La Parola della Domenica

di , 18 Aprile 2010

3ª di Pasqua
At 5,27-32.40-41   di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo. 
Sal 29   Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato. 
Ap 5,11-14   L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza. 
Gv 21,1-19   Viene Gesù, prende il pane e lo dà loro, così pure il pesce.
 

Anche questa domenica viene ricordato uno dei compiti primari del Cristiano: la testimonianza  e l’evangelizzazione.  Gli Apostoli dopo la resurrezione, avevano già rincontrato  Gesù.  Malgrado ciò si sentivano comunque orfani e persi, non riuscivano nemmeno  a riconoscerLo quando l’hanno visto sulla riva.  Il miracolo riportato nel Vangelo  di oggi ricorda un altro momento del cammino degli Apostoli insieme a Gesù: la chiamata  (Lc 5,1-11).  Allora Pietro ancora non conosceva il Messia, tuttavia si fidò di Lui  ed anche questa volta, dopo la Resurrezione, non lo riconosce ma gli si affida nuovamente.  Tutto questo ha l’aspetto di un nuovo inizio, una rinascita, una resurrezione.  La prima volta Gesù ha invitato gli Apostoli a seguirLo, questa volta li ha chiamati a  testimoniarlo.  Ricordiamo bene, infatti, che Gesù disse a Pietro di seguirLo per farlo  pescatore di uomini (Mc 1,17), ed il fatto di ripetere il miracolo della pesca miracolosa  è per ricordare questa chiamata.  Pietro è chiamato ad esercitare il suo ministero di  capo degli Apostoli con la consapevolezza che la rete della Chiesa non si romperà mai.  Anche noi dopo ogni  caduta abbiamo paura a rialzarci, ma invece dobbiamo sempre credere che sulla riva ci aspetta Gesù per rifocillarci  e darci la forza per ripartire con un impegno maggiore.  Anche nella prima lettura ritroviamo il tema  dell’annuncio della Verità.  Infatti, gli Apostoli erano pronti ad andare contro la Legge, in prigione ed essere flagellati  per adempiere a tutto ciò che implica essere discepoli di Gesù.  Oltre ad essere accusati di testimoniare  la venuta e Resurrezione erano anche accusati di far ricadere la colpa della morte di Gesù sui sommi sacerdoti.  Questo accade anche nella nostra vita, ai giorni nostri: ci ritroviamo a dover lottare contro un mondo ed  una società che spesso rinnega Gesù e la vita senza assumersene la responsabilità.  Troppo spesso la Chiesa  viene attaccata quando proclama i Suoi insegnamenti!  Alla fine gli Apostoli se ne vanno felici e ringraziano  Dio di ciò che hanno subito nel nome di Gesù.  Ogni volta che ci accade qualcosa ci lamentiamo con Dio e ci  chiediamo come possa permetterlo.  Dovremmo invece ringraziarLo per le sofferenze che possiamo patire nel  Suo nome.  Infatti, per essere partecipi della Sua gloria eterna dobbiamo essere anche noi crocifissi come Lui.  Le nostre vite sono ricche di momenti difficili e tribolazioni, e spesso sono le famiglie le prime a pagarne le  conseguenze.  Alla prima difficoltà oggi le famiglie si dividono, non riusciamo ad accettare la sofferenza per il  bene degli altri, a viverla come momento di crescita.  Bisogna imparare da Gesù a portare la propria croce e  morire per gli altri.  Questa sofferenza porterà amore verso gli altri che tornerà anche in amore verso noi stessi.  A tal proposito, ricordiamo le parole di santa Gemma Galgani: «chi veramente ama  volentieri soffre».  La seconda lettura è la lode massima all’Agnello fatta da tutte le creature.  Ad una prima impressione questo passo dell’Apocalisse sembrerebbe poco collegato  alle altre letture, ma a ben vedere è tutto un percorso: la chiamata, il mandato,  l’annuncio, la persecuzione e la lode eterna.  Siamo di fronte ad un cammino che va  dalla chiamata alla vita eterna.

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