Category: La Parola della Festa

La Parola della Domenica

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di , 29 Maggio 2011

Prima lettura (At 8, 5-8. 14-17)   Imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo
Salmo responsoriale (Sal 65)   Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Seconda lettura (1Pt 3, 15-18)   Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.
Vangelo (Gv 14, 15-21)   Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito.

«Se» apriamo il nostro cuore a Gesù
«Se mi amate… ». Gesù chiede di dimorare in quel luogo da cui tutto ha origine, da cui tutto parte, in cui tutto si decide e che tutte le religioni chiamano «cuore». Entra nel mio luogo più importante e intimo, nel vero santuario della vita. Ma lo fa con estrema delicatezza, perché tutto si tiene alla prima parola: «se». «Se mi amate». Un punto di partenza così umile, così fragile, così libero, così fiducioso, così paziente: se. Nessuna minaccia, nessuna costrizione. Puoi accogliere o rifiutare, in piena libertà. Se ti fai lettore attento del Vangelo non potrai però sfuggire all’incantamento per Gesù uomo libero, parola liberante. «Se mi amate osserverete». La vera molla che spinge a compiere in pienezza un’opera è l’amore. L’esperienza quotidiana lo conferma: se c’è la scintilla dell’amore ogni atto si carica di una vibrazione profonda, di un calore nuovo, conosce una incisività insospettata. «Il Padre vi darà un altro Soccorritore e sarà con voi… presso di voi… in voi». In un crescendo mirabile Gesù usa tutte le preposizioni che dicono comunione. Dio vive in me, in me ha termine l’esodo di Dio. Se io penso al Signore non penso a qualcosa che ho incontrato in un libro, fosse pure il Vangelo, ma ad una storia che continua fino al presente e «non è ancora finita»: la storia della comunione con una persona viva, la storia del suo essere ‘in’ me. Le parole decisive del brano di Giovanni sono: Voi in me e io in voi. Sosto nella percezione di essere «in» Dio, immerso in Lui, tralcio nella madre vite, goccia nella sorgente, raggio nel sole, respiro nell’aria vitale. Allora ti carichi di una linfa’, di un’acqua, di una fiamma che faranno della tua fede visione nuova, incantamento, fervore, poesia, testimonianza viva. «Non vi lascerò orfani». Orfano è parola legata all’esperienza della morte e della separazione, ma Gesù è enfasi della nascita e della comunione. Altri partiranno da altri presupposti, io riparto da Cristo e dal suo modo di liberare, di generare, di porre luce e cuore su ciò che nasce e mai su ciò che muore: amare è non morire. Lo ripete anche oggi: «Perché io vivo e voi vivrete ». Piccola frase che rende conto della mia speranza. Io appartengo a un Dio vivo e Lui a me. E queste parole mi fanno dolce e fortissima compagnia: appartengo a un Dio vivo, amare è non morire.

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di , 21 Maggio 2011

5ª di Pasqua
Prima lettura (At 6,1-7)   Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo.
Salmo responsoriale (Sal 32)   Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.
Seconda lettura (1Pt 2,4-9)   Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale.
Vangelo (Gv 14,1-12)   Io sono la via, la verità e la vita.

Gesù prima di lasciare questo mondo affida agli apostoli l’opera da lui  iniziata.  Tocca a noi popolo di sacerdoti, profeti e re continuarne l’opera  al servizio di Dio e dei fratelli.  Il nostro pellegrinaggio terreno va verso il  Padre, da cui ha inizio e in cui deve avere il suo termine, e presso la  casa del Padre noi troveremo riposo, protezione e sicurezza.  Ivi ci riuniremo  a lui, che ci ha preceduto (come al solito egli ci precede sempre e  in ogni cosa) per conservarci il posto da secoli per noi pensato, a patto  che ne siamo degni.  Per essere degni di raggiungere la casa del Padre  il Figlio si fa via.  A noi non resta che percorrerla, sino in fondo, senza  spaventarci quando si fa aspra.  In quei momenti non ci resta che continuare  a salire guardando il suo volto, il volto del Padre, e così troveremo  la forza per continuare nell’impresa.  Negli Atti Luca.  ci da vedere che, nella Chiesa primitiva non c’è, come spesso  ci viene mostrato, solo abbracci e baci.  Anche allora, come oggi, si sono delle diversità, tra cristiani della diaspora  e cristiani palestinesi.  Tali diversità vengono prontamente appianate dal collegio apostolico che chiedono ai fratelli  della diaspora di scegliere sette tra loro sui quali essi imporranno le mani.  Si evidenziano così i pilastri sui quali viene  edificata la Chiesa: la Parola di Dio, predicata dagli apostoli e la Carità verso i più deboli ( servizio delle mense) lasciata  ai Diaconi.  Dobbiamo lasciarci trasformare in pietre vive In Cristo risorto quanti crediamo in lui siamo trasformati  “in polpo sacerdotale” il cui compito consiste nell’annunciare la salvezza operata dal Risorto.  Come l’antico Israele  venne costituito “popolo sacerdotale” ai piedi della roccia del Sinai così, i credenti in Cristo, la Chiesa, vengono,  anch’essi costituiti “popolo sacerdotale” intorno alla roccia che è il Risorto.  È rimanendo a lui strettamente collegati  che ci trasformiamo in pietre vive atte a costruire la Chiesa corpo mistico di Cristo.  Durante l’ “ultima cena” Gesù  parla con i “suoi amici” della sua relazione con il Padre e li prepara al suo congedo imminente, precisando però che,  il suo “andarsene” non è da leggersi scomparire ma “precederli” nella casa del Padre.  Tommaso, a nome degli undici  rimasti, domanda quale sia la via dove si trova questa casa del Padre.  Gesù gli risponde indicando se stesso come  via ma anche come immagine del Padre.  Questa immagine paterna non facile da cogliere perché va vista non  con i sensi ma col cuore che indaga sulla “verità e la vita”.  Se vogliamo raggiungere anche noi la casa del Padre è  necessario che, con determinazione, costi quel che costi, diventiamo anche noi, per gli altri, via verità e vita. [C.P.M Italia]

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di , 14 Maggio 2011

4ª di Pasqua
Prima lettura (At 2,14.36-41)   Dio lo ha costituito Signore e Cristo.
Salmo responsoriale (Sal 22)   Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Seconda lettura (1Pt 2,20b-25)   Siete tornati al pastore delle vostre anime.
Vangelo (Gv 10,1-10)   Io sono la porta delle pecore.

La liturgia odierna, non ci presenta, come le domeniche precedenti, i racconti della sua manifestazione  del Risorto ai discepoli, ma ci invita a contemplare Gesù come pastore e porta  dell’ovile.  L’evangelista Giovanni, di cui oggi leggiamo il brano evangelico, ci invita a guardare  a Cristo come all’unica porta attraverso la quale è possibile uscire dai propri limiti, dalle proprie  angosce, dalle proprie delusioni e metterci per mezzo di essa in rapporto con Dio.  Chi ci da la  fiducia di poter andare oltre questa porta?  Noi conosciamo l’angoscia e il tormento di trovarci  di fronte a una porta che, non necessariamente siamo in grado di aprire.  Per nostra buona sorte  siamo rassicurati dalle parole di Giovanni il quale ci dice che Gesù, oltre ad essere la porta, è anche colui che la  apre a quanti osservano i suoi comandamenti.  Ma Gesù è presentato da Giovanni anche come pastore che non vuol  lasciarci soli nell’angoscia a risolvere l’enigma.  Non solo non ci sgrida ma ci esorta con voce suadente a lasciare che  Lui apra la porta, perché non intende trattenerci dentro l’ovile, al contrario, Egli stesso ci apre il cammino verso una  vita sempre più nuova e sempre più abbondante.  Il brano degli Atti degli Apostoli fa parte dell’omelia che Pietro pronunciò  il giorno di Pentecoste dopo che lo Spirito Santo si posò sugli Apostoli, riuniti nel cenacolo, sotto forma di  fiammelle.  Il discorso di Pietro è molto chiaro e l’invito pressante.  Egli si rivolge hai presenti invitando, quanti ascoltano  la sua parola alla conversione, a farsi battezzare per essere innestati in Cristo e ricevere il perdono dei peccati, a  rompere in maniera decisa e definitiva col male.  Questa è la predicazione di Pietro che la Chiesa ripete, sotto varie  forme, da due millenni, invitandoci a diventare nuove creature con l’accoglienza della Parola.  Solo il Signore è il pastore che ha interesse per le sue pecore e lo dimostra conducendole ad acque tranquille, a pascoli  erbosi e le fa riposare in luoghi dove rapaci e predatori non le possano raggiungere.  Le pecore si fidano di lui  perché entra sempre dalla porta dell’ovile senza forzarla.  Proclamare la giustizia e la verità non è un cammino trionfale  ma un cammino che conduce, in questo mondo, alla sofferenza.  Cristo e gli Apostoli hanno sperimentato, nella  propria carne, che il mondo, ripudia chi fa il bene, anzi lo combatte e cerca in tutti i modi di eliminarlo.  Essere cristiani  vuol dire accettare anche le incomprensioni e malvagità di questo mondo deponendole, con carità, nelle mani del  Padre.  In questo brano del Vangelo di Giovanni Gesù si propone, a quanti lo ascoltano, come ” il buon Pastore”, che  ama le sue pecore ed esse lo riconoscono, lo ascoltano e fiduciose si lasciano da lui condurre sempre pronte a eseguire  gli ordini dei suoi comandi … Diceva un pastore: “Gli ovili hanno le porte, non perché le pecore altrimenti scapperebbero  via, ma solo perché non vi entri qualche male intenzionato: le volpi.  Le pecore per tenerle dentro l’ovile è  sufficiente che il pastore lasci il suo capello alla soglia dell’ovile ed esse mai andrebbero oltre il capello del loro  pastore…  “

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di , 2 Aprile 2011

4ª di Quaresima
Prima Lettura (1Sam 16,1.4.6-7.10-13) Davide è consacrato con l’unzione re d’Israele.
Salmo Responsoriale (Sal 22) Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Seconda Lettura (Ef 5,8-14) Risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà.
Vangelo (Gv 9,1-41 (forma breve: Gv 9,1.6-9.13-17) Andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Paolo evidenzia il contrasto che si verifica tra chi è accecato dalla gloria  del mondo: ricchezza, potere, forza, ecc.  e la bellezza del vivere alla luce  della bontà e della giustizia.  Il battezzato, il cristiano che è “nella luce del  Signore”, sa che i valori dati per perdenti dalla mentalità-cultura di questo  secolo, sono invece gli unici che consentono una convivenza pacifica e  serena, permeata d’amore gratuito tra tutti gli uomini.  Il coraggio di farsi  modelli di tali comportamenti apre gli occhi ai ciechi, a chi non vuol vedere  in questo tempo è fondamentale.  Il brano evangelico fa apparire casuale  l’incontro tra Gesù e il cieco”…  passando…  vide…  un uomo cieco dalla nascita”.  Gesù è l’Uomo che cammina per le vie del mondo non solo della  Palestina, e vede gli altri uomini, non è indifferente.  L’uomo invece non lo  vede, non o sa vedere, non lo vuole vedere.  L’uomo vede solamente la sofferenza che è nel mondo, la mancanza di  bene e di beni, non sa vedere ciò che gli è donato, i beni e le bellezze per cui è “vivente”.  Il male è “mancanza di bene”,  non è positività “un esserci”, ma “un non esserci”.  Gesù vede le povertà, miserie, privazioni, la mancanza di vista  nel caso odierno.  L’incarnazione è scelta dal Figlio quale attuazione dell’amore di Dio Padre che vuol far capire all’uomo  la sua vicinanza, la sua prossimità, la sua volontà di liberarlo dalle mancanze fisiche e spirituali.  Il peccato è la prima  mancanza da cui Gesù vuol liberare l’uomo, è l’incarnazione. 

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di , 26 Marzo 2011

3ª di Quaresima
Es 17, 3-7 Dacci acqua da bere
Sal 94 Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore
Rm 5, 1-2. 5-8 L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato
Gv 4, 5-42 Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna

È impossibile commentare adeguatamente, nel breve spazio a nostra disposizione, la splendida pagina dell’Evangelo di Giovanni che oggi la Chiesa propone alla nostra meditazione. Ci limiteremo dunque a qualche rapida suggestione, in esso, due figure campeggiano imponenti: Gesù e la donna di Samaria. In mezzo a loro, un pozzo. E una richiesta esplicita del Maestro: “Ho sete, dammi da bere”. Esprimere la propria sete è uno dei primi gesti umani. La sete di Gesù è sicuramente la sete di un uomo affaticato da un lungo cammino, ed ora seduto ai bordi di un pozzo, oppresso dalla calura. È sete di acqua fresca, richiama e anticipa la sete espressa con voce flebile sulla Croce, prima di “rendere lo Spirito”. Ma è anche qualcosa di più. Ed è una figura della ricchezza simbolica dell’Evangelo di Giovanni. La sete è un bisogno legato all’esistere, alla sopravvivenza. Attraverso la sete, l’uomo e la donna percepiscono la propria creaturalità e il proprio limite e sono indotti a cercare fuori di sé l’appagamento di un desiderio vitale. La sete è una figura religiosa, forse la più importante delle figure religiose. Ogni uomo e ogni donna sono – per utilizzare un’espressione di Agostino – capax Dei, sono cioè abilitati ad aprirsi alla Trascendenza (nei modi più vari, nelle circostanze più imprevedibili che a nessuno di noi è dato di conoscere in profondità). Dio parla alla coscienza di ogni soggetto – Giovanni dice in Spirito e verità – e questo richiede da parte dell’essere umano un ascolto attento. In questo orizzonte – che è l’orizzonte pasquale – esprimere la propria sete rappresenta la suprema invocazione di ogni uomo, di ogni donna e di ogni famiglia, ma anche di tutta una creazione fragile, cauzionata dal male e dalla colpa: un’invocazione spesso angosciosa, spesso tragica, talvolta addirittura imprecante.

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di , 19 Marzo 2011

2ª Di Quaresima
Prima lettura (Gen 12,1-4) Vocazione di Abramo, padre del popolo di Dio.
Salmo responsoriale (Sal 32) Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.
Seconda lettura (2Tm 1,8b-10) Dio ci chiama e ci illumina.
Vangelo (Mt 17,1-9) Il suo volto brillò come il sole

Leggendo l’Evangelo di questa seconda domenica di Quaresima (Mt 17,1-9), conosciuto  come il Vangelo della Trasfigurazione, possono emergere varie considerazioni, pur  partendo da prospettive tra loro differenti, ancorché complementari.  In una prospettiva  teologica, si potrebbe rilevare che Matteo propone un parallelo tutt’altro che azzardato  tra Mosè e Gesù.  Gesù, per Matteo, è “il nuovo Mosè”.  Ci sono d’altra parte nel racconto  matteano alcune singolari analogie: Mosè è il liberatore del popolo ebraico, colui che  ha accompagnato gli Ebrei esuli dall’Egitto verso la salvezza; Gesù è il liberatore dell’umanità  intera che diventa così il popolo dei salvati, accettando nei vari modi e nel mistero  racchiuso nella coscienza di ognuno, il messaggio del Maestro.  Per compiere  quest’opera di liberazione / salvezza entrambi accompagnano il loro popolo attraverso  un esodo, un tempo – che è quello della storia, ma per ognuno di noi il kairòs, il tempo opportuno – al quale non siamo  sempre particolarmente attenti.  Mosè sale sul Monte Sinài per ricevere da Dio le tavole della legge; Gesù sale  sul monte (nella versione di Matteo) per dettare la sua nuova legge (che innova, pur non cancellandola, la legge  mosaica): la legge delle “Beatitudini” la cui osservanza ci rende “felici” (beati… ) e liberi, cioè “salvi”. 

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di , 12 Marzo 2011

1ª Di Quaresima
Prima lettura (Gen 2,7-9; 3,1-7)   La creazione dei progenitori e il loro peccato.
Salmo responsoriale (Sal 50)    Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
Seconda lettura (Rm 5,12-19)   Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia.
Vangelo (Mt 4,1-11)   Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto ed è tentato.

Iniziamo in questa domenica il tempo di Quaresima, un tempo forte per i cristiani, il tempo del deserto, della  nostra riflessione intima sul rapporto che intratteniamo con Dio e con i fratelli, il tempo della riconciliazione e del  perdono.  Il tempo, anche, del digiuno, della fatica, della tentazione.  Il deserto non è solo un luogo fisico, ma anche  antropologico e teologico.  È il tempo del silenzio, tutti ne abbiamo bisogno, e tutti dobbiamo lasciarci interpellare  da esso; non è casuale che la Quaresima, questo tempo di interiorizzazione riflessiva e di rinnovamento  spirituale, inizi proprio con il racconto (Matteo 4,1-11) del deserto in cui Gesù ha volontariamente scelto di sostare  (per 40 giorni e per 40 notti, dice l’Evangelo, ma la cifra è ovviamente simbolica) e di accettarne le terribili  tentazioni.  Chi per varie ragioni abbia soggiornato nel deserto, sa quali pericoli in esso si corrano, quali miraggi  si intravedono, quale fatica si debba sopportare, contro quali tentazioni si debba combattere.  Ma il deserto è un  luogo di passaggio, in esso si deve camminare veloci: fermarsi, rilassarsi, sedersi può addirittura essere la causa della fine di chi in esso si  avventura.  Nel deserto, Gesù ha subito tre tentazioni.  Anche Gesù, non sembri strano, è stato tentato, e non si tratta di tentazioni virtuali,  come spesso ci viene fatto credere da chi ha talmente idealizzato il Maestro da ritenerlo immune dalle passioni umane, anche le più indicibili.  Per costoro non avrebbe fatto fatica, Gesù, lui è il Figlio di Dio, era già scritto che avrebbe resistito alle tentazioni.  Ma non è così.  Gesù, uomo  come ognuno di noi, figlio di Maria e di Giuseppe, poteva vincere o poteva perdere, poteva fermarsi e rincorrere improbabili miraggi, o andare  avanti.  Gesù è andato avanti.  È andato avanti nonostante la cultura ebraica in cui era stato educato ed in cui era immerso: la cultura di  un Dio che stava dalla parte dei giusti e non dei peccatori; la cultura di un popolo che attendeva l’Unto del Signore, faceva il tifo per lui, e  stava con lui; un popolo che, più che pensare a un Dio con sé, voleva un Dio per sé. 

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di , 26 Febbraio 2011

Is 49,14-15   Io non ti dimenticherò
Sal 61   Solo in Dio riposa l’anima mia.
1Cor 4,1-5   Il Signore manifesterà le intenzioni dei cuori.
Mt 6,24-34   Non preoccupatevi del domani.

Si dice che uno dei caratteri distintivi della nostra società sia l’attivismo frenetico, motivato, secondo gli esperti, da  due ragioni: si corre per afferrare l’attimo fuggente, per non farsi scappare soddisfazioni che si teme non si ripresenteranno,  oppure si va di fretta per fare tutto quello che si pensa possa assicurare un domani senza preoccupazioni.  In fondo, le due ragioni hanno la stessa matrice: l’inquietudine circa il domani.  E così, nell’illusione di evitare ipotetiche  ansie future (di un futuro cui nessuno può essere certo di arrivare), riempiamo di ansie (vere) il presente.  Questo  in verità non deve essere solo un atteggiamento di oggi, se già duemila anni fa (vangelo secondo Matteo 6,24-34) Gesù ne denunciava l’assurdità, invitando piuttosto a confidare nella Provvidenza: il che non significa vivere da  incoscienti, senza far nulla, aspettando la manna dal cielo; significa non dare alle cose materiali un’importanza maggiore  di quella effettiva, caricandola inoltre di quanto si teme possa accadere in futuro.  Questo è da pagani, dice il  divino Maestro, cioè da gente senza fede; “cercate invece anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia”, vale a dire, ciò  che è giusto davanti a Dio.  Il resto verrà da sé: Dio è Padre, e non trascura chi si ricorda di essere suo figlio.  “Non  preoccupatevi del domani; a ciascun giorno basta la sua pena”.  Quale saggezza, quale conforto!  “Cercate anzitutto  il regno di Dio”.  L’esortazione è rivolta ad ogni cristiano, e ciascuno la deve mettere in pratica come gli è dato, secondo  i doni ricevuti e le situazioni in cui vive.  Nella seconda lettura di oggi (1Corinzi 4,1-5) Paolo la applica a sé  nella sua qualità di apostolo, “servo di Cristo, amministratore dei misteri di Dio”: tremenda responsabilità, su cui devono  riflettere quanti sono chiamati a continuare la missione degli apostoli, e in particolare il papa, i vescovi, i preti;  tutti, a cominciare da chi stende queste note, saranno chiamati a renderne conto.  Paolo ricorda poi a chi, lui e tutti  gli “amministratori dei misteri di Dio”, devono rendere conto: non ai fedeli, e men che meno a chi si pone fuori  dall’ottica della fede.  Con la consueta franchezza, senza giri di parole, egli dice: “A me importa assai poco di venire  giudicato da voi o da un tribunale umano.  Il mio giudice è il Signore!  ” Si trova qui la risposta alle critiche che, dentro  e fuori la Chiesa, sono spesso rivolte ai suoi pastori.  Quante volte essi sono stati tacciati di oscurantismo o di insensibilità,  di non essere al passo coi tempi, di cocciutaggine nel riproporre “vecchie” dottrine (ad esempio, solo ad esempio,  circa la morale sessuale: divorzio, convivenze, omosessualità eccetera).  Preghiamo per i pastori, perché  siano aperti a comprendere e docili nel seguire non le mode, non gli interessi umani, ma unicamente la voce di chi  un giorno li giudicherà.

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di , 19 Febbraio 2011

7ª del Tempo Ordinario
Lv 19, 1-2.17-18   Ama il prossimo tuo come te stesso
Sal 102   Il Signore è buono e grande nell’amore
1Cor 3, 16-23   Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo è di Dio
Mt 5, 38-48   Amate i vostri nemici

C’è un filo conduttore molto particolare nelle letture che vengono proposte in  questa domenica del tempo ordinario.  In modo molto particolare potremmo  dire che ci viene proposto di fare tutto il contrario di quello che il senso comune del mondo degli uomini ci  imporrebbe di ritenere corretto, intelligente e alla moda.  Ecco, riassumere le Sacre Scritture con una frase  del genere non è certamente da esegeti, ma ci pare perfettamente in linea con le parole di Gesù.  Non dobbiamo  fare i sapienti, scopriremmo di essere sempre ignoranti e limitati, non cerchiamo di imporci sull’altro,  né con la forza, né con l’inganno, ma neppure con il diritto della legge dell’uomo.  I nostri limiti ci impongono  prudenza e umiltà.  E’ il famoso brano evangelico del “porgere l’altra guancia”, “dell’amare il proprio nemico”,  del mettersi al servizio degli altri.  Come è difficile aderire a questa “legge”!  Ma perché Gesù ha imposto una  legge così difficile da osservare?  No, nessuna imposizione.  Gesù ha correttamente riletto le antiche scritture  che la natura umana ha distorto, trasformato a proprio uso e consumo.  E sono leggi che fanno parte della  più antica sapienza, centro del messaggio biblico, ma comune alla gran parte delle religioni.  Iddio disse a  Mosè: “ama il prossimo tuo come te stesso”: ma appare davvero difficile alla natura umana entrare in questo  modo di essere?  Con sincerità dobbiamo riconoscere che abbiamo qualche nemico, qualche persona  insopportabile cui non concediamo non solo il nostro amore, ma cui elargiamo a piene mani odio, insofferenza.  Il nemico politico, il vicino di casa rompiscatole, il parente prepotente, il collega di ufficio invadente, il  “capo” insopportabile.  Dobbiamo amare anche loro!  Ma come si fa?  Come è possibile?  Paolo fa una osservazione  molto forte ed apparentemente esagerata: Dio abita in noi, quindi deve essere tutto possibile.  Dio  mio!  Come fare a seguire questi precetti?  Rileggendo queste letture ci sono venuti alla mente due suggerimenti  molto forti e importanti.  Il primo lo indica il Salmo.  Secondo noi è una preghiera che dà un grande forza  e fiducia nel sostegno del Signore e nelle nostre possibilità.  Il secondo è l’applicare quel “voto all’amore”  che ci viene proposto per essere “simili” a Dio.  Troppo facile amare chi ci ama.  C’è sempre attenzione all’altro?  Quanto ci condiziona il modo di pensare comune, le mode, l’adeguarci al mondo secolarizzato.  Diamo  una svolta alla nostra vita e impareremo a trasformare anche il  mondo che ci circonda.  Abbiamo già ampiamente sperimentato  quanto sia impossibile trasformare il mondo intorno a noi combattendolo,  contrastandolo, cercando di imporre la nostra umana  idea.  Proviamo ad amarlo, ad amarci, ad amare anche il nemico  e l’avversario.  E’ un modo per essere figli di Dio.  La nostra  meta non è questo mondo, cerchiamo di avviarci verso il nostro  obiettivo mano nella mano con i fratelli. 

[omelia frati cappuccini]

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di , 13 Febbraio 2011

6ª del Tempo Ordinario
Sir 15,16-21   A nessuno ha comandato di essere empio
Sal 118   Beato chi cammina nella legge del Signore
lCor 2,6-1Q   Dio ha stabilito una sapienza prima dei secoli per la nostra gloria
Mt 5,17-37   Così fu detto agii antichi, ma io vi dico

La liturgia eucaristica di questa domenica ha come tema centrale i comandamenti, norme di vita rivelate al popolo eletto e norme di vita iscritte nel cuore di ogni uomo che voglia vivere un’autentica libertà. La libertà, infatti, come dirà anche Paolo, non può essere un pretesto per realizzare, sempre e comunque, i propri desideri, le proprie ambizioni e i propri progetti, anche a scapito degli aitri, ma, al contrario, se è autentica, essa è la capacità di armonizzarsi con la libertà degli altri in un vivere civile e sociale pacifico e solidale, un vivere che, secondo il progetto di Dio, è guidato e animato dall’amore reciproco. Di questa fondamentale legge morale ed etica, ci parla anche il libro sapienziale del Siracide. I comandamenti, legge che Dio ha dato all’uomo, non sono un peso opprimente ma l’espressione dell’amore del Padre che tutela i suoi figli e li guida nel cammino della vita. Affinché esso sia un giusto cammino è chiesto all’uomo di accogliere con fiducia la parola del suo Dio perché essa è parola di vita; l’unica che veramente tuteli il vivere di ognuno nella grande comunità degli uomini. Tuttavia, l’obbedienza alla legge non può essere una coercizione. Dio non usa la forza, ma rispetta la libertà di ognuno Sta, dunque all’uomo scegliere il proprio destino di vita o di morte, di accoglienza di Dio e della sua parola che salva e dà la vita, oppure un destino di morte e di disamore lontano dal suo Creatore e Padre. La piena osservanza delia legge, l’obbedienza totale e convinta della parola di Dio, infatti, è un’obbedienza che parte dal cuore ed è ciò di cui ci parla, in questa domenica, il passo del Vangelo di Matteo che è parte del lungo discorso di Gesù sulle beatitudini. Gesù attacca la degenerazione dell’osservanza in freddo legalismo: un’osservanza formale, ormai priva di fede viva e di sincero amore, perché l’amore, appunto, è il ” compimento” al quale il Signore si riferisce. Il compimento della legge di cui Cristo parla è sinonimo di pienezza, quella pienezza che è il senso profondo della legge di Dio, riconosciuta, accolta e amata come dono che ci fa veramente uomini liberi, persone che agiscono con intelligenza e saggezza, anzi, con sapienza, come l’apostolo Paolo scrive; sapienza ci è donata in ogni parola rivelata. Ed ecco l’insegnamento di Cristo: non esiste infatti solo l’omicidio, a dare la morte fisica. Esiste anche l’odio, l’ira, la vendetta, il giudizio che, screditando, uccide; esiste il sospetto, la diffamazione; esiste il disprezzo e tutto quanto l’inimicizia e la mancanza d’amore generano, inquinando pesantemente i rapporti umani. E Gesù è inesorabile quando si agisce contro l’amicizia e l’amore, quell’amore che ci rende somiglianti a Dio, e cresce fino a renderci capaci di misericordia e perdono. E’ un amore che non ammette deroghe quello di cui Cristo parla, e che sta a fondamento di tutta la legge. Nessuna offerta, infatti, è gradita a Dio se chi presenta il suo dono non è capace di amare il suo prossimo. Infatti, son le cose che escono dal cuore quelle che contaminano l’agire umano, è sempre il cuore quello che deve esser risanato dalla capacità di amare veramente; e amare significa donazione di sé, una donazione incondizionata, sincera profonda e fedele. Amare, non è possedere l’altro per il proprio piacere ma donarsi senza limiti, realizzando una profonda comunione che oltrepassa la sfera del corpo e diventa affinità interiore, in un legame che dura nel tempo, e, spesso, vorrebbe oltrepassarlo. Sta all’uomo scegliere il proprio destino che inizia già nel tempo e la sua scelta è tra la vita e la morte, tra il bene e il male, la scelta fondamentale di tutta la nostra esistenza è nella nostra libertà: o con Dio, in Cristo, o lontano da lui, privi della vera libertà e di amore, quell’amore che pacifica e salva, ora nel tempo e poi per sempre, [omelia Frati Capuccini]

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