Tag articolo: parabola

La mano di Cristo, il pastore buono

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di , 17 aprile 2016

IV domenica di Pasqua  Gv 10,27-30 27

unnamedLe mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola». Il capitolo 10 del vangelo secondo Giovanni contiene una lunga discussione tra Gesù e alcuni farisei che egli dichiara in una situazione di peccato, perché credono e dicono di vedere mentre in realtà non vedono e non operano un discernimento circa l’identità di Gesù e la qualità della sua azione (cf. Gv 9,40-41). Con una parabola Gesù cercare di rivelare loro come egli non sia un ladro ma sia il pastore che entra ed esce attraverso la porta dell’ovile, non in incognito, il pastore che cammina davanti a pecore che lo seguono perché riconoscono la sua voce. Prosegui la lettura 'La mano di Cristo, il pastore buono'»

11° Domenica del Tempo Ordinario (anno )

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di , 16 giugno 2015

imagesLetture: Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34 «

Io innalzo l’albero bBasso» 1 «Camminiamo nella fede e non nella visione». Il brano di San Paolo che oggi viene proposto alla nostra meditazione sembra mettere in tensione due poli: da una parte «l’abitare nel corpo», e dall’altra «l’abitare presso il Signore». S.parla di lontananza, di esilio, e tutto farebbe pensare ad una corsa veloce verso una fine imminente, dove ogni realtà terrestre verrà assorbita nella visione di Dio. Come se la storia, con i suoi drammi e le sue tragiche domande, non esistesse. Come se fosse del tutto irrilevante fermarsi per strada per prendersi cura dell’ennesima vittima dei mercanti di morte. Abitare nella compagnia degli uomini, curvarsi sulle loro ferite, sarebbe come rinunciare a porre la questione del fine ultimo e del possibile approdo verso un al di là, un oltre, che travalichi gli stretti orizzonti degli affanni quotidiani e delle urgenze interminabili? Prosegui la lettura '11° Domenica del Tempo Ordinario (anno )'»

“Vegliate”

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di , 3 dicembre 2014

images.jpg 1 Domenica di avventoPrima domenica di Avvento, anno B
Commento al Vangelo di Enzo Bianchi – Mc 13,33-37

Entriamo nel tempo dell’Avvento (adventus,  venuta), ascoltando le ultime parole del discorso  escatologico di Gesù nel vangelo secondo Marco (cf. Mc 13,1-37). Un discorso che Gesù aveva iniziato rivolgendosi ai quattro discepoli chiamati per primi e più coinvolti nella sua vita – Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (cf. Mc 13,3-4) –, e che ora egli termina indirizzandosi “a tutti”, con un’esortazione impellente: “Vegliate!”. Questo imperativo appare nel nostro brano come un ritornello incessante, accanto all’altro: “Guardate!” (cf. Mc 13,5.9.23). Tutte le parole di Gesù, e soprattutto la parabola dell’uomo partito per un lungo viaggio, sono finalizzate al comando del vegliare. Ma cosa significa vegliare? Vuol dire “stare svegli”, stare con gli occhi aperti, “fare attenzione”, come traduce la versione italiana

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Talenti: “Non ricchezze personali ma doni d’amore”

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di , 15 novembre 2014

il-tributo-di-cesareQuesta Parabola, nella economia del capitolo 25 di Matteo, sta in mezzo tra la parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13) e la parabola del giudizio finale (Mt 25,31-46). Tutte e tre parlano del Regno di Dio, all’inizio come attesa nella vigilanza previdente, poi come responsabilità e impegno dei doni ricevuti che, ultimo tema, non sono orientati a se stessi ma messi a servizio degli altri, soprattutto nella accoglienza degli ultimi. Interessante è il linguaggio e la tipologia dell’oggetto della parabola mutuato dal mondo degli affari, molto concreto che non lascia spazio alla spiritualità o alla religiosità: beni, talenti, investire, impiegare, guadagnare, denaro, conti, potere, banchieri, interesse. Sembra che Matteo voglia suggerire che la Fede non è un sentimento pio e devoto, neppure una appartenenza religiosa o la partecipazione al culto, a dei riti, quanto un agire coraggioso nella storia degli uomini, con gli strumenti umani, mettendo a rischio se stessi e le proprie cose. La parabola parla proprio di una specifica vocazione: chiamò i suoi servi per consegnare i suoi beni. Neppure si tratta di un affidamento temporaneo o in custodia, ma proprio di una consegna. S.potrebbe quantizzare la somma (enorme) che ognuno ha ricevuto e riferirlo all’oggi ma non è di grande importanza perché i talenti sono un pretesto, uno stratagemma, l’oggetto della parabola è il comportamento dei servi, le loro capacità, la fiducia, l’iniziativa, l’intraprendenza. La differenza di quanto è ricevuto corrisponde alle capacità di ciascuno, dunque quell’uomo conosce i suoi servi ma adesso li lascia completamente liberi, non dà indicazioni, istruzioni o compiti, piuttosto piena fiducia, semplicemente consegnando ciò che è suo alla libera iniziativa di ciascuno. La partenza dell’uomo ne è il segno. La libertà è qualcosa che si ha “dentro”, è coscienza di se stessi. Nessuno è libero se non è padrone di se stesso (Epitteto) e di ciò che possiede. I servi che subito andarono a “lavorare nei talenti” ricevuti hanno preso coscienza della propria libertà ma anche di ciò che è diventato di loro proprietà. Comprendono che quell’uomo ha fatto un gesto di fiducia e libertà che merita una risposta feconda. È proprio la commistione tra libertà e possesso che genera iniziativa e l’agire responsabile. Non è semplice né immediato, richiede equilibrio perché non ci sia sopravvento di libertà o di possesso (non solo di ciò che è materiale), neppure presunzione dell’uno o dell’altra; non di rado occorre saper remare con fatica controcorrente a un pensiero dominante. Tanti disastri nella storia dell’uomo (e nella nostra) derivano proprio dalla discrasia tra libertà e proprietà, specialmente di ciò che riteniamo di tutti o di nessuno, a iniziare dai beni della terra e lo stesso pianeta, la sua terra, i mari, l’aria, il sottosuolo, le sue risorse. Il terzo servo va a seppellire ciò che ha ricevuto, sente bisogno di conservarlo con cura perché non lo ritiene suo ma di quel padrone, un uomo duro, di cui ha paura. Mentre gli altri servi, nel rendere conto, semplicemente raccontano ciò che hanno fatto e mostrano il guadagno, il terzo restituisce ciò che ha ricevuto al padrone: ecco ciò che è tuo. L’idea che quel servo si è fatta del suo signore non corrisponde alla considerazione che invece ne hanno gli altri, non crede alla sua generosità, alla gratuità, anzi lo ritiene avido di ciò che non gli appartiene. L’immagine che ha di se stesso è quella delservo-schiavo e non del servitore-erede. Non ha avuto fiducia né nel padrone né in se stesso, insieme al denaro ha seppellito la sua vita, è rimasto al buio, nella solitudine. Non ha neppure considerato la possibilità di condividere con altri ciò che ha ricevuto: avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri. È il comportamento di chi dice: “Non faccio male a nessuno, non rubo, non ho ucciso”, ma si è privato della dimensione d’amore. «Sotterrando il tuo oro, tu in realtà hai sotterrato il tuo cuore. Sì, tu sei povero, non possiedi alcun bene: sei povero d’amore, povero di bontà, povero di fede in Dio, povero di speranza eterna» (San Basilio). Quello che influisce nella nostra vita, e non solo nel suo aspetto spirituale e religioso, è l’idea che ci siamo fatti di Dio, del suo volto. I farisei immaginavano Dio come un Giudice severo e le persone valevano davanti a lui in base ai meriti conquistati con le osservanze. Questa immagine di Dio senza amore toglie libertà, ingenera paura e impedisce la crescita umana. Ma Dio non è così: «Perché avete paura, gente di poca fede? » (Mt 8,26). “Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone il castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,18-19). L’amore mette in moto la vita, ci fa stare in piedi per accettare la responsabilità della vita senza nascondigli, senza paura ma con coraggio, passione e intraprendenza.

XXVIII domenica del tempo Ordinario, ANNO A

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di , 11 ottobre 2014

Parola della DomenicaProclamando la buona notizia che racconta e fa conoscere Dio, Gesù non ricorre a grandi definizioni, non spiega complesse dottrine, ma preferisce presentare a chi lo ascolta delle immagini, degli eventi della vita umana, e indicare in essi una dinamica che illustra l’agire di Dio e degli esseri umani. La parabola prevista oggi dalla liturgia ci parla di un re che vuole celebrare le nozze di suo figlio. S.in questo evento si deve riscontrare una somiglianza con il regno dei cieli (“Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio”), allora quel re non può che essere Dio e suo Figlio è Gesù, mandato nel mondo per trovare la sua sposa, l’umanità. Siamo di fronte alla realizzazione del progetto, del sogno di Dio già annunciato più volte dai profeti nell’Antico Testamento (cf. Os 2,16-25; Is 54,5, ecc. ): Dio avrebbe celebrato le nozze con l’umanità, attraverso un’alleanza definitiva, eterna, e ormai Gesù è in procinto di compiere queste nozze, è lui lo Sposo atteso (cf. Mt 9,15). Ancora una volta, dunque, Dio manda i suoi servi

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XXVI domenica del tempo Ordinario, anno A

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di , 27 settembre 2014

Parola della DomenicaIl testo del vangelo odierno è molto breve: una parabola di due versetti, e altri due versetti che contengono considerazioni di Gesù sui destinatari delle sue parole. La parabola è inquadrata da due domande, quella finale (“Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? “) e quella introduttiva (“Che ve ne pare? “), presente anche altrove (Mt 18,12). Gesù intende intrigare, coinvolgere quanti lo ascoltano – in questo caso “i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo” (Mt 21,23) –, suscitando la loro risposta. Sono dunque importanti non solo le sue parole, ma anche le parole dei suoi ascoltatori, quelli di allora e quelli di adesso, noi! Cerchiamo pertanto di ascoltare, di pensare, di indagare e di rispondere in verità.

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XXV domenica del tempo ordinario – anno A

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di , 19 settembre 2014

Parola della DomenicaC’è una giustizia umana, che noi uomini cerchiamo, approfondiamo, sperimentiamo e tentiamo di instaurare nella nostra vita sociale, nelle relazioni con gli altri. È una giustizia che merita non solo attenzione, ma che va realizzata affinché sia possibile la convivenza in una certa condizione di pace. Questa dunque, che fa parte delle “realtà penultime” (Dietrich Bonhoeffer) in cui siamo immersi, è decisiva e non va sminuita. Purtroppo oggi – tutti ne siamo convinti – tale giustizia umana è contraddetta in molti modi e non è più ritenuta vincolante.

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Il Papa in udienza a San Pietro “Vergognarsi è salutare… Gesù riceve, ed è più buono dei preti”

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di , 19 febbraio 2014

9d8f32e483Vergognarsi è “salutare” perché rende “umili” e la confessione, “sacramento della guarigione”, per i cristiani, è l’occasione per liberarsi, davanti a Dio e ai fratelli, di un “peso dell’anima”. Così il Papa all’udienza generale in piazza San Pietro, proseguendo un ciclo di catechesi sui sacramenti.

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Ascoltare e non mettere in pratica la Parola di Dio fa male

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di , 5 dicembre 2013

600910_649720378411734_96035006_n«Chi pronuncia parole cristiane senza Cristo, cioè senza metterle in pratica, fa male a se stesso e agli altri, perché è vinto dall’orgoglio e causa divisione, anche nella Chiesa». E’ questo, in sintesi, quanto ha affermato Papa Francesco, stamani, durante la Messa presieduta nella Cappella di Santa Marta: ascoltare e mettere in pratica la parola del Signore è come costruire la casa sulla roccia.  Papa Francesco spiega la parabola evangelica proposta dalla liturgia del giorno.

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Il Papa ai fedeli: chi pratica la misericordia non teme la morte

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di , 28 novembre 2013

943012_400928876705563_97133337_nCirca 50 mila fedeli oggi in Piazza San Pietro per l’udienza generale, nonostante la giornata molto fredda. Il Papa ha fatto innanzitutto i complimenti ai pellegrini presenti: “perché voi siete coraggiosi con questo freddo in piazza! Complimenti, tanti!”.

 

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