Assemblea ecclesiale diocesana

di , 10 Ottobre 2009

assembleaLe Parole del Patriarca ci spiegano il senso di  questa Assemblea che ci vede tutti coinvolti  Nessun obiettivo particolare: solo un’occasione per incontrare  altri “parenti” in Cristo.  Come se un capofamiglia  invitasse i suoi cari a trascorrere del tempo insieme.  Per raccontarsi, in questo caso, come alcune esperienze  vissute hanno toccato singole persone e comunità,  a partire dal loro rapporto con Cristo.  Ecco cosa  vuole essere la seconda Assemblea ecclesiale, che verrà vissuta nel pomeriggio di domenica  11 ottobre nella Cattedrale di S. Marco: lo spiega il Patriarca, che indossando le vesti del  “capofamiglia”, appunto, ha voluto riunire attorno a sé i 1200 rappresentanti di parrocchie,  associazioni, gruppi ecclesiali e comunità religiose che parteciperanno all’evento.  Eminenza, ha chiesto alle comunità veneziane di produrre una testimonianza su  “qualche particolare dono ricevuto”, nel corso della Visita in atto, che “possa dare  gloria al Signore” e “infondere energia di fede e sostanza di comunione”.  E se dovesse  lei dare una testimonianza di come la Visita l’ha cambiata in questi cinque  anni? 

Mi ha cambiato e mi cambia in ogni singolo incontro, soprattutto perché mi educa continuamente  ad avere uno sguardo semplice su me stesso, sugli altri, sulla realtà.  E’ il contatto  ravvicinato con la fede del nostro popolo che fa scaturire questo sguardo, quello spirito di  fanciullo di cui parla il Vangelo.  Questo è forse il dono più prezioso perché non rimuove la  complessità e la fatica della vita di tutti giorni, ma le investe di una luce nuova e le rende  lievi. 

Come mai ha voluto questa volta che le testimonianze fossero comunitarie?  Direi che, se sono veramente tali, le testimonianze sono sempre personali e comunitarie ad  un tempo.  La testimonianza, cioè, non è un puro narrare qualcosa che è capitato a me, ma  è mostrare come una determinata esperienza che ho vissuto – un incontro con una persona,  una malattia, la gioia di una nascita, una difficoltà al lavoro, la Sosta della Visita pastorale  per esempio – ha toccato tutta la mia vita e la illumina a partire dal mio rapporto con  Cristo, Verità vivente e personale.  Gesù dice a Pilato: «Sono venuto a rendere testimonianza  alla Verità».  Noi dobbiamo rendere testimonianza a Gesù: se intendo così la testimonianza,  allora questa diventa comunicabile, cioè apre un terreno di incontro tra me e gli altri,  che si sentono chiamati in causa, coinvolti con tutta la loro storia e persona.  Altrimenti  io posso raccontare a te una bella cosa che mi è successa, tu magari ti commuovi, ma poi  l’emozione passa e si porta via tutto.  Se invece mostro come quella stessa esperienza mi  ha cambiato nel mio rapporto con la Verità che è Gesù, questo diventa il terreno comune  su cui anche tu sei chiamato a interrogarti su di te.  E non ti puoi voltare dall’altra parte come  se niente fosse.  In una parola una testimonianza è compiuta se urge chi ascolta a prendere  posizione su Gesù perché la sua vita cambi.  Allora attraverso la testimonianza così intesa,  l’esperienza personale diventa comunitaria.  Per questo, per preparare la seconda assemblea,  abbiamo chiesto che le testimonianze fossero valutate insieme dallo sguardo  dell’assemblea parrocchiale e del consiglio pastorale o dei membri di un’aggregazione ecclesiale,  per lasciar emergere questa dimensione di testimonianza alla verità che è contenuta  in ogni autentica esperienza personale. 

(Da Gente Veneta)

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