Tag articolo: obbedienza

«Veramente quest’uomo era giusto!»

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di , 21 marzo 2016

Domenica delle Palme e della Passione del Signore anno c

Lc 22,14-23,56  NellaSlider-la-domenica-delle-palme prima domenica di Quaresima, alla fine del racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto abbiamo ascoltato questa precisazione lucana: «dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da Gesù fino al tempo fissato» (Lc 4,13). Ed eccoci giunti al tempo fissato, l’ora della passione, l’ora in cui Gesù è nuovamente tentato dal demonio ed è sottoposto a una prova terribile angosciosa: restare fedele al Padre, anche al prezzo di subire una morte violenta in croce, oppure percorrere altre vie, quelle suggerite dal demonio, che portano come promessa sazietà, potere, ricchezza, successo? La passione secondo Luca è davvero l’ora della grande tentazione non solo di Gesù, ma anche dei discepoli, dunque della chiesa…

Proprio durante la cena pasquale, quando Gesù anticipa con dei gesti sul pane e sul vino e con delle parole ciò che gli sarebbe accaduto nelle ore successive, proprio quando svela che la sua è una vita donata, spesa, offerta fino all’effusione del sangue per i discepoli, questi mostrano di entrare in tentazione e di essere sedotti.

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Gesù, tentato come noi

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di , 11 febbraio 2016

1-avv[1] È la prima domenica del tempo di Quaresima, tempo severo ma “favorevole” (2Cor 6,2) per il cristiano: soprattutto, tempo di lotta contro le tentazioni. Per questo la chiesa all’inizio di questo tempo ci offre sempre il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto, tentazioni che secondo Luca saranno sempre presenti nella sua vita, fino alla fine (cf. Lc 23,35-39). Anche Gesù sapeva che sta scritto: “Figlio, se vuoi servire il Signore, preparati alla tentazione” (Sir 2,1). Gesù era stato immerso nel Giordano dal suo maestro Giovanni il Battista, e durante quell’immersione lo Spirito santo era sceso su di lui dal cielo aperto, mentre la voce del Padre gli diceva: “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,22).

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Gesù, un “Re al contrario”

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di , 22 novembre 2015

XXXIV domenica del tempo Ordinario B, 22 novembre 2015
Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo Gv 18,33b-37

ImmaginePilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei? ». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me? ». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto? ». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re? ». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

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Festa del SS.Corpo e Sangue di Cristo

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di , 6 giugno 2015

corpo di cristo  Letture: Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26 Una Parola che è come un pane per nutrire l’esistenza

1 «Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore». All’inizio di quella complessa realtà che noi siamo soliti chiamare ‘Parola di Dio’ c’è dapprima una esperienza, una storia. C’è, per esempio, la vicenda esemplare di un uomo come Mosè, allevato alla corte del faraone, travolto dalla paura per aver ucciso un egiziano, fuggiasco nel deserto, pastore di un gregge che non gli appartiene, adoratore di quel Dio che era stato il Dio dei suoi antenati, scoperto oltre il deserto, in una fiamma ardente. A questo pastore viene affidato il compito di condurre alla libertà una massa di schiavi rassegnati e stanchi, capaci solo di levare al cielo rumorose grida. Ma sembra che Dio ascolti più il grido degli oppressi, che le devote preghiere senza storia e senza dramma, e Mosè accetta questo incarico perché Dio stesso gli ha parlato. Come e quando gli ha parlato? In una lingua a noi incomprensibile: «Vi furono lampi, unanuvola densa sul monte e un suono fortissimo di corno» (Es 19,16). E ancora: «Il monte Sinai era tuttofumante…tutto il monte tremava molto.
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Domenica di pentecoste

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di , 22 maggio 2015

16_PentecAAl prendere dimora del Padre e del Figlio e all’invio dello Spirito si aggiungono i doni che Cristo elargisce ai discepoli al momento di lasciarli. In primo luogo la pace. Perché i discepoli sappiano di che si tratta, Gesù afferma, e lo ripete chiaramente, che è la sua pace quella che egli dà ai suoi. Altrimenti, quanto facili sarebbero qui le illusioni e le false speranze! È la pace di colui che sulla terra non aveva dove posare il capo, e che è dovuto andare sulla croce. Prosegui la lettura 'Domenica di pentecoste'»

Giovanni, il testimone della luce

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di , 15 dicembre 2014

b58e7fd7a40a7275abaa085ba2a2243d  14 dicembre III domenica di Avvento, annata B  (Gv 1,6-8.19-28)

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare t    estimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Tu, chi sei? “. Egli confessò e non negò. Confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia? “. “Non lo sono”, disse. “Sei tu il profeta? “. “No”, rispose. Gli dissero allora: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso? “. Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta? “. Giovanni rispose loro: “Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”.

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Francesco ai giovani: «Dovete vivere, non vivacchiare»

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di , 4 dicembre 2013

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«Non spettatori ma protagonisti» nelle «sfide» del mondo contemporaneo. Non mediocri o annoiati, non omologati. «Non si può vivere senza guardare le sfide», «non state al balcone, lottate per dignità e contro la povertà». Questo lo stile di vita che il papa latinoamericano ha proposto ai giovani, celebrando nella basilica vaticana i vespri di Avvento, primo incontro con gli universitari degli atenei romani del suo pontificato.

«Vivere, mai vivacchiare», ha detto, e «non lasciatevi rubare l’entusiasmo giovanile». Gli studenti delle università romane, in particolare quelle pontificie, sono uno spaccato di giovani da diverse parti del mondo. Incontrandoli oggi, in un contesto liturgico e di preghiera, papa Bergoglio ha lanciato alcuni messaggi, sulla linea di altri incontri con i ragazzi, come, tra gli altri, quello con i giovani argentini, a Rio, nell’ambito della Giornata mondiale della gioventù.

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La Parola della Domenica

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di , 25 marzo 2012

Prima Lettura (Ger 31,31-34) Concluderò un’alleanza nuova e non ricorderò più il peccato.
Salmo Responsoriale (Sal 50) Crea in me, o Dio, un cuore puro.
Seconda Lettura (Eb 5,7-9) Imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza eterna.
Vangelo (Gv 12, 20-33) Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto.

Nella liturgia di questa domenica celebriamo l’ora di Gesù, della sua glorificazione che non avviene come gli uomini avrebbero voluto, ma nell’amore e nell’obbedienza, L’ora di Gesù, non ci sono dubbi, è l’ora del passaggio di Cristo da questo mondo al Padre. Nella prima lettura il profeta Geremia ci annuncia come per noi ci sarà una nuova alleanza, il Signore farà con noi una alleanza non più scritta su pietra ma metterà dentro di noi la sua legge, la metterà nel nostro cuore, non avremmo più bisogno di studiare ma solo ascoltare quello che il Signore ci dice. Questa nuova alleanza potrà avvenire solo attraverso la morte e risurrezione del Cristo salvatore, il Signore non ricorderà più i nostri peccati, perché attraverso l’amore tutto viene perdonato. Nel salmo responsoriale l’uomo chiede al Signore di “creargli un cuore puro” capace di amare veramente, gli chiede perdono di tutti i suoi peccati e di concedergli il suo Spirito, promette di annunciare a tutte le genti, con umiltà, le sue vie affinché esse possano tornare a Lui. Nella lettera agli ebrei, seconda lettura, ci viene presentato un Cristo che nell’ora della morte si manifesta non come un Dio, non affronta la morte con la forza, ma in tutta la sua umanità, chiede nell’ora suprema di allontanare da lui la prova del suo sacrificio, sente tutta la miseria della morte che solo lui che conosce tutto può comprendere sino in fondo e l’offre al Padre nell’obbedienza più completa. Obbedienza significa ascoltare quello che il Signore ci dice e seguire, in piena libertà, la sua volontà. Obbedire al Signore non significa fare solo quello che lui ci dice, ma seguirlo con gioia nell’amore. Nel Vangelo l’apostolo Giovanni racconta di alcuni greci che, saliti per il culto nella festa, chiedono a Filippo di vedere Gesù e si sentono risponde che ormai l’ora della glorificazione è giunta ed la sua morte è come il chicco di grano che caduto sulla terra dovrà essere macerato dalla terra stessa e morire per portare frutto. Così anche il Cristo porterà la salvezza a tutti gli uomini solo con la sua morte, segno non di glorificazione ma di sconfitta. Sulla croce Cristo non cerca la sua glorificazione ma la glorificazione dell’Amore. Nell’ora della morte tutti se ne vanno non resta nessuno, solo Giovanni oltre le donne, perché aveva compreso quello che gli altri non erano riusciti a vedere, infatti Filippo comprenderà tutto solo con la Risurrezione. Nell’ora della sua morte gli uomini comprenderanno e lo conosceranno, il Cristo innalzato attirerà a sé tutti gli uomini. Il messaggio incarnato di Cristo e la legge fondamentale che noi oggi dobbiamo assumere e incidere nel nostro cuore, affinché diventi regola di vita, riferimento sicuro di ogni nostra scelta, unica cifra spendibile e credibile della nostra testimonianza cristiana. Anche a noi, abituati a vedere nelle nostre chiese il Crocifisso forse vorremmo che la salvezza fosse avvenuta diversamente. Ma la nostra salvezza avverrà solo se nei momenti quando la croce si presenta sapremo prenderla e portarla con il Cristo. [C.P.M.]

La Parola della Domenica

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di , 11 febbraio 2012

7ª del Tempo Ordinario
Prima Lettura (Lv 13,1-2.45-46) Il lebbroso se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento.
Salmo Responsoriale (Sal 31) Rit: Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.
Seconda Lettura (1Cor 10,31-11,1) Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo.
Vangelo (Mc 1,40-45) La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Oggi le letture proposte dalla liturgia utilizzano una parola predominante (e, nello stesso  tempo ripetuta con ossessione): lebbra e lebbroso.  Viene messa in luce come questa lebbra  passa da una malattia fisica ad una malattia sociale.  E’ un po’ come dire che oltre all’umiliazione  di una malattia classificata tra le peggiori esiste anche una “beffa” ulteriore consistente  nell’isolamento dalle altre persone.  I brani hanno anche oggi lo scopo di farci riflettere sulla  nostra “qualità”di vita e sul nostro modo di comportarci.  Perciò tutte le volte che teniamo  qualcuno lontano lo trattiamo da “lebbroso” e questo può avvenire anche nella nostra comunità,  quando manca un vero rapporto.  Altre volte siamo proprio noi ad avere un atteggiamento  simile, a volte siamo proprio noi a comportarci da lebbrosi isolandoci dagli altri.  Queste  situazioni intristiscono la nostra vita, la rendono amara tanto che se perdurasse per troppo tempo potrebbe crearci  problemi ed ostacoli per un pieno e completo recupero dell’armonia.  Non ha nome né volto il lebbroso, perché è ogni uomo, voce di ogni creatura.  Con tutta la discrezione di cui è capace  dice solo: se vuoi, puoi guarirmi.  Il suo futuro è appeso ad un ‘sé seminato nel cuore di Dio.  A nome nostro il lebbroso  chiede: che cosa vuole Dio per me?  Cosa vuole da questa carne sfatta, da questo corpo piagato, da questi anni di  dolore?  Gli scribi di ogni epoca ripetono che il dolore è punizione per i peccati, o maestro di vita, o imperscrutabile  volontà di Dio.  Per loro Giobbe è un caso teologico.

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La Parola della Domenica

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di , 13 febbraio 2011

6ª del Tempo Ordinario
Sir 15,16-21   A nessuno ha comandato di essere empio
Sal 118   Beato chi cammina nella legge del Signore
lCor 2,6-1Q   Dio ha stabilito una sapienza prima dei secoli per la nostra gloria
Mt 5,17-37   Così fu detto agii antichi, ma io vi dico

La liturgia eucaristica di questa domenica ha come tema centrale i comandamenti, norme di vita rivelate al popolo eletto e norme di vita iscritte nel cuore di ogni uomo che voglia vivere un’autentica libertà. La libertà, infatti, come dirà anche Paolo, non può essere un pretesto per realizzare, sempre e comunque, i propri desideri, le proprie ambizioni e i propri progetti, anche a scapito degli aitri, ma, al contrario, se è autentica, essa è la capacità di armonizzarsi con la libertà degli altri in un vivere civile e sociale pacifico e solidale, un vivere che, secondo il progetto di Dio, è guidato e animato dall’amore reciproco. Di questa fondamentale legge morale ed etica, ci parla anche il libro sapienziale del Siracide. I comandamenti, legge che Dio ha dato all’uomo, non sono un peso opprimente ma l’espressione dell’amore del Padre che tutela i suoi figli e li guida nel cammino della vita. Affinché esso sia un giusto cammino è chiesto all’uomo di accogliere con fiducia la parola del suo Dio perché essa è parola di vita; l’unica che veramente tuteli il vivere di ognuno nella grande comunità degli uomini. Tuttavia, l’obbedienza alla legge non può essere una coercizione. Dio non usa la forza, ma rispetta la libertà di ognuno Sta, dunque all’uomo scegliere il proprio destino di vita o di morte, di accoglienza di Dio e della sua parola che salva e dà la vita, oppure un destino di morte e di disamore lontano dal suo Creatore e Padre. La piena osservanza delia legge, l’obbedienza totale e convinta della parola di Dio, infatti, è un’obbedienza che parte dal cuore ed è ciò di cui ci parla, in questa domenica, il passo del Vangelo di Matteo che è parte del lungo discorso di Gesù sulle beatitudini. Gesù attacca la degenerazione dell’osservanza in freddo legalismo: un’osservanza formale, ormai priva di fede viva e di sincero amore, perché l’amore, appunto, è il ” compimento” al quale il Signore si riferisce. Il compimento della legge di cui Cristo parla è sinonimo di pienezza, quella pienezza che è il senso profondo della legge di Dio, riconosciuta, accolta e amata come dono che ci fa veramente uomini liberi, persone che agiscono con intelligenza e saggezza, anzi, con sapienza, come l’apostolo Paolo scrive; sapienza ci è donata in ogni parola rivelata. Ed ecco l’insegnamento di Cristo: non esiste infatti solo l’omicidio, a dare la morte fisica. Esiste anche l’odio, l’ira, la vendetta, il giudizio che, screditando, uccide; esiste il sospetto, la diffamazione; esiste il disprezzo e tutto quanto l’inimicizia e la mancanza d’amore generano, inquinando pesantemente i rapporti umani. E Gesù è inesorabile quando si agisce contro l’amicizia e l’amore, quell’amore che ci rende somiglianti a Dio, e cresce fino a renderci capaci di misericordia e perdono. E’ un amore che non ammette deroghe quello di cui Cristo parla, e che sta a fondamento di tutta la legge. Nessuna offerta, infatti, è gradita a Dio se chi presenta il suo dono non è capace di amare il suo prossimo. Infatti, son le cose che escono dal cuore quelle che contaminano l’agire umano, è sempre il cuore quello che deve esser risanato dalla capacità di amare veramente; e amare significa donazione di sé, una donazione incondizionata, sincera profonda e fedele. Amare, non è possedere l’altro per il proprio piacere ma donarsi senza limiti, realizzando una profonda comunione che oltrepassa la sfera del corpo e diventa affinità interiore, in un legame che dura nel tempo, e, spesso, vorrebbe oltrepassarlo. Sta all’uomo scegliere il proprio destino che inizia già nel tempo e la sua scelta è tra la vita e la morte, tra il bene e il male, la scelta fondamentale di tutta la nostra esistenza è nella nostra libertà: o con Dio, in Cristo, o lontano da lui, privi della vera libertà e di amore, quell’amore che pacifica e salva, ora nel tempo e poi per sempre, [omelia Frati Capuccini]

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