Necessità di Santità…

di , 31 Ottobre 2008

E’ un bellissimo fine settimana: festa dei Santi e dei Defunti. La liturgia ci regala prima la festa dei santi e poi la festa dei defunti. Avrebbe potuto essere il contrario: celebrare prima la morte e dopo la santità. La recente beatificazione di Madre Teresa ci ricorda, come lei stessa diceva a un giornalista che le chiedeva cosa provava ad essere acclamata santa da tutto il mondo: “La santità non è un lusso, ma una necessità.”

Il contrario di santo non è peccatore, ma fallito!
Siamo infatti chiamati ad essere santi per vocazione; la santità è esigita dall’essere stesso dell’uomo: egli deve essere santo per realizzare la sua identità profonda che è essere a immagine e somiglianza di Dio. E’ chiaro allora che saremo persone vere, riuscite nella misura in cui saremo santi.
Lo scrittore francese Leon Bloy scriveva: “Non c’è che una tristezza al mondo ed è di non essere santi”. La liturgia di Tutti i Santi ci invita a guardare la morte non come la fine di tutto, ma come la continuazione della vita nuova iniziata in noi con il Battesimo, come la risposta dell’uomo alla chiamata fondamentale della sua vita alla vita eterna.

“Dio ha creato l’uomo per l’immortalità – dice il libro della Sapienza – la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo”. L’uomo respinge la morte e prova verso di essa un insopprimibile rifiuto. Quando nasce un uomo si possono fare su di lui tutte le ipotesi: “Sarà bello, sarà brutto; sarà ricco, sarà povero; sarà intelligente o forse no, ma di nessuno si dice: “Forse morirà, o non morirà.” Per ogni uomo vi è la certezza della morte.

Nello stesso tempo vediamo che il più potente istinto nell’uomo è il rifiuto alla morte. Se si potesse udire il grido silenzioso che sale dall’umanità intera si ascolterebbe l’urlo tremendo: “Non voglio morire!” L’uomo della società moderna ha deciso di rimuovere il pensiero della morte, di far finta che non esista, o che esista solo per gli altri, ma non per sè. Abbiamo narcotizzato il pensiero della morte: progettiamo, corriamo, ci esasperiamo per cose, come se ad un certo punto non dovessimo lasciare tutto. Pensiamo a come è stata esorcizzata la paura della morte nell’ambito familiare: il defunto non muore più in casa, non lo si veglia più. Abbiamo paura di guardare alla morte come a qualcosa che fa parte della stessa natura umana. Anche questo, in fondo, è il grido silenzioso dell’uomo che anela alla vita eterna.

Come porci dunque da cristiani dinnanzi alla morte? La Parola di questa domenica ci viene data come una luce speciale: “Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno.” La volontà del Padre è la vita eterna per ogni uomo. Cristo ha punto il pungiglione della morte e ha ridonato all’uomo l’immortalità.

La festa dei defunti non è dunque la festa dei morti, ma dei viventi, di coloro che vivono in Gesù. La festa dei Viventi Santi, perché questa è la vocazione di ciascun uomo: Vivere per l’eternità nella santità di Dio, ma questo inizia già ora. Nella morte Dio raggiunge completamente l’uomo e l’uomo incontrerà inevitabilmente Cristo, che sta lì, nella morte, davanti all’uomo. Così la morte costituisce veramente il vertice del divenire del mondo, l’origine della vita eterna.

“…O Cristo, nell’ora del mio passaggio fa che per mano a tua Madre, io giunga alla meta gloriosa”
(Stabat Mater)

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