Category: Giovani

Il pellegrinaggio in Polonia

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di , 16 Luglio 2010

Siamo appena tornati dalla gita-pellegrinaggio in Polonia. Una settimana dove abbiamo avuto la possibilità di vedere e toccare non solo luoghi belli e importanti, ma soprattutto un popolo ancora legato al Suo Signore e alla sua Chiesa. Rimangono nel nostro ricordo le tante chiese visitate, le piazze e i palazzi, i giardini, il colore verdere di prati e boschi infiniti. 

Rimane in particolare dentro di noi la vista di  tante persone che pregavano e queste erano soprattutto giovani, famiglie giovani con bambini piccoli, gruppi di ragazzi delle parrocchie in pellegrinaggio. Proprio questo aspetto, visto in particolare al Santuario della Madonna Nera di Jasna Gora a Chestochowa, ha toccato tutti i partecipanti. Infatti la storia della Polonia, soprattutto degli ultimi 60 anni, non è una storia facile e semplice, prima il nazismo e l’invasione tedesca e la guerra, poi il comunismo e la sottomissione a Mosca hanno segnato questo popolo. Ciò che era ed è riferimento forte e radicale era la fede in Gesù Cristo e la Chiesa.    

La visita è iniziata a Varsavia, l’attuale capitale, e si è conclusa a Cracovia, la “vera” capitale, non solo perché lo è stata, ma perchè ancora lì si possono vedere il Castello del Walvel dove sono sepolti i re polacchi. Il castello del Wavel contiene pure la Cattedrale di Cracovia, sede episcopale del Card. Carol Woitila, divenuto il servo di Dio Papa  Giovanni Paolo II. E proprio sulle sue orme abbiamno camminato in questi giorni. Visitando la sua casa natale, la sua chiesa parrocchiale, dove ha ricevuto il battesimo e gli altri sacramenti, il santuario della Divina Misericordia così caro al suo cuore, abbiamo accolto ancora il suo spirito, la sua testimonianza di  fede che rimana viva.

Non è mancata la visita molto struggente al campo di concetramento e sterminio di Auschwitz e di Birkenau, luoghi dove il male e l’odio  hanno raggiunto il loro punto più drammatico. La visita più gradita è stata quella di don Sebatian che è rimasto con noi due giorni. La sua amicizia è sempre più forte e sincera.  Abbiamo ringraziato il Signore di questa visita e non mancherà l’occasione di condividerla con tutti.

Dalle Parole del Papa ai nostri Vescovi

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di , 30 Maggio 2010

Dalle Parole del Papa ai nostri Vescovi  … 

…  E mi sembra necessario andare fino alle radici profonde di questa emergenza per  trovare anche le risposte adeguate a questa sfida.  Io ne vedo soprattutto due.  Una  radice essenziale consiste – mi sembra – in un falso concetto di autonomia dell’uomo:  l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza imposizioni da parte di altri, i  quali potrebbero assistere il suo autosviluppo, ma non entrare in questo sviluppo.  In  realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro,  l’«io» diventa se stesso solo dal «tu» e dal «voi», è creato per il dialogo, per la comunione  sincronica e diacronica.  E solo l’incontro con il «tu» e con il «noi» apre l’«io»  a se stesso.  Perciò la cosiddetta educazione antiautoritaria non è educazione, ma rinuncia all’educazione:  così non viene dato quanto noi siamo debitori di dare agli altri, cioè questo «tu» e  «noi» nel quale si apre l’«io» a se stesso.  Quindi un primo punto mi sembra questo: superare  questa falsa idea di autonomia dell’uomo, come un «io» completo in se stesso, mentre diventa  «io» anche nell’incontro collettivo con il «tu» e con il «noi».  L’altra radice dell’emergenza educativa  io la vedo nello scetticismo e nel relativismo o, con parole più semplici e chiare, nell’esclusione  delle due fonti che orientano il cammino umano.  La prima fonte dovrebbe essere la natura secondo  la Rivelazione.  Ma la natura viene considerata oggi come una cosa puramente meccanica,  quindi che non contiene in sé alcun imperativo morale, alcun orientamento valoriale: è una cosa  puramente meccanica, e quindi non viene alcun orientamento dall’essere stesso.  La Rivelazione  viene considerata o come un momento dello sviluppo storico, quindi relativo come tutto lo sviluppo  storico e culturale, o – si dice – forse c’è rivelazione, ma non comprende contenuti, solo motivazioni.  E se tacciono queste due fonti, la natura e la Rivelazione, anche la terza fonte, la storia,  non parla più, perché anche la storia diventa solo un agglomerato di decisioni culturali, occasionali,  arbitrarie, che non valgono per il presente e per il futuro.

Fondamentale è quindi ritrovare un concetto vero della natura come creazione di Dio che parla a noi; il  Creatore, tramite il libro della creazione, parla a noi e ci mostra i valori veri.  E poi così anche ritrovare la  Rivelazione: riconoscere che il libro della creazione, nel quale Dio ci dà gli orientamenti fondamentali, è  decifrato nella Rivelazione, è applicato e fatto proprio nella storia culturale e religiosa, non senza errori, ma  in una maniera sostanzialmente valida, sempre di nuovo da sviluppare e da purificare.  Così, in questo  «concerto» – per così dire – tra creazione decifrata nella Rivelazione, concretizzata nella storia culturale che  sempre va avanti e nella quale noi ritroviamo sempre più il linguaggio di Dio, si aprono anche le indicazioni  per un’educazione che non è imposizione, ma realmente apertura dell’«io» al «tu», al «noi» e al «Tu» di  Dio.  Quindi le difficoltà sono grandi: ritrovare le fonti, il linguaggio delle fonti, ma, pur consapevoli del peso  di queste difficoltà, non possiamo cedere alla sfiducia e alla rassegnazione.  Educare non è mai stato facile,  ma non dobbiamo arrenderci: verremmo meno al mandato che il Signore stesso ci ha affidato, chiamandoci  a pascere con amore il suo gregge.  Risvegliamo piuttosto nelle nostre comunità quella passione educativa,  che è una passione dell’«io» per il «tu», per il «noi», per Dio, e che non si risolve in una didattica, in un  insieme di tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi aridi.  Educare è formare le nuove generazioni,  perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa che non è solo occasionale,  ma accresciuta dal linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella Rivelazione, di un patrimonio  interiore condiviso, della vera sapienza che, mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta  il pensiero, gli affetti e il giudizio.  I giovani portano una sete nel loro cuore, e questa sete è una domanda  di significato e di rapporti umani autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita.  È desiderio  di un futuro, reso meno incerto da una compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno con  delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma raggiungibili.  La nostra risposta è l’annuncio del Dio amico dell’uomo, che in Gesù si è fatto prossimo a ciascuno.  La trasmissione della fede è parte irrinunciabile della formazione integrale della persona, perché in Gesù  Cristo si realizza il progetto di una vita riuscita: come insegna il Concilio Vaticano II, «chiunque segue Cristo,  l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo» (Gaudium et spes, 41).  L’incontro personale con Gesù è  la chiave per intuire la rilevanza di Dio nell’esistenza quotidiana, il segreto per spenderla nella carità fraterna,  la condizione per rialzarsi sempre dalle cadute e muoversi a costante conversione.

La Parola della Domenica

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di , 30 Gennaio 2010

4ª del Tempo Ordinario
Ger 1,4-5.  17-19   Ti ho stabilito profeta delle nazioni. 
Sal 70   La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza. 
1Cor 12,31-13,13   Rimangono la fede, la speranza, la carità; ma la più grande di  tutte è la carità. 
Lc 4,21-30   Gesù come Elia ed Eliseo è mandato non per i soli Giudei.
 

Passando in mezzo a loro, se ne andò…  Impressiona l’atteggiamento di Gesù di fronte alla folla piena di sdegno.  Lui  “passando in mezzo a loro se ne andò”.  Questo “passare” di Gesù è il preludio della Sua resurrezione che sconfigge il male nel cuore  dell’uomo e nel mondo.  E’ come una sfida che risulta vincente per la folla che lo caccia fuori della città.  Lui sa la difficoltà della  gente, incapace di riconoscere il Messia, perché il loro pregiudizio immobilizza e rende incapace di aprire gli occhi al divino.  “Nessun  profeta è bene accetto in patria” è il commento di Gesù di fronte ai suoi compaesani di Nazaret.  Un commento che sicuramente non  voleva esternare, che però visto i fatti portano Gesù a quell’espressione divenuta famosa anche ai nostri tempi.  Questo episodio del  Vangelo di oggi ci richiama a fare delle considerazioni utili per noi in cammino per diventare Suoi discepoli.  I compaesani di Gesù  sembrano bloccati dai loro pregiudizi e non riescono ad andare oltre.  Si può dire che la loro vista è annebbiata e il loro udito è disturbato  tanto da non vedere e non sentire che il Messia è lì accanto a loro. 

Mi viene da pensare come anche noi tante volte siamo imprigionati  nei nostri pregiudizi e non riusciamo ad accogliere Gesù perché non ci accorgiamo della Sua presenza.  Importante è liberarci  per accogliere.  Uscire da noi stessi per aprirci a Dio.  Donare per ricevere.  Possono sembrare degli slogan, ma in realtà sono degli  aiuti per diventare capaci di riconoscere la presenza di Gesù e poterLo accogliere.  Si potrebbe obbiettare: ma Lui è Dio e certe cose le  può fare con naturalezza e facilità.  Si dimentica che Gesù è certamente vero Dio, ma è anche vero uomo e quindi ha faticato anche  Lui per andare contro corrente e compiere il volere del Padre.  L’episodio del Vangelo di oggi ci richiama al coraggio e alla caparbietà  che devono essere atteggiamenti di ogni cristiano.  La fiducia di camminare secondo il volere del Padre rendono Gesù capace di  “sfidare” la folla.  Il sogno del cassetto e – perdonatemi la presunzione – non solo mio ma sicuramente anche di Gesù: essere cristiani  sempre e non solo per le grandi feste, come Natale e Pasqua.  Sarà che nella mia comunità la categoria dei “natalini” e “pasqualini”  è sempre in aumento, sarà che si vedono in chiesa sempre le stesse faccie, il “cristianesimo feriale” è una priorità per tutta la Chiesa.  Non esiste più un tempo dell’uomo e un tempo di Dio, un tempo per l’uomo e uno per Dio.  Esiste un tempo solo, una storia sola:  quella di Gesù Cristo.  Questo è l’ “oggi” definitivo che raccoglie tutte le nostre quotidianità, è la possibilità di trasfigurare le nostre  paure e le nostre ferite alla luce della sua Parola, è la possibilità di avere uno sguardo nuovo sulla nostra vita.  Non dobbiamo nasconderci,  non c’è nulla da nascondere a Lui. 

A volte trovo persone che per anni non si permettono di ricevere il perdono di Dio perché  si sentono perdute e imperdonabili; trovo fratelli e sorelle che si identificano con il loro peccato e non concedono nessun spiraglio  alla novità che Dio vuole offrire; trovo giovani che non si permettono di scegliere la via della felicità come auto-punizione per  errori commessi o perché non si sentono più degni di nulla di bello.  Per voi, cari amici, la Parola ha una buona notizia.  Per voi, fratelli,  la Parola è una buona notizia.  Oggi è il giorno di liberazione.  Oggi è il giorno in cui – se lo vuoi – si possono aprire i tuoi occhi, si  possono sciogliere le tue catene, le tue ferite possono essere risanate e tuoi desideri saziati.  Oggi è il giorno di liberazione.  Per te  che da anni ti tieni un peso tremendo sullo stomaco e non riesci a metterlo nelle sue mani.  Per te che sei schiava di un rapporto che  non ha futuro.  Per te che non riesci a perdonarti un errore di gioventù e non ti permetti di accogliere il perdono di Dio.  Per te che non  riesci a perdonare un torto subito e ti porti questo peso come una zavorra che ti ha isolato da tutto e tutti.  Per te, per la tua vita, per  i tuoi sogni, per il tuo amore, oggi c’è una buona notizia.  La seconda preghiera di colletta di questa IV domenica del Tempo Ordinario  penso possa andare bene per la conclusione di questa riflessione: “O Dio, che nel profeta accolto dai pagani e rifiutato in patria manifesti  il dramma dell’umanità che accetta o respinge la tua salvezza, fa’ che nella tua Chiesa non venga meno il coraggio dell’annunzio  missionario del Vangelo”. 

( sintesi di commenti vari)

Un nuovo dono

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di , 19 Dicembre 2009

NatalePuntuale arriva il Natale, non sbaglia giorno, non ritarda, anzi. 
Un Natale nuovo, un Natale che viene a rinnovare la nostra  vita personale e comunitaria.  Dio che si incarna nella nascita  di Gesù a Betlemme, ci annuncia ancora: “Dio desidera donare  se stesso per dare alla tua vita compimento”.  E’ questo il grande e nuovo dono, Dio stesso si fa uomo  per ciascuno di noi.  Sarà un nuovo Natale e porta con se novità :  *prima di tutto questa esperienza di cammino dall’Unità alla  Comunità Pastorale, cammino che cambierà sostanzialmente il  modo di vivere la nostra dimensione di parrocchia.  *Poi la centralità che desideriamo dare all’Eucaristia con la  realizzazione della Adorazione permanente, cioè la possibilità  di avere una mattina e un pomeriggio di ogni settimana, Gesù esposto nel santissimo  Sacramento per diventare punto di riferimento e centro vitale del cammino delle nostre  persone e delle nostre comunità.  *La preparazione alla Visita Pastorale del Patriarca Angelo che verrà tra noi il 4 e il 5  dicembre 2010.  Il 6 poi festeggerà con noi il patrono san Nicolò. 

Questa sua visita è la  visita del Pastore che ha a cuore il suo gregge.  Egli viene per confermarci nella fede e per  annunciarci quella Parola che da vita.  Nell’opuscolo che viene consegnato con questo  COMMUNIO, troverete tutte le date, fissiamole già nel calendario di casa, nelle agende  personali, nelle memorie dei cellulari, così potremmo partecipare e gustare con tutti i  fedeli della nostra diocesi, del nostro vicariato, della città lagunare, a questo incontro  con il Pastore che viene a raccogliere il suo gregge per accompagnarlo a pascoli sicuri e  buoni.  Questo è il mio augurio di Buon Natale e di un Nuovo Anno nel Signore, un augurio  per tutti, per i nostri ammalati e anziani e per chi lo vivrà da solo, per i giovani e i  ragazzi, per le famiglie, soprattutto quelle che soffrono. 

Aggiungo un grazie di cuore a tutti quelli, che in qualsiasi modo, si spendono nel servire  le nostre comunità cristiane e generosamente le fanno vivere. 

Auguri, don Carlo

Dalla Unità alla Comunità Pastorale

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di , 12 Dicembre 2009

 Dalla Lettera Apostolica  “Novo Millenio Ineunte” di Giovanni Paolo II 

La Spiritualità di Comunione come si realizza?  ” 
Giovanni Paolo II46.  Questa prospettiva di comunione è strettamente legata  alla capacità della comunità cristiana di fare spazio a  tutti i doni dello Spirito.  L’unità della Chiesa non è uniformità,  ma integrazione organica delle legittime diversità.  È  la realtà di molte membra congiunte in un corpo solo, l’unico  Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12,12).  È necessario perciò  che la Chiesa del terzo millennio stimoli tutti i battezzati e  cresimati a prendere coscienza della propria attiva responsabilità  nella vita ecclesiale.  Accanto al ministero ordinato,  altri ministeri, istituiti o semplicemente riconosciuti,  possono fiorire a vantaggio di tutta la comunità, sostenendola  nei suoi molteplici bisogni: dalla catechesi all’animazione  liturgica, dall’educazione dei giovani alle più varie  espressioni della carità.  Certamente un impegno generoso va posto — soprattutto  con la preghiera insistente al padrone della messe (cfr Mt  9,38) — per la promozione delle vocazioni al sacerdozio e  di quelle di speciale consacrazione.  È questo un problema  di grande rilevanza per la vita della Chiesa in ogni parte  del mondo.  In certi Paesi di antica evangelizzazione,  poi, esso si è fatto addirittura drammatico a motivo del  mutato contesto sociale e dell’inaridimento religioso indotto  dal consumismo e dal secolarismo.  È necessario ed  urgente impostare una vasta e capillare pastorale delle  vocazioni, che raggiunga le parrocchie, i centri educativi,  le famiglie, suscitando una più attenta riflessione sui valori  essenziali della vita, che trovano la loro sintesi risolutiva  nella risposta che ciascuno è invitato a dare alla chiamata  di Dio, specialmente quando questa sollecita la donazione  totale di sé e delle proprie energie alla causa del Regno.  In questo contesto prende tutto il suo rilievo anche ogni  altra vocazione, radicata in definitiva nella ricchezza della  vita nuova ricevuta nel sacramento del Battesimo.  In particolare,  sarà da scoprire sempre meglio la vocazione che  è propria dei laici, chiamati come tali a « cercare il regno  di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo  Dio »32 ed anche a svolgere « i compiti propri nella Chiesa  e nel mondo […  ] con la loro azione per l’evangelizzazione  e la santificazione degli uomini ».  33  In questa stessa linea, grande importanza per la comunione  riveste il dovere di promuovere le varie realtà aggregative,  che sia nelle forme più tradizionali, sia in quelle più  nuove dei movimenti ecclesiali, continuano a dare alla  Chiesa una vivacità che è dono di Dio e costituisce un’autentica  « primavera dello Spirito ».  Occorre certo che associazioni  e movimenti, tanto nella Chiesa universale  quanto nelle Chiese particolari, operino nella piena sintonia  ecclesiale e in obbedienza alle direttive autorevoli dei  Pastori.  Ma torna anche per tutti, esigente e perentorio, il  monito dell’Apostolo: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate  le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che  è buono» (1 Ts 5,19-21).  47.  Un’attenzione speciale, poi, deve essere assicurata  alla pastorale della famiglia, tanto più necessaria in un  momento storico come il presente, che sta registrando  una crisi diffusa e radicale di questa fondamentale istituzione.  Nella visione cristiana del matrimonio, la relazione  tra un uomo e una donna — relazione reciproca e totale,  unica e indissolubile — risponde al disegno originario di  Dio, offuscato nella storia dalla « durezza del cuore », ma  che Cristo è venuto a restaurare nel suo splendore originario,  svelando ciò che Dio ha voluto fin « dal principio  » (Mt 19,8).  Nel matrimonio, elevato alla dignità di Sacramento,  è espresso poi il « grande mistero » dell’amore  sponsale di Cristo per la sua Chiesa (cfr Ef 5,32).  Su questo punto, la Chiesa non può cedere alle pressioni  di una certa cultura, anche se diffusa e talvolta militante.  Occorre piuttosto fare in modo che, attraverso un’educazione  evangelica sempre più completa, le famiglie cristiane  offrano un esempio convincente della possibilità di un  matrimonio vissuto in modo pienamente conforme al disegno  di Dio e alle vere esigenze della persona umana: di  quella dei coniugi, e soprattutto di quella più fragile dei  figli.  Le famiglie stesse devono essere sempre più consapevoli  dell’attenzione dovuta ai figli e farsi soggetti attivi di  un’efficace presenza ecclesiale e sociale a tutela dei loro  diritti.

Andarono senza indugio…

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di , 12 Dicembre 2009

Avvento5Resta in attesa…  e’ una sorpresa! 
(Senza la domenica…  non possiamo vivere) 

3^ Domenica di Avvento
Abbiamo visto che se noi invitiamo Dio ad entrare nella nostra vita, cioè lo prendiamo sul serio, non possiamo restare  indifferenti, questo però non solo per un senso del dovere o per applicare degli insegnamenti esterni…  ma per la conseguenza  di un cuore nuovo!  Ecco perché la folla nel Vangelo domanda a Giovanni cosa deve fare…  Ecco perché i pastori  all’annuncio degli angeli si mettono in moto.  Noi sentiamo questa urgenza?  Il momento dopo la comunione potrebbe essere  lo spazio giusto per invitare tutti alla preghiera silenziosa e interrogare il proprio cuore per scorgere i semi che Dio vi  ha piantato e individuare come fare spazio nella nostra vita perché crescano rigogliosi. 

Sorpresi (Sor-presi) di essere invitati
I pastori erano gente semplice che viveva ai margini dei villaggi.  Non erano molto stimati e  anzi spesso si sospettava di loro: chi poteva controllare chi lavora di notte?  Dalla vita non si aspettavano grandi riconoscimenti, ormai  rassegnati al loro posto nella scala sociale.  Gente che in fondo non si aspetta nulla, ma che per ironia della sorte sa meglio di tanti altri  cosa vuol dire “restare in attesa”.  Erano poveri,masi lasciavano stupire dalle piccole gioie: la nascita di un capretto, una fonte d’acqua  limpida, una stella particolarmente luminosa.  Era notte.  Qualche pastore teneva acceso il fuoco del bivacco, a crocchi chiacchieravano  attorno alla fioca luce, altri più scostati controllavano il gregge.  All’improvviso il cielo si illuminò.  Una voce calda e festosa disse parole  insolite: Che fare?  Credere a quella voce?  E’ notte, il tempo dei sogni che al giungere del giorno svaniscono.  Ma quella luce era così intensa  e così in tanti hanno udito quella voce: poteva essere solo un’illusione?  Stava accadendo qualcosa di nuovo!  Che gioia!  Dio si era rivolto  proprio a loro per dare questo lieto annuncio.  Perché proprio noi?  Perché proprio io?  Pensava ciascuno in cuore… Quel “Non temete  ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è il Cristo Signore.  Questo  per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” Dio, lontano nel cielo, si stava facendo vicino,  stava facendo conoscere qualcosa di ‘straordinario’a degli uomini ‘qualunque’.  Si decidono a partire, mettono in gioco la loro libertà, prestano  fede a quell’invito.  Chi sarà mai questo bambino?  Perfino la madre e il padre sembrano stupiti di tanto strepito attorno al loro piccolo  frugoletto: solitudine e gloria; una stalla, perché rifiutati dai ben più comodi alberghi della città e ora accolti e salutati da quel gruppo  di pastori, che raccontano di aver udito parole meravigliose su quel bambino.  Forse portano in dono i prodotti del loro lavoro; i pastori  non temono la loro povertà, non temono di portare le loro cose semplici.  E in cambio dei graditi doni, utili alla povertà di quella famiglia  nascente, ricevono il Dono: lo stare accanto a quel bambino, il suo rimettersi ai loro occhi, alle loro mani.  Consegnato nelle mani degli  uomini fin da allora.  Solo un povero di spirito può stupirsi di essere stato scelto, può prestare ascolto all’invito di Dio e dar Gli credito,  può riconoscerne il segno, può assaporarne la gioia.  Solo un povero può riconoscere nella povertà di quella scena la presenza di Dio.  Questo  perché il primo ad accogliere la buona notizia è sempre chi si sente povero davanti a Dio e sa che può confidare solo in Lui.  Attorno  alla mangiatoia i pastori trovano tre creature umane: da quando il Figlio di Dio è diventato figlio dell’uomo non si  può più cercare autenticamente il Signore trascurando gli uomini e le donne che si presentano al nostro sguardo*.

Don Luigi Cerutti

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di , 11 Dicembre 2009

Don Luigi CeruttiNato a Gambarare di Mira  in provincia di Venezia il 16 marzo 1865, Luigi Cerutti entra all’età di 11 anni nel Seminario patriarcale di Venezia, fu consacrato sacerdote nel 1888.  Fu nominato cappellano del suo paese di provenienza dall’allora Patriarca Domenico Agostini, e in quella zona svolse la sua intensa attività fino al 1896.

Si trattava allora di una zona assai depressa, estremamente povera ed acquitrinosa dove la malaria e le  febbri palustri erano malattie frequenti tra i contadini, i quali passavano la loro grama vita nell’ignoranza non essendovi ancora alcun programma di istruzione obbligatoria.   Sebbene inviato per curare le anime non potè rimanere inerte di fronte alla miseria, e nel febbraio del 1890 fondò assieme al suo parroco don Giuseppe Resch la prima Cassa Rurale cattolica con l’intento di stimolare l’economia ed eliminare lo strozzinaggio imperante.

Furono quindi fondate altre istituzioni di cooperazione agricola tra cui un caseificio sociale, una società di assistenza contro la mortalità del bestiame ed una società per acquisti collettivi.  Per sostenere adeguatamente tali attività in crescita non erano più sufficienti forme così primitive di autofinanziamento, occorreva un vero istituto di credito che – comunque – egli desiderava essere basato sull’etica cattolica.  Con l’elezione nel 1894 del Cardinal Sarto a Patriarca di Venezia (che sarebbe in seguito elevato al Soglio Pontificio col nome di Pio X)  e la sua partecipazione anche come socio fondatore fu possibile istituire nel 1895 il Banco di San Marco, finalmente dotato di un capitale adeguato alla bisogna.

Nel 1896 diviene parroco a SS. Maria e Donato in Murano dopo esser stato – a detta del suo ex superiore – “una vera benedizione per il mio paese“.

Anche nell’isola continuò nella sua opera, divenendo uno dei più importanti ispiratori dell’azione economico-sociale della Chiesa a cavallo tra i due secoli. Ricoprì importanti cariche all’interno dell’Opera dei Congressi, a livello regionale e nazionale, nel settore Casse Rurali e istituti di credito; propagandò le nuove iniziative creditizie e – più in generale – cooperativistiche.

Dalle cucine popolari alle società operaie di mutuo soccorso, dalla diffusione della buona stampa alla raccolta dell’ “obolo di S.Pietro” , ed ancora istruzione dei ragazzi di strada, formazione degli studenti universitari, assistenza ai poveri, associazioni di patronato. 

In particolare è ricordato dalla gente di Murano per l’impulso vitale dato all’isola con l’istituzione di una cassa operaia a risparmio obbligatorio,  per le case popolari a riscatto assicurativo e per la cooperativa di consumo (ora Cooperativa Muranese Mista), sebbene la sua opera si sia snodata lungo un quarto di secolo peraltro segnato anche da una guerra. 

Per far comprendere ai piu giovani la portata delle sue innovazioni basti pensare al significato di “casa a riscatto assicurativo” : viene stabilito che gli inquilini delle case costruite in Calle San Giuseppe  entrino senza versare alcun anticipo in denaro e ne divengano proprietari pagando per i  successivi trent’anni un affitto a prezzi inferiori a quelli di mercato.  In caso di morte del socio, la  casa sarebbe stata assegnata ai figli senza gravarli di alcun onere.
Mosaico CeruttiNalla Cooperativa di Consumo i soci si dividevano tra consumatori ed azionisti; all’apertura di un primo spaccio di generi alimentari in proprietà ne seguì un secondo in  affitto – sempre con prezzi uguali a quelli degli altri esercizi – ma con varie facilitazioni concesse ai  soci.  In caso di morte del socio – inoltre –  la famiglia avrebbe ricevuto quanto questi aveva speso  nell’ultimo trimestre. 
Tutto questo avveniva in un’epoca che vedeva ancora latifondisti e contadini in perenne miseria (la storia del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è ambientata tra il 1860 ed il 1910), tormentata dalla grande guerra (1915 – 1918) ed in cui l’allora nascente (1919) partito fascista chiedeva a gran voce cose che a noi sembrano scontate…

  • La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavori la giornata legale di otto ore di lavoro.
  • I minimi di paga.
  • La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria (sindacati).
  • L’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.
  • La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
  • Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia abbassando il limite di età, proposto a 65 anni, a 55 anni.

Morì a Venezia 23 ottobre 1934, circa un  mese dopo aver assistito alla consegna delle case popolari ai primi inquilini che ne erano ormai divenuti proprietari.  Un eccellente saggio storico-biografico ad opera del Dott. Mario De Biasi, “Mons. Luigi Cerutti e la sua Chiesa”  edito nel 2006  dalla Società cooperativa Muranese mista è disponibile presso la nostra basilica.

Tu lo Chiamerai Gesù

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di , 5 Dicembre 2009

AvventoResta in attesa…  e’ una sorpresa!
(Senza la domenica…  non possiamo vivere)

2^ Domenica di Avvento 
Questa settimana è l’occasione per evidenziare come la parola di Dio nella liturgia è in stretta connessione  con la conversione.  La Parola opera ciò che dice.  Giuseppe, il carpentiere, è immagine efficace di colui che è  chiamato a condividere il sogno di Dio e si mette a disposizione per realizzarlo, anche accettando di modificare  le proprie idee e convinzioni.  La proclamazione comunitaria del “Credo”, dopo l’ascolto delle letture,  assume questa valenza di adesione a ciò che si è ascoltato e la disponibilità fiduciosa alla collaborazione  nel Regno di Dio. 

Sorpreso (sor-preso) interamente… 
Dio si fida di lui al punto da affidagli suo Figlio e la madre di Lui.  Che cosa incredibile!  Un piccolo falegname di provincia  custode dell’evento che avrebbe cambiato la storia.  Sì, è ancora una famiglia bella e devota alla legge quella di cui è a  capo…  ma quanto diversa da quella che aveva immaginato.  Dio non lo si poteva nemmeno nominare e ora avrebbe dovuto  indicarne il nome:.  E’ lui chiamato a diventarne il responsabile ufficiale, davanti alla comunità.  Con quale delicatezza  è vicinissimo al Mistero e allo stesso tempo lontano, quasi estromesso.  Maria ne sarebbe stata la madre, egli ‘solo’ il  custode, ne garantiva l’appartenenza alla casa di Davide: questo era il suo dono a quel Figlio.  Allo stesso tempo non è  poco essere uno sposo all’altezza di tale madre, un padre adottivo che avrebbe dovuto aiutare quel bambino ad aprirsi al  Padre da cui ogni paternità ha origine.  E’ un po’ il tratto di ogni uomo e di ogni padre: avere una missione che si percepisce  più grande di sé, che chiede di aprire a orizzonti nuovi e allo stesso tempo fondare nella tradizione; donare la libertà  del futuro insieme con le radici del passato.  Ora è chiamato a essere capo, ma non regista; a custodire ricordando di non  essere ‘padrone’ della missione di Maria e di Gesù.  Offre la sua persona, il suo tempo, la sua autorevolezza e la sua umiltà,  imparando fin da quel primo istante della sua famiglia anche a farsi da parte.

San Nicola di Myra

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di , 29 Novembre 2009

San Nicola di MyraLa sua fama è universale, documentata da chiese e opere d’arte, da istituzioni e tradizioni legate al suo nome. Ma sulla sua vita le notizie certe sono pochissime. Nato probabilmente a Pàtara di Licia, in Asia Minore (attuale Turchia), è poi eletto vescovo di Mira, nella stessa Licia.   E qui, dicono alcune leggende, compie un miracolo dopo l’altro.

Come accade alle personalità forti, quasi ogni suo gesto è trasfigurato in prodigio: strappa miracolosamente tre ufficiali al supplizio; preserva Mira da una carestia, con altri portenti… Qui può trattarsi di fatti autentici, abbelliti da scrittori entusiasti.  Forse per gli ufficiali egli ha ottenuto la grazia dell’imperatore Costantino (al quale chiederà anche sgravi d’imposta per Mira); e contro la carestia può aver organizzato rifornimenti tempestivi.  Ma si racconta pure che abbia placato una tempesta in mare, e resuscitato tre giovani uccisi da un oste rapinatore…  Un “Passionarium” del VI secolo dice che ha sofferto per la fede nelle ultime persecuzioni antecedenti Costantino, e che è intervenuto nel 325 al Concilio di Nicea.   Nicola muore il 6 dicembre di un anno incerto e il suo culto si diffonde dapprima in Asia Minore (25 chiese dedicate a lui a Costantinopoli nel VI secolo).   Ci sono pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Mira.

Moltissimi scritti in greco e in latino lo fanno via via conoscere nel mondo bizantino-slavo e in Occidente, cominciando da Roma e dal Sud d’Italia, soggetto a Bisanzio.  Ma oltre sette secoli dopo la sua morte, quando in Puglia è subentrato il dominio normanno, “Nicola di Mira” diventa “Nicola di Bari”.   Sessantadue marinai baresi, sbarcati nell’Asia Minore già soggetta ai Turchi, arrivano al sepolcro di Nicola e s’impadroniscono dei suoi resti, che il 9 maggio 1087 giungono a Bari accolti in trionfo: ora la città ha un suo patrono. E forse ha impedito ad altri di arrivare alle reliquie. Dopo la collocazione provvisoria in una chiesa cittadina, il 29 settembre 1089 esse trovano sistemazione definitiva nella cripta, già pronta, della basilica che si sta innalzando in suo onore. E’ il Papa in persona, Urbano II, a deporle sotto l’altare. Nel 1098 lo stesso Urbano II presiede nella basilica un concilio di vescovi, tra i quali alcuni “greci” dell’Italia settentrionale: c’è già stato lo scisma d’Oriente.

Alla fine del XX secolo la basilica, affidata da Pio XII ai domenicani, è luogo d’incontro tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente, e sede dell’Istituto di Teologia Ecumenica San Nicola. Nella cripta c’è anche una cappella orientale, dove i cristiani ancora “separati” dal 1054 possono celebrare la loro liturgia. Scrive Gerardo Cioffari, del Centro Studi San Nicola: “In tal modo la basilica si presenta… come una realtà che vive il futuro ecumenico della Chiesa”. Nicola di Mira e di Bari, un santo per tutti i millenni.

Nell’iconografia San Nicola è facilmente riconoscibile perché tiene in mano tre sacchetti (talvolta riassunti in uno solo) di monete d’oro, spesso resi più visibili sotto forma di tre palle d’oro.   Racconta la leggenda che nella città dove si trovava il vescovo Nicola, un padre,  non avendo i soldi per costituire la dote alle sue tre figlie e farle così sposare convenientemente, avesse deciso di mandarle a prostituirsi.  Nicola, venuto a conoscenza di questa idea, fornì tre sacchietti di monete d’oro che costituirono quindi la dote delle fanciulle, salvandone la purezza.

La Festa della Madonna della Salute nell’anno sacerdotale

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di , 21 Novembre 2009

Basilica della SaluteMons.  Lucio Cilia, rettore della Basilica della Salute, rivolge  l’invito a svolgere il pellegrinaggio con una particolare intenzione  legata all’Anno sacerdotale indetto dal Papa: “La Salute  è la chiesa del Seminario e chi viene in pellegrinaggio nella festa  della Madonna sa che lì incontrerà i seminaristi.  Tutto il  grande lavoro che rende possibile la festa è sostenuto quasi  esclusivamente dai giovani che si stanno preparando a diventare  preti.  Ogni mattina l’icona di Maria accoglie i seminaristi  per la celebrazioni della messa; ad ottobre e a maggio vi è la recita del rosario e il canto  delle litanie.  E’ in occasione del fioretto di maggio, sotto gli occhi benevoli di Maria e  l’ascolto attento e critico dei propri compagni, che tutti i futuri preti hanno pronunciato  le loro prime prediche.  Per questo motivo la Basilica è strettamente legata alla memoria  e al cuore di tanti preti”.  E quindi, prosegue mons.  Cilia nella riflessione pubblicata sul  prossimo numero di Gente Veneta, “la Madonna della Salute ci faccia una grazia particolare  quest’anno: ci doni di comprendere che cos’è un prete, per crescere nell’amore e  nella preghiera per chi ha ricevuto ed ha risposto ad una vocazione così grande”. 

Queste parole del Rettore del Seminario, don Lucio mi danno l’opportunità di ricordare  quanto la Madonna della Salute sia veramente legata alla Vocazione Sacerdotale di tanti  noi sacerdoti che all’ombra della Cupola della Basilica ci siamo  formati.  In quest’anno sacerdotale, credo sia importante che, assieme alle  richieste di grazie per se stessi o per la propria famiglia, andando  in pellegrinaggio all’Icona della Vergine, chiediamo pure la grazia  che dalle nostre Comunità Cristiane di Murano, possano sorgere  Vocazioni al Sacerdozio. 

Invito pure ad una preghiera per il  sottoscritto per l’impegno che il Signore mi ha affidato come Pastore  di queste Comunità di Murano. 

Don Carlo

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