La Parola della Domenica

di , 9 Ottobre 2010

27ª del Tempo Ordinario
2 Re 5, 14-17   Tornato Naamàn dall’uomo di Dio, confessò il Signore 
Sal 97   Il Signore ha rivelato ai popoli la sia giustizia 
2 Tm 2, 8-13   Se perseveriamo, con lui anche regneremo. 
Lc 17, 11-19   Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere  gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.
 

Nelle letture che oggi ci propone la liturgia troviamo alcuni punti in comune.  Sia la prima lettura che il Vangelo  ci parlano di malati di lebbra, malattia che presso gli ebrei era considerata come un castigo divino ed  implicava l’emarginazione dalla società; due di questi sono stranieri, quindi non credenti, la guarigione dalla  malattia e gli atteggiamenti legati ad essa, che implicano l’obbedienza della fede.  I dieci lebbrosi si fidano  della parola di Gesù e si mettono in cammino per presentarsi ai sacerdoti, affinché questi riconoscano la  guarigione.  Naaman il siro obbedisce alle parole di Eliseo e ai consigli dei suoi servi, immergendosi sette  volte nel Giordano.  Questo semplice gesto è da sempre stato riconosciuto come figura del battesimo.  Naaman è uno straniero che pensava  di poter “comperare Dio”, diventa invece l’emblema del vero credente, liberandosi dai preconcetti, che professa la sua fede – fiducia  – nel Signore e celebra il culto autentico.  Egli, come il lebbroso del vangelo, non si limita al solo ringraziamento, ma riconosce Dio  come suo salvatore.  Si tratta di un impegno adulto, non legato alla mediazione del profeta, che durerà per tutta la vita.  La sua guarigione  non è solamente fisica, ma totale: egli giunge alla maturità della fede.  Il Salmo 97 recita: “Cantate al Signore un canto nuovo, perché  ha compiuto prodigi”: il canto nuovo si oppone alla ripetizione, all’abitudine.  Dio compie prodigi anche oggi, anche nella nostra vita,  nella vita delle nostre comunità.  Nella lettera di Paolo troviamo la frase: “se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché  non può rinnegare se stesso”, a ricordarci che Dio è fedele al suo dono, anche quando noi gli mostriamo indifferenza.  Lui non solo offre  la salvezza a tutti, ma la ripropone con pazienza alla nostra indifferenza.  Nel racconto del Vangelo di Luca troviamo dieci lebbrosi che a  gran voce chiedono aiuto a Gesù ed ottengono la guarigione, ma uno solo ritorna per ringraziare e non segue gli schemi rigidi della  legge che gli imponevano di recarsi al tempio.  Molto spesso anche noi quando riceviamo un dono ci concentriamo sul suo aspetto materiale,  dimenticando chi ce lo ha fatto, perdendo così l’occasione di trasformare questo dono in un’esperienza di incontro personale con il  donatore.  Questo è il traguardo raggiunto da Naaman il Siro e anche dal Samaritano guarito, che hanno saputo riconoscere Dio com  unico salvatore.  I lebbrosi sono inviati dai sacerdoti prima ancora di essere guariti: l’azione di Dio richiede sempre un ambiente di fiducioso abbandono.  Una volta guariti, le differenze tornano (mistero dell’umana fragilità!  ): nove vanno al Tempio e il samaritano, di nuovo solo, torna indietro,  fa cioè un cambiamento di direzione e di marcia: è il verbo della conversione, del ritorno a Dio.  La Parola di Dio, che non si può incatenare  o ridurre a prassi rigide, rompe gli schemi della nostra vita.  Il samaritano è libero da ogni condizionamento e torna a ringraziare:  questa è la fede.  La lezione che ci viene dal lebbroso guarito è una lezione di stile di vita, di educazione alla gratitudine che in questo  nostro tempo è sempre più dimenticata, convinti come siamo che tutto ci è dovuto e nulla dobbiamo patire o soffrire.  “La tua fede ti  ha salvato”.  È dunque la fede la condizione primaria per ottenere da Dio quello che chiediamo, sempre che ciò che chiediamo sia in piena  sintonia con la sua volontà di salvezza.  Grazie è una parola rara, esige un atto di riconoscenza e di amore verso chi ci ha fatto del  bene.  Ringraziare è anche un atto, un’espressione di tutto il corpo, un coinvolgimento totale nel riconoscimento della grandezza dell’altro.  Il lebbroso esprime il suo grazie con il corpo che prima era oggetto di separazione, ma che ora si fa parola per esprimere il suo amore  a Dio.  È nell’attenzione a ciò che avviene attorno a noi il segreto di un Dio che passa.  Non si stanca il Signore di accostarsi a noi, lo  fa però senza rumore, mescolandosi tra i volti più ordinari che incontriamo quotidianamente in famiglia, sul lavoro, nella comunità cristiana,  nella società civile…

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