L’Omelia del Patriarca al Mandato

di , 2 Ottobre 2010

Venezia, 25 Settembre 2010

1.  «Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio» (Dt  32,10).  Questo versetto della Prima Lettura, da subito, carissimi/e, spalanca  il nostro cuore al significato profondo di questo gesto decisivo per la vita della  Chiesa veneziana.  Ancora una volta siamo convenuti, nella splendida Basilica  di San Marco da ogni parte della Diocesi, per ricevere dalle mani del vescovo  il mandato di attuare, in varie forme, il compito educativo a favore di  uomini e donne in tutte le stagioni della loro esistenza.  Al cuore dell’educazione sta la dimensione generativa umana, che è genesi  e legame, relazione e riconoscimento, trasmissione e tradizione, responsabilità  e fedeltà, interessamento e cura» (da: La sfida educativa a cura del Progetto  culturale CEI, Laterza 2009, p 12).  Si educa sempre e solo dentro una relazione.  Il brano dell’odierno Vangelo di  Luca, su cui siete stati invitati a riflettere con strumenti appropriati per prepararvi  a questo gesto, ci presenta nella figura del padre buono il paradigma di  ogni rapporto educativo.  Conviene identificarne subito la cifra essenziale: se  si è chiamati ad essere educatori allora si è chiamati non solo ad essere  maestri, ma ad essere padri.  

2.  Vorrei illustrare un poco, per me e per voi, taluni caratteri essenziali della  relazione di paternità, senza la quale non si dà in ultima analisi educazione  Anzitutto il padre è colui che mette in comune con il figlio tutta la “sostanza”  del suo essere padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è  tuo» (Lc 15,31).  Il figlio maggiore non l’ha dilapidata come il figlio minore, ma  non l’ha riconosciuta.  In forza di questo dono totale di sé il Padre «rimane fedele per sempre» (dal  Salmo responsoriale).  Il rapporto di paternità è per sempre, è un bene inalienabile  che non può essere distrutto da nessun comportamento del figlio: «Un  figlio, anche se prodigo, non cessa di esser figlio reale di suo padre.  Da qui  la gioia per “un bene ritrovato, che nel caso del figliol prodigo fu il ritorno alla  verità su se stesso» (Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, 6).  In terzo luogo il padre afferma sempre la libertà del figlio, la lascia essere.  Non però come astensione, estraneità, assenza, ma attraverso l’iniziativa  instancabile ed inesauribile dell’amore: «Quando era ancora lontano, suo  padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo  baciò» (Lc 15,20).  «L’educazione è in tutto e sempre una vicenda di libertà  impegnata rischiosamente a suscitare altra libertà e nuova responsabilità  » (da: La sfida educativa… , p.  17).  Un atteggiamento ben espresso dalle  parole del grande pedagogista Gesualdo Nosengo citate dal cartoncino  d’invito a questo nostro gesto.  In quarto luogo questa indomita passione per la libertà del figlio è all’origine  del dolore e della gioia del Padre «facciamo festa, perché questo mio figlio  era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,24).  Dalla meditazione del vescovo Bruno Forte (v.  fogli preparatori): «È un Dio  che non rimane estraneo al dolore degli uomini, prigioniero di un divino egoismo,  ma sa “com-patire” la storia della Sua creatura.  Come afferma Giovanni  Paolo II nell’enciclica Dominum et vivificantem (nn.  39 e 41)».  Il Padre, per  amore di noi uomini e per la nostra salvezza accetta lo strazio che suo Figlio,  in Gesù, muoia per liberarci dal male e donarci la vita piena (eterna.  ).  Non  c’è educazione senza sacrificio. 

3.  Educare all’incontro con Cristo nella comunità secondo i quattro criteri qui  richiamati (dono totale di sé, per sempre, nella libertà, sacrificio) significa  vivere in prima persona e suscitare nell’educando la scoperta di essere figli  nel Figlio: questa è la vocazione educativa del cristiano che esalta, compiendola,  l’esperienza propria di ogni padre/madre e di ogni figlio: la vera libertà è  appartenere, riconoscersi figli nel Figlio.  Libero non è colui che spezza i legami,  al contrario libero è colui che cerca indomito relazioni buone da cui scaturiscono  pratiche virtuose.  Benedetto XVI, riferendosi al pericolo che corrono coloro che “sono in regola”,  come è il caso del fratello maggiore del Vangelo afferma: “C’è un’invidia  nascosta per quello che l’altro ha potuto permettersi.  Non hanno percorso il  cammino che ha purificato il fratello più giovane e gli ha fatto conoscere che  cosa significa la libertà, che cosa significa essere figlio.  Gestiscono la loro  libertà, in definitiva, come una schiavitù e non sono maturi fino al vero essere  di figli” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli 2007, p 249). 

4.  Quanto detto fin qui passa per tutti noi, a cominciare da chi vi parla, da  una grande inevitabile condizione.  E’ descritta con efficacia dalla Seconda  lettura: «Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita  eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione  di fede davanti a molti testimoni.  Davanti a Dio, che dà vita a tutte le  cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio  Pilato… » (1Tm 6,12-13).  La verità (tanto più le verità della nostra fede) non è un discorso da ripetere,  ma un’esperienza da testimoniare.  Senza testimonianza non si può imparare  e quindi non è possibile educare.  L’educatore è uno che, come Gesù, rende  testimonianza alla verità: «La testimonianza ha sempre due decisivi connotati:  il coinvolgimento personale, il dono totale di sé che si esprime nella comunicazione,  nel racconto che però deve giungere sempre a rendere omaggio  alla verità tutta intera.  In concreto per il cristiano la testimonianza consiste  nell’obiettiva sequela di Gesù, carica del coraggio di riconoscerLo di fronte al  mondo, come Lui fece di fronte a Pilato» (dalla Seconda Assemblea ecclesiale,  11 ottobre 2009).  Non c’è autentico sapere, di ogni genere e grado, se  non fiorisce sul terreno del sapere originario della testimonianza che è conoscenza  e comunicazione della verità primaria.  Quella che risponde alle domande  ultime che ogni uomo si porta nel cuore, quella in cui in concreto si  articola il suo desiderio, consapevole o meno, di Dio. 

5.  Per questo nella nostra Chiesa insistiamo sulla necessità di edificare, a  tutti i livelli, con l’aiuto dello Spirito e per l’intercessione della Vergine Santissima,  comunità nelle quali bambini, adolescenti, giovani ed adulti possano  seguire Gesù, via alla verità e alla vita.  Per questa stessa ragione riproponiamo  con forza questa sera come decisive per ogni opera educativa, in particolare  per l’iniziazione comunità educanti, in forza delle quali la proposta cristiana  sia invito a coinvolgersi con una vita in atto.  Comunità ben visibili e documentate,  a livello parrocchiale, vicariale, diocesano in forza delle quali si  possa ripetere al nostro “fratello uomo” la suadente e libera offerta di Gesù:  “Vieni e vedi”. 

6.  Per intercessione di un grande maestro, il Beato Cardinal Newman, chiediamo  di corrispondere al ritratto delineato nel suo famoso appello al laicato  della Chiesa inglese: «Voglio un laicato non arrogante, non precipitoso nei  discorsi, non polemico, ma uomini che conoscono la propria religione, che in  essa vi entrino, che sappiano bene dove si ergono, che sanno cosa credono  e cosa non credono, che conoscono il proprio credo così bene da dare conto  di esso, che conoscono così bene la storia da poterlo difendere» (J.  H.  Newman,  The Present Position of Catholics in England, IX, 390, 2010). 

Amen.

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