Category: La Parola della Festa

La Parola della Domenica

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di , 5 Novembre 2011

32ª del Tempo Ordinario
Prima Lettura (Sap 6,12-16) La sapienza si lascia trovare da quelli che la cercano.
Salmo Responsoriale (Sal 62) Ha sete di te, Signore, l’anima mia.
Seconda Lettura (1Ts 4,13-18) Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.
Vangelo (Mt 25,1-13) Ecco lo sposo! Andategli incontro!

Il cristiano è l’uomo della speranza perché è l’uomo della “attesa”. Attesa di che cosa? O meglio di “Chi”? Più di un evento dovremmo parlare di un soggetto Cristo uno e trino nella sua manifestazione escatologica e trinitaria. Ma la domanda allora è: fino a quando dobbiamo attendere? La non definitività temporale determina uno stato di dubbio, di relativismo, di incertezza e quindi oggi si rischia sempre di più di essere come le cinque vergini “stolte” che avevano l’olio nella misura della soddisfazione temporale contingente senza la lungimiranza del pensare a tempi più lunghi. Il cristiano non è però l’uomo “illuso” dall’attesa. L’attesa ha una certezza: Cristo non solo qui sulla Terra, ma soprattutto Cristo nella divinità trinitaria nella Vita eterna. certo che stringendo sul concreto possiamo affermare che l’attesa nostra, quella personale, si traduce semplicemente nel non stare con le mani in mano, ma di vivere concretamente nella quotidianità… Matteo include nel suo discorso escatologico cinque parabole a significare questa attesa cristiana: la parabola del padrone di casa attento a non esporla preda dei ladri, la parabola del servo che amministra fedelmente i beni del suo padrone assente in attesa della sua venuta, la parabola dei talenti che occorre far moltiplicare, la parabola del re che separa i buoni dai cattivi in misura di quello che hanno fatto verso i fratelli più piccoli e infine la parabola delle dieci vergini che attendono lo sposo. Ma attenzione, queste parabole non devono rimanere delle belle e commoventi metafore. Esse devono farci vedere, discernere e farci agire concretamente nella nostra fede, nella nostra speranza e nella nostra carità, con gesti e azioni che testimonino che la nostra attesa è una vera attenzione d’amore verso il nostro prossimo qualunque esso sia, a partire da chi sta nella nostra famiglia, nella nostra comunità, nella società. Quindi, concludendo, il messaggio evangelico è chiaro, lo abbiamo decodificato nei suoi diversi simbolismi, cosa c’è ancora da capire? Non ci rimane che accogliere e vivere questa Parola e farne “olio” per le lampade del nostro cammino, affinché nel momento del suo arrivo, al nostro invocare “Signore aprici” non ci sentiamo dire le durissime parole dietro la porta sbarrata della gioia eterna: “Non vi conosco! “. [commento C. P. M. Italia]

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di , 29 Ottobre 2011

31ª del Tempo Ordinario
(Ml 1,14- 2,2.8-10)  Avete deviato dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento.
Sal 130)  Custodiscimi, Signore, nella pace
(1Ts 2,7-9.13)  Avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita.
(Mt 23,1-12)  Dicono e non fanno.

Sono parole dure, quelle che oggi ascoltiamo uscire dalla bocca del profeta Malachia (Dio, per mezzo di lui): parole  che non lasciano scampo ai potenti, a coloro che credendosi superiori agli altri si permettono di schiacciare tutto e  tutti al loro passaggio.  non saranno mai le debolezze umane in sé a far problema.  Quelle ci stanno, purché le si riconosca  come tali e si faccia il possibile da una parte per essere più forti, dall’altra parte per essere misericordiosi con  chiunque faccia fatica.  Anzi, chi ci vuole bene apprezza ancora di più la nostra sensibilità di fronte alle altrui e alle  nostre stesse debolezze.  Ciò che fa problema è quando queste debolezze concorrono a rovinare il cammino di fede  dei più deboli.  Spesso ci allontaniamo dalla Legge di Dio e questo è un male perdonabile: ma non riconoscere questo,  e a volte giustificarlo in base a nostre malsane teorie, porta quasi sempre a creare nelle persone che fanno già fatica a riconoscere il  cammino di Dio un disorientamento totale, di cui siamo assolutamente responsabili.  Tutte le invettive di Gesù verso scribi e farisei, di cui il brano di vangelo di oggi ne sono solo una piccola espressione, e nemmeno  delle più forbite.  Qui in realtà Gesù si mantiene calmo: esorta addirittura a seguire le parole di scribi e farisei, che rimangono valide  perché dette in nome di Dio.  Ma chiede esplicitamente di non imitare l’ipocrisia dei loro comportamenti.  Del resto, che ci sia ipocrisia  in essi non è certo una novità: desiderare onori e poltrone è tipico di quei potenti che attraverso la loro posizione si sentono autorizzati  a trattare gli altri come delle nullità.  Invece, siamo tutti sulla stessa barca: religiosi, religiose, laici, sacerdoti, consacrati, appartenenti  a movimenti, gente iscritta a gruppi di preghiera, volontari, gente comune, praticanti e non.  Il Maestro è uno solo: il Padre,  pure.  Voglio concludere il mese missionario con l’omaggio a un’altra umanità.  Un omaggio a quelli “veri”, a quelli che padroni della fede  degli altri non si sentiranno mai.  A quelli che non scandalizzeranno mai i piccoli, perché sono da essi tanto amati che qualsiasi limite  viene loro perdonato.  È Paolo che parla di loro, descrivendo il suo servizio a Tessalonica.  Ascoltando, alla fine, queste parole, torniamo  a respirare speranza perché ci danno motivo di credere che esistano ancora tante donne e tanti uomini innamorati di Dio e dell’umanità,  i quali forse non fanno notizia come coloro che provocano scandali, ma di certo costruiscono passo dopo passo il cammino del  Regno: amorevoli?  come una madre che nutre e ha cura delle proprie creature; affezionati al punto da dare agli uomini non solo il  Vangelo di Dio, ma la loro stessa vita, perché erano loro diventati cari; lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno.  Ed  invece di vantarsi del bene fatto, rendono grazie a Dio continuamente, perché avendo da loro ricevuto la parola divina della predicazione  l’hanno accolta non quale parola di uomini, ma com’è veramente, quale Parola di Dio.  È di un’umanità vera, come questa, che la  Chiesa anche oggi continua a sentire il bisogno.  [commento di don Alberto Brugnolo]

La Parola delle Domenica

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di , 22 Ottobre 2011

30ª del Tempo Ordinario
Prima Lettura (Es 22,20-26)
Salmo Responsoriale (Sal 17)
Seconda Lettura (1Ts 1,5-10)
Vangelo  (Mt 22, 34-40) Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso

Come vivere questa parola?
La prima lettura di questa trentesima domenica del Tempo Ordinario parla della tentazione umana di opprimere e maltrattare i propri simili, ma Dio si mette dalla parte degli oppressi e ascolta il loro grido di aiuto. In risposta ad una domanda postagli da un fariseo, Gesù replica che il comandamento più grande è di amare Dio con tutto se stessi e aggiunge: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (v. 39). Così Gesù rivela che la sorgente di tutto è l’Amore e l’amore di Dio è la base dell’amore fraterno, del modo di relazionarsi con gli altri. Quindi, l’amore non è solo un mezzo per custodire la vita e facilitare la convivenza fra gli uomini ma è lo scopo della vita stessa, è la meta da raggiungere: la Vita trinitaria di Dio Creatore, Redentore, Santificatore. In noi, questo amore profondo sgorga dall’intimo per manifestarsi concretamente nelle relazioni quotidiane. Ci può sembrare impossibile amare in questo modo perché ci sono situazioni di scaltrezza, di malvagità che sconvolgono davvero. Di fronte ad alcune crudeltà bisogna fissare il Crocifisso e scoprire come Dio ci ha amato per primo; come Gesù ha sofferto per noi e continua a soffrire nei fratelli oppressi e perseguitati. Nella mia pausa contemplativa, oggi, mi lascio sconvolgere dall’amore di Gesù per me, l’amore misericordioso di Dio per me. Signore Gesù, senza di te, l’amore verso tutti è aldilà delle mie capacità. Accendi in me il desiderio di amarti e donarmi generosamente al servizio dei fratelli. La voce di un grande santo Al compimento di tutte le nostre opere è l’amore. Qui è il nostro fine; verso questa meta corriamo; quando saremo giunti, vi troveremo riposo. Sant’Agostino (Eremo San Biagio)

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di , 18 Ottobre 2011

29ª del Tempo Ordinario
Prima Lettura (Is 45,1.4-6) Ho preso Ciro per la destra per abbattere davanti a lui le nazioni
Salmo Responsoriale (Sal 95) Grande è il Signore e degno di ogni lode.
Seconda Lettura (1Ts 1,1-5b) Mèmori della vostra fede, della carità e della speranza.
Vangelo (Mt 22,15-21) Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.

Cesare o Dio? Quante volte questa frase di Gesù è stata usata per giustificare le prese di posizione più diverse! Come sempre accade però, dobbiamo avere il coraggio di prendere la Parola com’è, inserendola nel suo contesto, cercando di capire cosa intendesse il Signore anche se, in questo caso, l’affermazione di Gesù resta enigmatica. La prima cosa che Matteo fa notare è il fatto che la domanda viene posta per mettere in difficoltà Gesù: è una vera e propria trappola quella che gli viene tesa. Israele, da quasi un secolo, vive sotto la dominazione romana, a tratti più presente e pressante, in altri momenti, più discreta. Ma resta il fatto che ogni suddito dell’Impero doveva versare una tassa almeno una volta all’anno e nessuno ama pagare le tasse, figuriamoci se poi finiscono ad un governo considerato invasore ed oppressore! La cosa curiosa è che sono gli erodiani e i farisei a porre la domanda. Gli erodiani: collaboratori di Erode Antipa, figlio di Erode il grande, strenui difensori della romanità di Israele. E i farisei, i perushim, i puri che consideravano un’umiliazione l’occupazione romana. Strana coppia! Ma, come ben sappiamo, quando si ha un nemico comune si mettono da parte dissidi e rancori. E il nemico ha un volto preciso: il rabbì di Nazareth che si fa beffe dello zelo dei farisei e non si schiera dalla parte degli erodiani. Un uomo libero; perciò inquietante e pericoloso. La trappola è bene tesa: se Gesù rifiuta di pagare la tassa si pone contro Roma e gli erodiani presenti, diventando uno dei tanti anarchici idealisti che periodicamente entrano in scena. Se Gesù accetta di pagare le tasse si mette contro il popolo che freme nel vedersi imporre un balzello dall’odiato occupante. E Gesù ne viene fuori con una mossa azzardata, che ancora dimostra, se ce ne fosse bisogno, di che pasta è fatto il galileo.

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di , 8 Ottobre 2011

28ª del Tempo Ordinario
Prima Lettura (Is 25,6-10a)  Il Signore preparerà un banchetto, e asciugherà le lacrime su ogni volto.
Salmo Responsoriale (Sal 22)  Abiterò per sempre nella casa del Signore.
Seconda Lettura (Fil 4,12-14.19-20)  Tutto posso in colui che mi dà forza.
Vangelo (Mt 22,1-14)  Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.

Il tema di questa domenica è molto chiaro perché sia il Vangelo di Matteo (22,1-14), il brano del profeta Isaia (25,6-10), ma anche il salmo 22  nel quale si ripete “Abiterò per sempre nella casa del Signore”, insistono sul tema delle nozze.  La preghiera di Colletta  invoca il Padre come colui che “invita il mondo intero alle nozze del suo Figlio”.  È chiaro che quella delle nozze  è un’immagine che ci deve aiutare a capire alcune caratteristiche importanti del progetto di Dio sul mondo e di conseguenza  della nostra relazione con lui: infatti tutti gli uomini sono invitati a partecipare a queste nozze, cioè a questa  relazione personale e gioiosa con Dio.  Correlate al tema della nozze ci sono altre figure come quella del banchetto,  che ricorre sia nella prima lettura che nel Vangelo e quella di Dio Buon Pastore che ricorre nel salmo 22.  Il banchetto  infatti è il segno concreto della festa delle nozze e il Buon Pastore ricorda il re che conquista la sua sposa:  l’umanità intera.  Ma al di là di questi brevi accenni è opportuno approfondire la figura delle nozze che è quella principale.  Prima di tutto bisogna ricordare che la figura delle nozze viene usata diverse volte nella Bibbia.  Il Cantico dei Cantici non ha nessun  riferimento esplicito a Dio, ma la scelta travagliata di inserirlo nel canone delle scritture si fonda proprio sulla possibilità di leggere la vicenda  degli innamorati, che sono i protagonisti del libro, come la storia dell’innamoramento tra Dio e l’umanità e tra Dio e ogni singolo uomo e donna.  Il libro del profeta Osea si svolge tutto alla luce di una storia matrimoniale difficile e a lieto fine.  Il libro dell’Apocalisse presenta addirittura  tutta la storia come lo scenario nel quale l’umanità sviluppa la capacità di rispondere a Dio con un amore adeguato allo Sposo per diventare  la sua Sposa eterna (la Gerusalemme celeste che scende dal cielo adorna come una sposa).  Si potrebbero fare altri esempi.  Quali sono le caratteristiche  di un Matrimonio riuscito?  Gli sposi devono essere innamorati.  Questo fatto ci aiuta a ricordare che Dio in effetti nutre un  “sentimento” nei confronti dell’umanità che può essere descritto come innamoramento, quindi passionale.  Dio cerca ogni uomo e donna perché  si accorgano di questa sua attenzione e scelgano di rispondere innamorandosi a loro volta.  Ogni vocazione può essere letta anche come la risposta  entusiasta al desiderio che Dio ha di essere in relazione con noi. 

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di , 1 Ottobre 2011

Prima Lettura (Is 5,1-7) La vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele.
Salmo Responsoriale (Sal 79) La vigna del Signore è la casa d’Israele.
Seconda Lettura (Fil 4,6-9) Mettete in pratica queste cose e il Dio della pace sarà con voi.
Vangelo (Mt 21,33-43) Darà in affitto la vigna ad altri contadini.

Che sorte riserviamo a Cristo nella nostra vita ?!
Il contesto immediato della parabola dei vignaioli omicidi riguarda il rapporto tra Dio e il popolo d’Israele. È ad esso che storicamente Dio ha inviato dapprima i profeti e poi il suo stesso Figlio. Ma come tutte le parabole di Gesù, essa è una “storia aperta”. Nella vicenda Dio-Israele viene tracciata la storia del rapporto tra Dio e l’umanità intera. Gesù riprende e continua il lamento di Dio in Isaia della prima lettura. È lì che si deve cercare la chiave di lettura e il tono della parabola. Perché Dio ha “piantato la vigna” e quali sono “i frutti” che si aspetta e che a suo tempo viene a cercare? Qui la parabola si distacca dalla realtà. I vignaioli umani non piantano certo una vigna e non vi spendono le loro cure per amore della vigna, ma per il loro beneficio. Non così Dio. Egli crea l’uomo, entra in alleanza con lui, non per suo interesse, ma per il vantaggio dell’uomo, per puro amore. I frutti che si aspetta dall’uomo sono l’amore per lui e la giustizia verso gli oppressi: tutte cose che servono al bene dell’uomo, non di Dio. Questa parabola di Gesù è terribilmente attuale applicata alla nostra Europa e in genere al mondo cristiano. Anche in questo caso bisogna dire che Gesù è stato “cacciato fuori della vigna”, estromesso da una cultura che si proclama post-cristiana, o addirittura anti-cristiana. Le parole dei vignaioli risuonano, se non nelle parole almeno nei fatti, nella nostra società secolarizzata: “Uccidiamo l’erede e sarà nostra l’eredità! “. Non si vuole più sentire parlare di radici cristiane dell’Europa, di patrimonio cristiano. L’uomo secolarizzato vuole essere lui l’erede, il padrone “Non c’è più nulla in cielo, né Bene, né Male, né persona alcuna che possa darmi degli ordini. [… ]

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di , 25 Settembre 2011

26ª del Tempo ordinario
Prima Lettura (Ez 18,25-28)   Se il malvagio si converte dalla sua malvagità, egli fa vivere se stesso.
Salmo Responsoriale (Sal 24)   Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.
Seconda Lettura (Fil 2,1-11)   Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.
Vangelo (Mt 21,28-32)   Pentitosi andò. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.

Domenica scorsa siamo rimasti spiazzati dal comportamento del padrone della vigna, quando ha compiuto un gesto all’apparenza ingiusto. Forse anche noi, come i deportati in Babilonia che si lamentano di espiare la colpa dei padri, ce la prendiamo con la logica di Dio. Ed Ezechiele, anch’egli prigioniero dei babilonesi, invita loro e noi ad assumere una logica diversa, quella di Dio. Scavando dietro l’apparenza abbiamo scoperto che la presunta giustizia degli operai della prima ora, in realtà, era una rabbia mal sopita che si sfogava contro gli operai dell’ultima ora, togliendo loro l’essenziale per vivere. Non c’è nulla da fare: se vogliamo davvero seguire il Dio di Gesù Cristo dobbiamo continuamente convertire la nostra prospettiva per allargare il nostro orizzonte ed accogliere il modo nuovo di essere credenti. Un modo che ha una caratteristica assoluta, principale, non negoziabile: l’autenticità. A saper leggere il vangelo si resta spiazzati dal fatto che Gesù, prima del peccato, detesta un atteggiamento molto diffuso fra i devoti di ieri e di oggi: l’ipocrisia. È un rapporto intimo quello del vignaiolo con la sua vigna: spesso, nella Bibbia, il rapporto fra Dio e il popolo prende forma a partire dall’immagine della vigna. Dio che ci chiede di andare nella sua vigna a lavorare è la testimonianza dell’intimità che Dio intende intessere con noi. Il primo figlio risponde subito alla chiamata del padre. Ma in realtà non va alla vigna. La parabola non ci dice che cambia idea o che incontra un amico o che ha un contrattempo, non ha proprio nessuna intenzione di andare, fin dall’inizio. Il suo è un atteggiamento puramente esteriore, la richiesta del padre non lo scomoda, non lo interpella minimamente. Come la nostra fede, troppo spesso fatta di esteriorità, di facciata, di riti senza conversione. Certo, è Dio che legge nei cuori, ma quante volte si resta spiazzati nel vedere nelle nostre celebrazioni manifestazioni di fede molto più simili alla convinzione che alla conversione! Dio non ama le finte devozioni, non ama la falsità. Preferisce il fratello che nega la sua presenza.

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di , 16 Settembre 2011

Prima Lettura (Is 55,6-9)  I mieei pensieri non sono i vostri pensieri.
Salmo Responsoriale (Sal 144)  Il Signore è vicino a chi lo invoca.
Seconda Lettura (Fil 1,20-24.27)  Per me vivere è Cristo.
Vangelo (Mt 20,1-16)  Sei invidioso perché io sono buono?

Dal merito alla grazia…

Questa settimana la logica della gratuità totale, spiazza la logica meritocratica  È incomprensibile l’atteggiamento del padrone della vigna, ma la chiave della parabola sta nel modo  di pensare dei primi operai.  Quando vedono dare agli operai dell’ultima ora un denaro pensano di  ricevere di più.  Quando ricevono il denaro pattuito non chiedono di più, esigono per gli altri di meno.  Non dicono quello che legittimamente  desiderano, chiedono al padrone di dare agli altri di meno.  Meno di un denaro.  Un denaro è il guadagno minimo giornaliero per poter dar da  mangiare ad una famiglia ai tempi di Gesù.  Invece di esercitare un legittimo diritto (“Dacci di più, abbiamo lavorato tutto il giorno!  “), se la  prendono con i deboli: chiedono di dar loro di meno.  Meno di ciò che è indispensabile per vivere.  Forti con i deboli, deboli con il forte.  Il padrone  è buono, non vuole fare l’elemosina a questi sfaccendati, non vuole umiliarli, vuol dar loro una parvenza di dignità, la possibilità di  riscattarsi, di osare, di rinascere.  Lo fa con garbo, con gentilezza, con misericordia.  È buono il padrone, non sciocco: del suo denaro può fare  quello che vuole.  Come salvare un peccatore gratuitamente. 

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di , 10 Settembre 2011

23ª del Tempo Ordinario
Prima Lettura (Sir 27,33-28,9) – Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
Salmo Responsoriale (Sal 102) – Il Signore è buono e grande nell’amore.
Seconda Lettura (Rm 14,7-9) – Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
Vangelo (Mt 18,21-35) – Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Nella scorsa domenica abbiamo parlato di correzione fraterna  realizzandola, facendoci carico dei fratelli, aiutandoli a  ritrovare la via del Signore.  La liturgia della Parola di questa  domenica ci propone il tema del perdono e della misericordia.  La prima lettura tratta dal libro del Siracide ci ricorda come i peccati  sono insiti nel cuore dell’uomo, che può chiedere al Signore di  perdonargli i suoi, solo se sarà capace di dimenticare l’odio e la vendetta  nei confronti dei fratelli.  Il Salmo 102 con il ritornello “Il Signore  è buono e grande nell’amore” insiste sulla misericordia del Signore  verso i suoi figli, perché egli sa come siano stati “plasmati” e ci concede  tutto ciò di cui abbiamo bisogno.  L’apostolo Paolo nella lettera ai  Romani ci dice che Cristo è morto ed è risorto per diventare il Signore  dei morti e dei viventi, quindi la nostra vita e la nostra morte appartengono  a Lui.  Nel Vangelo di Matteo, Pietro domanda a Gesù quante  volte deve perdonare il proprio fratello, la risposta di Gesù, non si ferma  ad indicarci solo dei numeri, ma semplicemente, ci invita a perdonare “sempre”.  L’esempio che Gesù fa è quello  del padrone misericordioso che ha avuto pietà del servo implorante, il quale nell’aridità dell’anima non sa, a sua volta,  perdonare.  Il termine “per-donare” significa “donare ancora” e quindi và oltre il solo perdono ma ci impegna a costruire  ancora.  Nel brano del Vangelo, Gesù ci fa comprendere come attraverso l’amore si può perdonare tutto, mentre  con l’egoismo non si riesce a dimenticare neppure un piccolo torto.  “Solo perdonando saremo perdonati”.  il perdono  non è solo un atto è una dinamica e, in quanto tale, deve coinvolgere tutta la vita quotidiana per tutto l’arco dell’esistenza.  È una dimensione “religiosa” (nel senso pieno del termine), e povera: la più religiosa e la più povera nella  quale ci si possa riconoscere.  Perché il perdono è un dono, un dono maggiorato, un “iper-dono” e non impareremo  mai a praticarlo se non cerchiamo di attualizzare, giorno dopo giorno, anche se con inenarrabile fatica, la voce dello  Spirito che incessantemente ci chiama alla misericordia e che troppo spesso mettiamo in contrapposizione con la giustizia.  la dinamica del perdono, che implica sia la capacità di darlo che di riceverlo, può mettere in luce profonde ambiguità  comportamentali.  Per esempio, si può perdonare per sentirsi migliori dell’altro, per orgoglio intellettuale, per far  crescere la propria autostima morale.  Si può fingere di accettare il perdono, fingere anche di umiliarsi, senza peraltro  spostare di un millimetro la distanza interpersonale che ci separa dagli altri, senza mai entrare in quella relazione profonda  che il perdono deve recuperare, spesso addirittura mettere in atto per la sua assenza nella fa precedente dell’esistenza.  Difficile?  , certo: molto difficile, e molto lungo, può richiedere tutta la vita, ma fondamentale per recuperare  rapporti onesti, seri con il prossimo.  [C.P.M.Italia]

Ascensione del Signore

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di , 5 Giugno 2011

C’è un piccolo particolare che apre il testo di oggi, piccolo ma drammaticamente  significativo: non sono dodici, ma undici, i discepoli  convocati sul monte di Galilea per essere mandati sino ai confini della terra a  portare il Vangelo della salvezza e della pace.  Un corpo ferito, dunque!  Una necessaria  sproporzione tra la santità del compito e del progetto, e la povertà della  storia di ciascuno e di tutti.  Annotiamo anche la precisazione che accentua questa sproporzione: “essi però  dubitarono”.  Nella versione precedente questa debolezza era attribuita ad  “alcuni”, mentre qui essa viene estesa, e quindi ci siamo dentro tutti, perché il dono della fede porta con sé  l’esigenza di accettare il dubbio.  Forse dobbiamo uscire da una certa retorica istintiva che lascia il dubbio  come appannaggio certo del non credente, dell’ateo.  In realtà si può pensare che la sorte del credente sia  innanzi tutto la profonda percezione del suo essere “non credente”, viaggiatore perennemente non arrivato.  Cercatore di un fuoco nella notte dove lo splendore certo della fiammella nella notte è capace di raccogliere  intorno a sé e in sé tutta la tensione, l’attenzione, il desiderio, la stanchezza, la paura, la tentazione di fermarsi  perche la notte si è fatta troppo buia e fredda.  E peraltro quella fiamma continua a rimanere piccola e  lontana.  I maestri d’Israele ne parlano come di una bellissima seducente donna che ti fa cenno e t’invita,  ma quando sei vicino a raggiungerla, ecco allora si ritrae, intrecciando in te la seduzione, la delusione e il  dolore.  Forse, dunque, il dubbio è il compagno non congedabile di ogni sentiero della fede.  Del resto vediamo come questa fede così povera non sembri preoccupare e fermare Gesù nella comunicazione  del progetto universale che ci invade e ci requisisce.  Egli continua imperterrito a proclamare le sue  prerogative in forza delle quali conferisce il mandato di andare presso “tutti i popoli” ad annunciare la salvezza.  La grande missione è oggi ancora del tutto iniziale.  In molte terre e in moltissimi cuori neppure inaugurata e  – a detta di alcuni – in molte terre e molti cuori sembra già tramontata, dimenticata.  Ma la fede, seppure  dubbiosa e povera, ci chiede di credere incessantemente che Lui è sempre con noi, fino alla fine dei giorni.  (adattamento da don Nicolini – Vangelo di Matteo – 2010)

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