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VI Domenica di Pasqua

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di , 9 maggio 2015

PasqA6-w2Letture: At 10,25-26.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

Tutto si risolve solo nell’amore
«In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui». Un tempo molti pensavano che la salvezza fosse ‘meritata’ dalle opere compiute. S.passava la vita ad acquistare meriti per assicurarsi il paradiso. E molti altri, tra i quali il nostro fratello Martin Lutero, leggendo in modo attento le Sacre Scritture, ci hanno fatto comprendere che la verità non era esattamente questa. «A nulla valgono le opere – dicevano –; ci si salva solo mediante la fede». Abbiamo impiegato un po’ di tempo, con dispute infinite e con divisioni laceranti, e alla fine abbiamo ammesso che doveva essere proprio così. Ma abbiamo cambiato solo il vocabolario, non la comprensione della questione. Molti continuano a pensare la fede come ad un’opera. Tant’è che si diceva – e si dice ancora – «Io ho la fede, e dunque mi salvo; ma che ne sarà di coloro che non hanno la fede?

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Messaggio del Santo Padre per la XX giornata mondiale del malato

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di , 11 febbraio 2012

«Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato! » (Lc 17,19)
Cari fratelli e sorelle! In occasione della Giornata Mondiale del Malato, che celebreremo il prossimo 11 febbraio 2012, memoria della Beata Vergine di Lourdes, desidero rinnovare la mia spirituale vicinanza a tutti i malati che si trovano nei luoghi di cura o sono accuditi nelle famiglie, esprimendo a ciascuno la sollecitudine e l’affetto di tutta la Chiesa. Nell’accoglienza generosa e amorevole di ogni vita umana, soprattutto di quella debole e malata, il cristiano esprime un aspetto importante della propria testimonianza evangelica, sull’esempio di Cristo, che si è chinato sulle sofferenze materiali e spirituali dell’uomo per guarirle. 1. In quest’anno, che costituisce la preparazione più prossima alla Solenne Giornata Mondiale del Malato che si celebrerà in Germania l’11 febbraio 2013 e che si soffermerà sull’emblematica figura evangelica del samaritano (cfr Lc 10,29-37), vorrei porre l’accento sui «Sacramenti di guarigione», cioè sul Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione, e su quello dell’Unzione degli Infermi, che hanno il loro naturale compimento nella Comunione Eucaristica.
L’incontro di Gesù con i dieci lebbrosi, narrato nel Vangelo di san Luca (cfr Lc 17,11-19), in particolare le parole che il Signore rivolge ad uno di questi: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato! » (v. 19), aiutano a prendere coscienza dell’importanza della fede per coloro che, gravati dalla sofferenza e dalla malattia, si avvicinano al Signore. Nell’incontro con Lui possono sperimentare realmente che chi crede non è mai solo! Dio, infatti, nel suo Figlio, non ci abbandona alle nostre angosce e sofferenze, ma ci è vicino, ci aiuta a portarle e desidera guarire nel profondo il nostro cuore (cfr Mc 2,1-12).

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Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2011

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di , 26 febbraio 2011

“Con Cristo siete sepolti nel Battesimo, con lui siete anche risorti” (cfr Col 2,12)
Presentiamo da questa settimana il testo del messaggio del Papa Benedetto per la prossima quaresima, perché meditando le parole del Santo Padre iniziamo a preparare questo tempo importante del nostro cammino.

Cari fratelli e sorelle, 

la Quaresima, che ci conduce alla celebrazione della Santa Pasqua, è per la Chiesa un tempo liturgico assai prezioso  e importante, in vista del quale sono lieto di rivolgere una parola specifica perché sia vissuto con il dovuto impegno.  Mentre guarda all’incontro definitivo con il suo Sposo nella Pasqua eterna, la Comunità ecclesiale, assidua  nella preghiera e nella carità operosa, intensifica il suo cammino di purificazione nello spirito, per attingere con  maggiore abbondanza al Mistero della redenzione la vita nuova in Cristo Signore (cfr Prefazio I di Quaresima).  1.  Questa stessa vita ci è già stata trasmessa nel giorno del nostro Battesimo, quando, “divenuti partecipi della  morte e risurrezione del Cristo”, è iniziata per noi “l’avventura gioiosa ed esaltante del discepolo” (Omelia nella  Festa del Battesimo del Signore, 10 gennaio 2010).  San Paolo, nelle sue Lettere, insiste ripetutamente sulla singolare  comunione con il Figlio di Dio realizzata in questo lavacro.  Il fatto che nella maggioranza dei casi il Battesimo  si riceva da bambini mette in evidenza che si tratta di un dono di Dio: nessuno merita la vita eterna con le proprie  forze.  La misericordia di Dio, che cancella il peccato e permette di vivere nella propria esistenza “gli stessi sentimenti  di Cristo Gesù” (Fil 2,5), viene comunicata all’uomo gratuitamente.  L’Apostolo delle genti, nella Lettera ai Filippesi, esprime il senso della trasformazione che si attua con la partecipazione  alla morte e risurrezione di Cristo, indicandone la meta: che “io possa conoscere lui, la potenza della sua  risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla  risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11).  Il Battesimo, quindi, non è un rito del passato, ma l’incontro con Cristo che  informa tutta l’esistenza del battezzato, gli dona la vita divina e lo chiama ad una conversione sincera, avviata e  sostenuta dalla Grazia, che lo porti a raggiungere la statura adulta del Cristo.  Un nesso particolare lega il Battesimo alla Quaresima come momento favorevole per sperimentare la Grazia che  salva.  I Padri del Concilio Vaticano II hanno richiamato tutti i Pastori della Chiesa ad utilizzare “più abbondantemente  gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale” (Cost.  Sacrosanctum Concilium, 109).  Da sempre,  infatti, la Chiesa associa la Veglia Pasquale alla celebrazione del Battesimo: in questo Sacramento si realizza quel  grande mistero per cui l’uomo muore al peccato, è fatto partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo  stesso Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti (cfr Rm 8,11).  Questo dono gratuito deve essere sempre ravvivato  in ciascuno di noi e la Quaresima ci offre un percorso analogo al catecumenato, che per i cristiani della Chiesa  antica, come pure per i catecumeni d’oggi, è una scuola insostituibile di fede e di vita cristiana: davvero essi  vivono il Battesimo come un atto decisivo per tutta la loro esistenza.  (Continua)

La Parola della Domenica

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di , 15 gennaio 2011

2ª del Tempo Ordinario
Is 49,3.5–6   Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza
Sal 39   Ecco Signore, io vengo per fare la tua volontà
1 Cor 1,1–3   Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo
Gv 1,29-34   Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo

Con il Vangelo di questa Domenica ci troviamo di fronte ad una delle più potenti costruzioni Cristologiche di  Giovanni, tutta incentrata sulla figura dell’agnello (cioè della vittima dell’espiazione) che si fa carico (cfr.  Is  53,4 e 53,12) del peccato del mondo, di quel male che inside alla radice la stessa struttura del mondo e che  l’uomo, da solo, neanche con l’intera sua buona volontà è in grado di redimere.  Per togliere il peccato del  mondo l’Agnello prende su di sé in espiazione surrogatoria le conseguenze del peccato, e così toglie ogni  effetto al peccato, o meglio alla colpa del peccato, lo mette da parte; perciò l’espressione riunisce in sè le  due cose, l’assunzione del peso e la sua eliminazione..  Non è erudizione filologica fine a se stessa.  Con  questa espressione, infatti, i due Giovanni intendono riferirsi sia al quarto carme del Servo del Signore (Is  53,1-12), sia all’agnello espiatorio di Lev 14, 12-13, sia infine all’agnello pasquale (Es 12, 1-14; Gv 19,36)  che diventa il simbolo della redenzione di Israele.  L’atto di eliminare il peccato del mondo non si comprende  dunque se non viene inserito in un progetto di redenzione che può avvenire solo attraverso l’espiazione vicaria,  fatta cioè per la salvezza di tutti, di una vittima.  Il tutti di questa salvezza non ha limiti né geografici né  cronologici: è per questo che (v. 30) Giovanni può dire che dopo di lui “viene un uomo che è avanti a me,  perché era prima di me”.  L’atteggiamento del Battista è quello di colui che non conosce i disegni di Dio, ma  è chiamato ad annunciarli, progredendo contemporaneamente in un cammino di fede.  Questo è anche il  compito della nostra evangelizzazione.  Il brano è costruito su due parti, che sono costituite dalle due dichiarazioni  di Giovanni il Battista.  Nella seconda parte, che inizia al v.32, Giovanni rende testimonianza della  presenza dello Spirito su Gesù.  Compare per la seconda volta l’espressione Io non lo conoscevo, ma…  (v.33), tipica frase che indica un progressivo disvelarsi della conoscenza che culmina nel riconoscimento di  Gesù come il Figlio di Dio (espressione che significa che egli è il Divino).  Gesù come redentore deve passare  attraverso la sua passione; solo così potrà battezzare nello Spirito (v.33).  Infatti, solo dopo essere stato  elevato, egli ha la facoltà di santificare per mezzo dello Spirito (L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere  lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo).  E’ così che la croce diventa davvero il simbolo più evidente  tanto del peccato del mondo quanto della sua stessa redenzione.

La Parola della Domenica

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di , 12 dicembre 2010

3ª di Avvento
Is 35, 1- 6a .8a.10   Ecco il vostro Dio, egli viene a salvarvi.
Sal 145   Vieni, Signore, a salvarci!
Gc 5, 7- 10   Rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.
Mt 11, 2-11   Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?

E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo! 
La ricerca della verità obbliga in coscienza ogni uomo.  Nessuno deve ancorarsi alla non verità.  Nessuno dovrà fermarsi alla verità imperfetta.  Ognuno deve progredire di verità in verità fino al raggiungimento di quella che è rivestita di perfezione assoluta.  Ogni uomo può costruire la sua vera umanità solo se va alla ricerca della più alta verità, della verità tutta intera.  Se questo non lo fa’, allora il suo rapporto con la verità è stolto, insipiente, poco intelligente.  La verità sta all’intelligenza come la luce al sole.  La nostra verità non è però un’idea.  È una persona.  È Cristo Gesù.  Tutti sono chiamati a cercare Cristo Gesù.  Tutti sono invitati a testimoniare Lui come unica e sola verità del Padre sulla nostra terra.  Secondo la Legge di Mosè, la testimonianza andava fatta sul fondamento di due testimoni concordi.  Nessuno però poteva testimoniare per se stesso.  Giovanni è testimone di Gesù.  Lui però è uno solo.  Ne occorre un altro perché la testimonianza sia legalmente valida.  È questo il motivo per cui Giovanni manda i suoi discepoli a Cristo Signore.  Questi devono passare tutti alla verità piena.  Per passare occorre loro che questa verità venga testimoniata anche da Gesù Signore.  Gesù però non può rendere testimonianza di se stesso.  Non è legale.  Rende loro testimonianza per mezzo della Scrittura Antica che si compie nella storia.
Quanto il Profeta Isaia annunzia del Messia del Signore si sta compiendo in Cristo Gesù.  I discepoli di Giovanni lo constatano con i loro occhi.  Vedono il compimento dell’antica profezia.  Gesù però va ben oltre.  Rende testimonianza alla verità di Giovanni: questi è vero profeta.  Egli è il messaggero mandato da Dio dinanzi al Signore che sta per venire.  Ora i discepoli di Giovanni possono scegliere Cristo Gesù, se vogliono.  Possiedono la duplice testimonianza di Gesù e di Giovanni, di Gesù e della Scrittura.  Se loro cercano realmente la verità, sono dinanzi alla verità.  Ogni uomo è obbligato dalla sua umanità a cercare la verità e in essa compiersi e realizzarsi.  Ad ogni uomo però deve essere sempre donata la garanzia di una testimonianza sicura, infallibile, inequivocabile.  Ci stiamo accingendo a celebrare il mistero della venuta di Gesù, della verità che si è fatta carne.  Siamo noi testimoni credibili dinanzi al mondo?  Oppure esso è giustificato nella sua incredulità?  Per Cristo Gesù non è la testimonianza su di Lui che ci rende credibili, bensì è la testimonianza che diamo sopra di noi.  La nostra credibilità è la carità, l’amore sino alla fine.  Vergine Maria, Madre della Redenzione, Donna credibile per la tua carità e misericordia, Angeli e Santi di Dio, rendeteci credibili per il nostro grande amore.  [Revisione omelie varie]

Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2010

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di , 14 febbraio 2010

Cari fratelli e sorelle, ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).

Giustizia: “dare cuique suum”
Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare a ciascuno il suo – dare cuique suum”, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo… non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).

Da dove viene l’ingiustizia?
L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro… Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Mc 7,14-15.20-21). Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare – ammonisce Gesù – è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr Gen 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?

Giustizia e Sedaqah
Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha ‘ascoltato il lamento’ del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es 22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?

Cristo, giustizia di Dio
L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio… per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3,21-25).

Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza – indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.

Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.

Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’Apostolica Benedizione.

La Parola della Domenica

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di , 10 gennaio 2010

1ª del Tempo Ordinario
Is 40,1-5, 9-11  Si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini la vedranno.
Sal 103  Benedici il Signore, anima mia.
It 2,11-14:3, 4-7  Il Signore ci ha salvato con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo.
Lc 3,15-16, 21-22  Mentre Gesu, ricevuto il Battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì.

Dopo la solennità dell’Epifania, la grande rivelazione del Figlio di Dio a tutte le genti nella simbolica immagine dei tre Re venuti dall’Oriente, oggi la liturgia celebra il riconoscimento del Cristo, quale Figlio unigenito, per la voce stessa del Padre, che avviene nelle acque del Giordano dove Gesù chiede a Giovanni il battesimo.  Il racconto di Luca è conciso, sintetico, essenziale, tuttavia in esso riusciamo a cogliere un tratto fondamentale della persona di Gesù, un tratto umano molto consolante; infatti Gesù, nostro redentore e nostro Dio, si fa trovare in quella folla di peccatori che sono in attesa di purificazione presso il fiume dove il Battista predicava e battezzava; tra la gente c’è un uomo come noi, il Cristo, che non teme di confondersi coi peccatori: per loro è venuto, come luce nelle tenebre, come medico per i malati, come ricchezza immensa per i poveri, come pace e felicità per gli oppressi, gli ultimi e le vittime di ogni emarginazione.  “Ero carcerato, dirà un giorno, e siete venuti a visitarmi…  ” (Mt 25,36-40); E’ una verità consolante questa che oggi il Vangelo ci ricorda: Dio è sceso tra gli uomini, nella Persona del Figlio, l’uomo – Gesù, che nascondendo la sua divinità si fa uno di noi e scende, come tutti coloro che hanno bisogno di purificazione e di perdono, tra le acque del Giordano; lui che non aveva e non poteva aver peccato, ma veniva a liberare l’umanità intera da ogni colpa.  E’ la verità che colma l’attesa di un lungo tempo ed è quella che rianima la speranza di ogni uomo, e della quale Isaia profetizza, appunto con parole di consolazione l’uomo ha il suo Redentore, che cammina con lui, che va alla ricerca di lui con la potenza del suo amore, perché Egli è il Dio che salva, il Dio che si fa pastore del suo popolo: E’ la tenerezza infinita di Dio, che giunge fino a noi; quella tenerezza che vuole raggiungere ogni uomo, anche il più lontano e restio, perché ognuno ha in sé l’immagine del suo Creatore, quell’immagine nella quale è già scritto il destino eterno di felicità.  “Signore, mio Dio, quanto sei grande!  – quanto sono grandi, Signore, le tue opere!  ” (SI 103); e la più grande è l’Incarnazione del Figlio.  Nell’umanità del Cristo, infatti, ci viene rivelata la vera grandezza di Dio, non un Dio che sovrasta, ma un Dio che ama, che si fa uomo per amore, nella pienezza di questo amore ci redime.  Quest’uomo, Gesù di Nazareth, lo vediamo oggi, davanti al Battista, che lo indica alle folle come il Messia atteso: E’ l’annuncio di un nuovo battesimo, non più rituale.  Infatti, con esso l’uomo diverrà parte dello stesso Cristo, immerso in Lui, innestato in Lui, come il tralcio alla vite (Gv 15,5); in questo battesimo, ogni uomo sarà vivificato dallo Spirito, il fuoco che arde e non consuma, che purifica e non distrugge, ma fa nuova ogni cosa.  Fin qui il riconoscimento di Giovanni; ma a questo riconoscimento si aggiunge, potente e consolante, quello del Padre: ” Dio e l’uomo si incontrano e il punto in cui avviene questo intreccio è Gesù”; ed è un intreccio che ha il carattere della definitività perché il dono di Dio è per sempre, un dono di grazia, ci ricorda oggi Paolo, attraverso le parole scritte nella lettera a Tito.  E’ il dono di grazia che viene a noi nel battesimo, il sacramento col quale siamo incorporati a Cristo e perciò rigenerati in Lui; il sacramento che ci rende capaci di testimonianza, di annuncio e di cooperazione alla redenzione di quanti ancora camminano lontano da Dio.  Dal battesimo di Cristo, il nostro battesimo, mediante il quale realizziamo l’universale chiamata alla santità e veniamo inviati nel mondo, il nostro mondo, a render visibile Cristo, il Figlio di Dio redentore dell’uomo e della storia.

La Parola della Domenica

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di , 21 novembre 2009

34a del Tempo Ordinario – Cristo Re
Dn 7,13-14  Il suo potere è un potere eterno. 
Sal 92  Il Signore regna, si riveste di splendore. 
Ap 1,5-8  Il sovrano dei re della terra ha fatto di noi un  regno, sacerdoti per il suo Dio. 
Gv 18,33b-37  Tu lo dici: io sono re. 

Parola della domenicaTutta la nostra storia è indelebilmente segnata dall’evento  Cristo. 
Tutta la nostra liturgia tende come ad un approdo, ad un culmine, alla scoperta  e alla solenne proclamazione della sovranità e regalità del nostro Salvatore e  Signore.  Così ogni anno concludiamo ed iniziamo l’anno liturgico, Ciò che era stato  preannunciato con accenti apocalittici come un personaggio misterioso a lungo atteso  e vagheggiato, ora è presente e vivo: ha conquistato il suo trono regale umiliandosi  nella carne, scalando un monte e immolandosi per noi sul patibolo della  croce.  È la conquista del crocifisso, è la nostra redenzione. 

Egli aveva affermato  che il suo regno non è come quelli del nostro  mondo ed infatti egli non ha conquistato poteri umani,  non si è dotato di potenza, ma ha conquistato  il mondo ed ha affascinato tutti noi a prezzo della  sua stessa vita.  Una conquista scaturita soltanto  dall’amore, dalla misericordia, dalla piena riconciliazione. 

Alla domanda di Pilato: «sei tu re?  » Gesù  risponde: «Tu lo dici; io sono re».  Egli è il testimone  della verità perché è venuto a cancellare la  menzogna che ci ha indotto al peccato.  Egli è la  Voce che ristabilisce il nostro dialogo con Dio dopo  averlo interrotto dopo il primo peccato; ora lo invochiamo  chiamandolo Padre. 

Egli è la via che ci riconduce alla casa paterna dopo il  nostro vagabondare nei pascoli immondi.  Egli è il re della pace e il Signore dei risorti.  La nostra sudditanza è scandita dalla libera e gioiosa adesione al suo vangelo,  da una incondizionata fedeltà, da una continua e crescente comunione con lui.  Dobbiamo soltanto tendere l’orecchio dell’anima alla sua voce, ai suoi preziosi insegnamenti. 

Questa è la via per affermare la sua regalità e per espandere e far  crescere il suo regno.  Ci vuole come testimoni anche quando siamo chiamati a pagarne  il prezzo, anche quando ci potrebbe costare la vita.  I martiri non si sono assoggettati  alle angherie dei potenti e prepotenti del mondo per proclamare l’indiscutibile  primato di Cristo, la sua divina sovranità.

La Parola della Domenica

di , 23 maggio 2009

“Ascende il Signore tra canti di gioia”…  Quella fine che apre il cammino 

Nel brano di questa domenica Marco conclude l’intero suo racconto evangelico.  Una conclusione che non chiude, però, il discorso, bensì lo apre.  Inizia un cammino nuovo, non più del solo Gesù, ma di Gesù e della sua Chiesa.  Ma quale cammino?  In che direzione?  Con quale modalità?  Si tratta anzitutto di un cammino universale: in tutto il mondo, a ogni creatura, dappertutto.  Per Gesù – e per i suoi missionari – non esistono i vicini e i lontani, i primi e gli ultimi.  Gesù non dice ai discepoli di iniziare la missione da Gerusalemme: li invia subito in tutto il mondo.  Il compito è quello di «predicare», un termine questo che merita una spiegazione.  Non significa semplicemente tenere una istruzione o una esortazione o un sermone edificante.  Il verbo «predicare» indica l’annuncio di un evento, di una notizia, non di una dottrina.  Si tratta di una notizia decisiva: non è solo un’informazione, ma un appello.  Tanto è vero che proprio nella sua accoglienza o nel suo rifiuto l’uomo gioca il suo destino: «sarà salvato», «sarà condannato».  È questa un’affermazione dura, e certamente da intendere con le dovute precisazioni.  Ma è pur sempre un’affermazione che non si può cancellare dal Vangelo.  Il Vangelo predicato diventa credibile e visibile dai segni che il discepolo compie.  Ma deve trattarsi di segni che lasciano trasparire la potenza di Dio, non quella dell’uomo.  E deve trattarsi di segni che riproducono quelli compiuti da Gesù: le stesse modalità, lo stesso stile, gli stessi scopi.  Non si dimentichi, poi, che il grande segno compiuto da Gesù è stata la sua vita e la sua morte: il miracolo di una incondizionata dedizione a Dio e agli uomini.  Gesù ha terminato il suo cammino e si siede, i discepoli invece iniziano il loro cammino e partono.  Gesù sale in cielo e i discepoli vanno nel mondo.  Ma la partenza di Gesù non è una vera assenza, bensì un’altra modalità di presenza: «Il Signore operava insieme con loro e dava fondamento alla Parola».  Gesù «rimproverò i discepoli per la loro incredulità e durezza di cuore», e tuttavia li invia a predicare nel mondo intero.  Un contrasto sorprendente.  Il discepolo viene meno ma non viene meno la fedeltà di Gesù nei suoi confronti.  È per questo che il cammino della Chiesa rimane, nonostante tutto, un cammino aperto e ricco di possibilità.  “Ascende il Signore tra canti di gioia” E’ il nostro canto che vogliamo innalzare oggi in rendimento di grazie a Dio per il dono del suo Figlio Gesù, morto, risorto e asceso al cielo, ove è andato a preparare un posto per tutti noi, nel suo Regno di gioia e felicità eterna.  La solennità dell’Ascensione completa l’opera della redenzione compiuta nel mistero della morte e risurrezione di Gesù e ci indica la vera meta finale di ogni essere umano.

il Papa in Terra Santa

di , 16 maggio 2009

L’evento che ha segnato questa settimana è il pellegrinaggio del papa in Terra Santa :  «L’amore superi i conflitti»

In preghiera al Santo SepolcroIl Papa ha concluso al Santo Sepolcro a  Gerusalemme il suo pellegrinaggio in  Terrasanta.  Questo luogo «ci parla di  speranza…  questo è il messaggio che voglio  lasciarvi a conclusione del mio pellegrinaggio  in Terrasanta», ha detto il Pontefice.  quindi della «redenzione» del genere  umano, “possa la speranza sorgere  nuovamente, per grazia di Dio, nel cuore  di tutte el persone che abitano in questa  terra” – ha esclamato Benedetto XVi –  «con queste parole di incoraggiamento,  cari amici, concludo il mio pellegrinaggio  nei luoghi santi».  Prima del Papa, ha preso la parola il patriarca  latino di Gersualemme, Fouad  Twal, chiedendo la fine del conflitto in  Medio Oriente.  “Oso confermare -ha aggiunto- che nè il conflitto, nè l’occupazione, nè i muri di separazione,  nè la cultura della morte, nell’emigrazione dei cristiani riusciranno ad abbatterci”. 

 In ginocchio davanti al Santo Sepolcro. 
In preghiera per alcuni minuti sulla pietra della tomba di  Cristo nel Santo Sepolcro…  Ha incitato la Chiesa di Terrasanta a non rinunciare alla speranza e ad  essere “aralda di speranza”.  «La potenza dello Spirito – ha anche detto – possa aiutarci a superare  ogni conflitto e tensione nati dalla carne e rimuovere ogni ostacolo, sia dentro che fuori, che si  frappone alla nostra comune testimonianza a Cristo e al potere del suo amore che riconcilia».  Dalla  tomba, il Papa si recherà al Calvario, il luogo della crocifissione. 

Ai rappresentanti delle chiese cristiane in Terrasanta
La vita di Gerusalemme sia  «contrassegnata da libertà religiosa e da coesistenza pacifica e – in particolare per le giovani generazioni  – dal libero accesso all’educazione e all’impiego, prospettiva di una conveniente ospitalità e  residenza famigliare e possibilità di trarre vantaggio da una situazione di stabilità economica e di  contribuirvi».  Lo ha chiesto il Papa nell’incontro ecumenico, nella sala del trono del patriarcato greco  ortodosso di Gerusalemme, con i rappresentanti delle chiese cristiane in Terrasanta.  Il Papa è stato  accolto dal patriarca greco-ortodosso Teofilo III. 

Benedetto XVI ha incitato ad educare una «generazione di cristiani ben formati e impegnati,  solleciti nel desiderio di contribuire generosamente alla vita religiosa e civile di questa città unica e  santa».  «Dobbiamo trovare la forza – ha detto papa Ratzinger nel discorso ai capi cristiani – per perfezionare  la nostra comunione, per renderla completa, per recare comune testimonianza all’amore  del Padre…  ». 

Benedetto XVI ha anche ricordato gli «storici incontri che ebbero luogo qui a Gerusalemme – ha  detto – fra il mio predecessore, il papa Paolo VI e il patriarca ecumenico Atenagora I, come pure  quello fra papa Giovanni Paolo II e sua beatitudine il patriarca Diodoros.  Questi incontri, in essi  comprendendo la mia visita odierna – ha rimarcato – sono di grande significato simbolico».

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