continente – e il giovane ventitreenne fu costretto a partire.  Per diverse circostanze casuali riuscì a disertare e – sebbene ricercato – fu aiutato da alcune persone a nascondersi.  Fu ordinato sacerdote a Grenoble nel 1815.

Nel 1818 venne trasferito ad Ars – “l’ultimo villaggio della diocesi” – paese di circa duecentocinquanta abitanti prevalentemente di umili condizioni.  La gente non era atea o anticlericale, ma viveva una religiosità superficiale e banale, schiava dei propri comodi, talora mondani, secondo la mentalità dell’epoca.  I suoi anni ad Ars furono caratterizzati da una lotta serrata contro i vizi stigmatizzati dai predicatori dell’epoca come sintomi di secolarismo, quali il ballo, le osterie, la trascuratezza del precetto festivo.  Si avvertiva tra la gente di fatto il fenomeno di abbandono spirituale dovuto alla rivoluzione francese.

Egli spronò i suoi parrocchiani a condurre una intensa vita religiosa attraverso la partecipazione frequente ai sacramenti, in particolare all’Eucaristia; negli anni la fama della sua santità si diffuse, fu assai ricercato come confessore e direttore spirituale ed il piccolo villaggio di Ars divenne presto meta di pellegrinaggi. Giovanni Maria Battista Vianney fu beatificato l‘8 gennaio 1905 e poi canonizzato il 31 maggio 1925; venne dichiarato patrono dei sacerdoti di tutto il mondo. 

La gloria che la Chiesa gli ha attribuito scaturisce dalla santità della sua modesta vita, che trascorse accogliendo e facendo propri quei valori che gli erano stati donati.  Nell’umiltà di un apostolato impegnato e serio ha offerto la sua vita per la causa di Dio.   E diventato santo non perché è stato ricolmato di doni particolari, ma per la sua semplicità e umiltà di vita.  Egli ha santificato, per così dire, il tempo che ha vissuto, lo spazio in cui è stato e le persone che ha incontrato.  La santità del curato d’Ars risiede infatti nella quotidianità di un ministero perseverante e nella costante fedeltà al suo “bon Dieu”. 

In occasione del 150° anniversario della sua morte (1859) è stato indetto un Anno Sacerdotale dedicato alla sua figura, come «vero esempio di Pastore a servizio del gregge di Cristo». Lo stesso Benedetto XVI ha successivamente ricordato alcuni tratti fondamentali dell’insegnamento e del modello del curato d’Ars: la consapevolezza di essere, «in quanto prete», un «dono immenso per la sua gente»; la «totale identificazione» con ministero sacerdotale e la comunione con Cristo; la devozione per l’Eucaristia; l’«inesauribile fiducia nel sacramento della Penitenza».

La Parola della Domenica

di , 10 maggio 2009

At 9,26-51 Barnaba raccontò agli apostoli come durante il viaggio Paolo aveva visto il  Signore. 
Sai 21 A te la mia Icxje, Signore, nella grande assemblea. 
1Gv 3,18-24 Questo è il suo comandamento che crediamo e amiamo. 
Gv 15,1-8 Chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto. 

Per la seconda domenica consecutiva le letture ci invitano a fare dei fatti concreti e a non perderci in  parole inutili.  Può sembrare strano, stridente se andiamo a rileggere le prime parole del Vangelo di  Giovanni: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.  ” Tutto dunque sembra legato alla Parola, alle  parole, tante, di tanta gente, sacerdoti e laici, noi stessi come tutti gli altri.  Ma le parole del Vangelo di oggi, come pure gli  Atti e la lettera di Giovanni ci danno un insegnamento molto più preciso.  “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma  con i fatti e nella verità.  “.  Il messaggio di Gesù è un messaggio di amore e per poterlo diffondere occorre amare, amare il  prossimo, amare il coniuge, i figli, i familiari.  Non a parole, ma con i fatti.  Anche l’insegnamento che deriva dal brano cono-  sciutissimo della “vite e dei tralci” conclude con un insegnamento ben preciso: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi…  che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.  “. 

La migliore testimonianza di Cristo e del suo Amore è  quella di percorrere la via da lui tracciata, con i fatti, di rimanere come “tralci” attaccati alla “vite” in modo da portare frutto,  creare e dare nuovo amore.  Prendiamo questo insegnamento per le nostre famiglie: portare costantemente amore in famiglia, nella coppia, con i figli.  Il nostro impegno deve essere quello di trasformare la Parola in frutti, in azioni, in amore.  Se  riportiamo solo la Parola diamo una testimonianza a metà, emettiamo dei suoni.  Se realizziamo questo impegno, se il nostro essere è costantemente alla luce della Parola, rimaniamo attaccati alla vite e portiamo frutto, non solo per gli altri, ma  anche a noi stessi, a sostegno della nostra vita di fede. 

E il primo modo di portare un messaggio di amore è quello di amarci nella nostra coppia.  Ogni volta che doniamo amore all’interno della nostra famiglia, portiamo amore anche all’esterno,  mostriamo a noi stessi e a tutti gli altri l’Amore di Cristo.  E Gesù ci ha promesso che questo porterà frutto e “quello che  volete e vi sarà fatto”.  Forse tutte le nostre difficoltà, tutte le nostre incertezze derivano dalla scarsa fiducia che abbiamo in  queste parole e in questa promessa.  Ci pare sempre più facile dire delle parole, che non fare i fatti.  Ma il tti dalla nostra  vita.  La Parola è solo una: la sua!

La Parola della Domenica

di , 2 maggio 2009

4ª di Pasqua
At 4,8-12 In nessun altro c’è salvezza 
Sal 117 La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo. 
1Gv 3,1-2 Vedremo Dio così come egli è. 
Gv 10,11-18Il buon pastore dà la propria vita per le pecore… 

Il Vangelo che leggiamo oggi è notissimo e suscita in tutti noi ricordi che risalgono al primo catechismo,  alle prime esperienze sulla parola di Gesù.  Cosa può esserci di nuovo, quale insegnamento ne  possiamo trarre che già non sia stato reso evidente?  Il Pastore buono, che ama le pecore, infonde in  tutti noi un senso di fiducia.  Proviamo ammirazione per il Pastore che dà la sua vita per le pecore.  C’è  un Pastore che ci cura, siamo a posto, non ci sono più problemi…  Ma abbiamo mai visto, noi cittadini,  come si muove, come agisce un gregge di pecore?  Avete mai fatto caso che si muovono quasi tutte  all’unisono, tutte in gruppo, specie in presenza di un ostacolo o di un pericolo.  E sempre seguendo il  pastore, riconoscendone la voce, seguendone il passo.  E ora guardiamo un po’ dentro di noi, dentro le  nostre comunità e le nostre famiglie e facciamoci una domanda fondamentale: che gregge siamo?  Se  da un lato Gesù si propone come Pastore buono, attento, premuroso, dall’altro ci pare chiedere con  decisione che noi si sia un gregge mansueto e fedele.  Non ci chiede di essere “pecore”, ma gregge, sostegno  reciproco, unità di intenti e di meta.  Che gregge è la nostra comunità?  Seguiamo il Signore come  un gregge o come pecore sparse?  Gesù, “testata d’angolo”, “pietra angolare  scartata dai costruttori”, non ci chiede slanci di eroismo, ma di essere docili  e fedeli pecorelle, che si muovono insieme, che viaggiano insieme al suo  seguito, che ascoltano ogni momento la sua voce, ne seguono il richiamo.  Quanta differenza tra il pensiero e l’azione, l’insegnamento di Gesù e la nostra  applicazione.  Non ci riesce di essere gregge, non pecore, ma gregge.  La pecora  da sola ha tutti i limiti che la consuetudine popolare le attribuisce: timorosa,  pavida, imbelle.  Il gregge, fedele e coeso, ha forza, fedeltà, fiducia nel Pastore  e in se stesso.  Ma tant’è…  Siamo pecore e ci affanniamo a ruggire, ma  senza l’aiuto del Pastore esce solo un flebile belato. 

Per la revisione di vita:

  • Quando ci siamo sentiti al seguito di Gesù perché  parte di una comunità in cammino? 
  • Come manteniamo unito il “gregge” della  nostra famiglia o della nostra comunità? 
  • Con che mezzi? 
  • Quando ci siamo  sentiti “pecore smarrite” isolate dal gregge più che abbandonate dal Pastore?

La Parola della Domenica

di , 25 aprile 2009

Cristo risorto appare ai discepoli3ª di Pasqua
At 3,13-15.  17-19 Avete ucciso l’autore della vita,  ma Dio l’ha risuscitato dai morti. 
Sal 4 Risplenda su di noi Signore la luce del tuo volto 
1Gv 2,1-5 Gesù Cristo è vittima di espiazione per i nostri peccati e per quelli  di tutto il mondo. 
Lc 24,35-48 “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno.  ” 

Nel brano del Vangelo di oggi c’è un forte richiamo a seguire Gesù, ad essere testimoni della sua Resurrezione, ad essere  parte attiva della diffusione della Parola.  E’ Gesù stesso, risorto, che insegna i discepoli come fare, cosa dire, quali avvenimenti  testimoniare.  Non si può dire: “non lo sapevo”, “non avevo capito”.  Gesù risorto mangia insieme ai discepoli, non è un  fantasma.  La sua stessa presenza dà forza alla sua parola.  Non dice cose nuove, spiega, chiarisce, insegna.  Ma sembra tutto  nuovo.  Di diverso c’è la resurrezione: non sono più parole di un profeta, di un maestro, per quanto autorevole e preparato.  Adesso queste parole, le stesse pronunciate da Gesù durante la sua predicazione sono la Parola di Dio.  Ne abbiamo testimonianza,  ne siamo testimoni.  Bene, quindi basta ripeterle?  Raccontare a nostra volta le parole di Gesù, spiegare il suo insegnamento?  Molte volte forse questa è la nostra tentazione: ci è capitato di mettere in bella evidenza le parole giuste, al momento  giusto, nel posto giusto.  Ma l’apostolo Giovanni, che ha conosciuto Gesù, nella sua lettera ci chiarisce subito le idee: “Chi dice:  «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità.  ” Ecco il vero senso della testimonianza  cristiana.  Essere nella parola di Gesù, seguirlo nell’amore, nell’azione.  Tre momenti fondamentali: vedere, giudicare e  agire.  L’insegnamento odierno è proprio centrato sull’agire.  Essere testimoni di Cristo vuol dire soprattutto seguire i suoi insegnamenti:  poche parole, ma soprattutto fatti, azioni, amore è fondamentale applicare questo insegnamento.  Agire nell’amore,  raccontare Cristo con l’amore, testimoniare il suo Amore con il nostro.  Certo, abbiamo dei limiti, delle cadute, delle debolezze,  ma il cercare di imitare Gesù deve essere l’impegno di ogni momento della nostra vita.  Ci dobbiamo convincere che il mondo  intorno a noi cambierà per come ci comportiamo, per come siamo e non per le parole che raccontiamo.  Ecco, è il momento di  passare all’azione! 

E’ questo l’insegnamento di oggi.

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