La Parola della Domenica

di , 15 Maggio 2010

7ª di Pasqua – Ascensione di N.S.
At 1,1-11   Fu elevato in alto sotto i loro occhi.
Sal 46   Ascende il Signore tra canti di gioia
Eb 9,24-28;10,19-23   Cristo è entrato nel cielo stesso.
Lc 24,46-53   Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo.

Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo L’Ascensione di Gesù al cielo, evento oggi celebrato dalla liturgia, non è una sorta di viaggio cosmonautico verso chissà quali stratosfere lontane. Il cielo è il simbolo del divino e l’ “ascendere di Gesù” è il “segno compiuto” della mèta verso cui anche noi, suoi discepoli, affrettiamo il passo da pellegrini. Gesù introduce così nella pienezza della divinità il suo corpo glorificato! Egli torna alla gloria che aveva dall’eternità, ma vi torna con il suo corpo glorioso, cioè con la nostra natura umana glorificata. La sua Ascensione dunque è la mèta che S. Luca, catechista paziente e attento, addita al discepolo che non si è stancato di seguire il suo Maestro e Signore; ne parla sia negli Atti che nel Vangelo. S. Luca descrive una grande manifestazione del Risorto attorno al quale si raccolgono i discepoli che contemplano ormai la verità di quell’Uomo, con cui avevano condiviso anni di missione lungo le strade di Palestina.

Mentre contemplano quel grande mistero, essi scoprono anche il loro destino che raggiungeranno dopo aver compiuto lo stesso cammino del Maestro. Un destino non immediato né tanto meno banale; la via è quella della Storia, una via lenta e faticosa: la via della passione. Significativo quindi l’invito dell’Angelo: “Uomini di Galilea perché state a guardare…? “. Scrive mons. Ravasi: “Il tempo della Chiesa non è l’attesa illusoria di un assente o l’evasione alienante verso un cielo da sogno, è invece il ritorno nella Gerusalemme terrena per percorrere le strade della propria missione. Solo a questo punto si schiuderà anche per il discepolo la porta della Gerusalemme celeste”. L’Ascensione quindi non è una festa di sognatori, di persone eccitate dalla frenesia di una fine del mondo imminente, ma la rappresentazione visibile di un intreccio tra presente e futuro.

Sempre Luca ci presenta la conclusione della vita terrena di Gesù con il saluto di congedo dai discepoli; in realtà il suo non è un saluto di addio, bensì l’avvio di un tempo di missione segnato dalla speranza. Da vero e sommo Sacerdote, Gesù benedice i suoi che sono prostrati in atteggiamento di adorazione e di lode. “Fu portato verso il cielo” (=segno dell’intimità di Dio); l’ingresso di Gesù nella luce del Padre e nella Gerusalemme celeste su cui, aiutati dall’Apocalisse, abbiamo tenuto fisso lo sguardo per tutto il tempo pasquale. Innalzato sulla croce Gesù ha unito cielo e terra come ricorda S. Giovanni nel suo vangelo: “quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”. E’ proprio alla luce di quelle parole che comprendiamo il significato del brano odierno.

Cristo è il “tempio di viva carne” che sostituisce il tempio di pietre di Gerusalemme. Là, dove una sola volta all’anno, nella festa della purificazione (kippur) entrava il Sommo sacerdote dell’ebraismo, ora, per il sangue di Cristo, tutti possono accedere. Gesù è il santuario celeste dove avviene l’incontro definitivo e compiuto con Dio. Sì, Gesù Cristo è la “via nuova e vivente” che si apre davanti a noi. Non ci sono più spazi sacri o navate da percorrere; non più il velo di porpora da sollevare come quello che si squarciò nel tempio quando Gesù morì; non più riti di purificazione con l’aspersione del sangue dei sacrifici. Il velo ora è “la carne” del Cristo che racchiude il mistero di Dio; la purificazione è quella del cuore. Cristo è dunque la via nuova su cui ci incamminiamo per entrare nella pienezza della vita divina, per cui siamo stati creati.

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