La Parola della Domenica

di , 27 Febbraio 2010

2ª di Quaresima
Gen 15,5-12.17-18   Dio stipula l’alleanza con Abram fedele. 
Sal 26   Il Signore è mia luce e mia salvezza. 
Fil 3,17- 4,1   Cristo ci trasfigurerà nel suo corpo glorioso. 
Lc 9,28-36   Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto.
 

C’è nella storia di Abramo (Genesi 15) un’espressione che mi pare costituisca la chiave interpretativa  di tutto l’insegnamento della Liturgia della Parola che proclamiamo in questa seconda domenica  di quaresima: «Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a  contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza.  Egli credette al Signore, che glielo accreditò  come giustizia.  E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra».  Dio «fa  uscire, conduce fuori».  Ogni avventura di salvezza, cioè di liberazione, inizia con un esodo.  È «esodo» uscire dal tepore confortevole  della propria tenda (la propria casa) per alzare gli occhi al cielo e contare, nella fredda oscura notte del deserto, le stelle lontane…  È «esodo» abbandonare la propria terra, le proprie abitudini, i propri modelli culturali ai quali siamo così affezionati, ed  iniziare, tra le prove più difficili e sconcertanti di un Dio esigente eppure mai padrone, la ricerca itinerante di un Signore, di una  Trascendenza qualunque nome ad essa vogliamo dare, di un popolo…  È «esodo» per Paolo (cf Filippesi 3) accettare di essere in  catene per l’Evangelo, e continuare caparbiamente ad annunciare la Parola dal fondo umido e buio di una prigione… È «esodo»  per Pietro, Giacomo e Giovanni decidersi a scendere dal monte (cf Luca 9) dove il Cristo si era “trasfigurato” e riprendere in compagnia  del maestro e degli uomini una faticosa missione, tra mille dubbi e molte paure, quando sarebbe stato molto più bello e  gratificante fermarsi per sempre in una visione estatica ed anticipata del Paradiso…  È «esodo» per Gesù uscire da Nazareth, percorrere  in lungo e in largo la Giudea e la Galilea, ed annunciare ai piccoli e ai poveri la liberazione, annullando gli egoismi del tempo  (di ogni tempo), le commistioni tra religione e potere, l’abuso improprio del nome di Dio, Tutta la storia è una storia di «esodo»:  di una strada maestra che abbiamo perso o che non abbiamo mai conosciuto, di una liberazione che attendiamo senza aver ancora  intravisto.  In questa ricerca il credente non ha privilegi, non ha autostrade riservate, vie di fuga da lui solo percorribili.  No.  Egli ha,  è vero, il “filo d’Arianna” della Parola e della coscienza, ma esso non può essere oggetto di una custodia gelosa, deve dividerlo in  mille e mille fili, per parteciparlo a tutti i compagni di questo viaggio rischioso e talora angoscioso – come in una famiglia – alla  ricerca del volto glorioso del Padre di tutti, nessuno escluso.  Con la nostra vita, della quale non nascondiamo le fatiche e talora le  ambiguità ma questa è la storia che Dio ama, è la storia degli uomini e delle donne reali, che sono come sono e non come noi vorremmo  che fossero.  Questa storia ha un senso nascosto e misterioso, un senso che noi dobbiamo riconoscere, una direzione di  marcia che dobbiamo intuire, una traiettoria che dobbiamo seguire insieme con tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle, anche e  soprattutto con coloro che vivono una vita di fatica.  Solo allora la nostra fede sarà profezia, collegamento continuo di evangelizzazione  e di storia, testimonianza di pace in un mondo incredibilmente e inesorabilmente violento..  Profezia, certo da non commemorare,  ma da vivere.  Mentre onoriamo i profeti del passato, dobbiamo riconoscere i profeti di oggi quelli che hanno il coraggio di  scendere dal Tabor per essere i testimoni del Cristo che soffre e che risorge!

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