Riprende il cammino dei gruppi di ascolto

di , 17 Ottobre 2010

In un tempo di crisi, di decadenza, Pacomio rinvia alla  piccola luce dell’evangelo.  La vita della comunità non è limpida,  alcuni hanno lasciato la vita monastica, vi è chi cerca il potere, chi  critica Pacomio, ci sono situazioni di decadenza morale…  Ma non  è limpida neppure la vita della chiesa: tensioni, discordie, litigi, collusione  con il potere politico.  Pacomio ci ricorda che in qualsiasi  situazione noi viviamo, fosse pure una situazione di tenebra comunitaria  o personale, dobbiamo attaccarci con forza alla luce  dell’evangelo.  Il cristiano non è uno che sa tutto, che ha la spiegazione  di tutto; tante cose nella sua vita restano avvolte nella notte,  nel mistero, ma è un uomo, una donna che segue la piccola luce  dell’evangelo nella certezza che essa lo guiderà alla pienezza della  luce e della vita; è un uomo, una donna che sta attaccato ad altri  che seguono quella stessa luce.  Seguono una via stretta, la via che  conduce al regno e si aiutano a vicenda a non lasciarsi distrarre  dalle molte voci che gridano forte cercando di imporre la loro verità.  Ma in che modo possiamo tenerci stretti alla piccola luce e  non smarrire il cammino?  L’ascolto : “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a  noi” (Gv 1,14), proclama il vangelo di Giovanni.  E la lettera agli ebrei  proclama nel prologo che Dio aveva già parlato nei tempi antichi  molte volte e in molti modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente,  in questi giorni, ha parlato a noi nel Figlio che ha costituito  erede di tutte le cose” (Eb 1,1).  Origene, e con lui tutta la tradizione  patristica, ci ricorda che a nulla serve contemplare questo mistero  fuori di noi se non si compie dentro di noi, dentro la nostra persona,  dentro le nostre vite.  La fede non è un fatto gnostico, non è la comprensione  di alcune verità, non è la partecipazione ad una serie di  atti liturgici in rado di procurarci la salvezza; fede è dire Amen a Dio,  è lasciare coinvolgere la nostra vita intera, la nostra persona, psiche,  anima e corpo in questa relazione con il Signore.  “A che ti serve  confessare che Cristo nasce nella carne, se non nasce nella tua  carne?  ” (Om.  sulla Genesi 3,7).  Con queste parole Origene si rivolge  ai cristiani della sua comunità, una comunità che ha perduto il  fervore e l’entusiasmo iniziale e che rischia di ridurre la fede alla  ripetizione di alcuni atti religiosi.  A che ti serve confessare la fede a  parole, come un fatto meramente intellettuale se poi nulla muta  dentro di te? 

Sia per il popolo di Israele che per la chiesa la fede  nasce dall’ascolto.  Il credente ebreo esprime la sua fede ogni giorno  ripetendo le parole che JHWH (*) stesso gli ha rivolte: “Ascolta,  Israele!  JHWH nostro Dio è l’unico JHWH.  Amerai il Signore tuo Dio  con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza”  (Dt 6,4-5).  Nella recitazione quotidiana dello Shemac l’ebreo si  pone una mano davanti agli occhi per significare che il mistero di  fede annunciato da queste parole è un mistero accessibile  all’ascriprende il cammino dei  gruppi di ascolto….  In un tempo di crisi, di decadenza, Pacomio rinvia alla  piccola luce dell’evangelo.  La vita della comunità non è limpida,  alcuni hanno lasciato la vita monastica, vi è chi cerca il potere, chi  critica Pacomio, ci sono situazioni di decadenza morale…  Ma non  è limpida neppure la vita della chiesa: tensioni, discordie, litigi, collusione  con il potere politico.  Pacomio ci ricorda che in qualsiasi  situazione noi viviamo, fosse pure una situazione di tenebra comunitaria  o personale, dobbiamo attaccarci con forza alla luce  dell’evangelo.  Il cristiano non è uno che sa tutto, che ha la spiegazione  di tutto; tante cose nella sua vita restano avvolte nella notte,  nel mistero, ma è un uomo, una donna che segue la piccola luce  dell’evangelo nella certezza che essa lo guiderà alla pienezza della  luce e della vita; è un uomo, una donna che sta attaccato ad altri  che seguono quella stessa luce.  Seguono una via stretta, la via che  conduce al regno e si aiutano a vicenda a non lasciarsi distrarre  dalle molte voci che gridano forte cercando di imporre la loro verità.  Ma in che modo possiamo tenerci stretti alla piccola luce e  non smarrire il cammino?  L’ascolto : “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a  noi” (Gv 1,14), proclama il vangelo di Giovanni.  E la lettera agli ebrei  proclama nel prologo che Dio aveva già parlato nei tempi antichi  molte volte e in molti modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente,  in questi giorni, ha parlato a noi nel Figlio che ha costituito  erede di tutte le cose” (Eb 1,1).  Origene, e con lui tutta la tradizione  patristica, ci ricorda che a nulla serve contemplare questo mistero  fuori di noi se non si compie dentro di noi, dentro la nostra persona,  dentro le nostre vite.  La fede non è un fatto gnostico, non è la comprensione  di alcune verità, non è la partecipazione ad una serie di  atti liturgici in rado di procurarci la salvezza; fede è dire Amen a Dio,  è lasciare coinvolgere la nostra vita intera, la nostra persona, psiche,  anima e corpo in questa relazione con il Signore.  “A che ti serve  confessare che Cristo nasce nella carne, se non nasce nella tua  carne?  ” (Om.  sulla Genesi 3,7).  Con queste parole Origene si rivolge  ai cristiani della sua comunità, una comunità che ha perduto il  fervore e l’entusiasmo iniziale e che rischia di ridurre la fede alla  ripetizione di alcuni atti religiosi.  A che ti serve confessare la fede a  parole, come un fatto meramente intellettuale se poi nulla muta  dentro di te?  Sia per il popolo di Israele che per la chiesa la fede  nasce dall’ascolto.  Il credente ebreo esprime la sua fede ogni giorno  ripetendo le parole che JHWH stesso gli ha rivolte: “Ascolta,  Israele!  JHWH nostro Dio è l’unico JHWH.  Amerai il Signore tuo Dio  con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza”  (Dt 6,4-5).  Nella recitazione quotidiana dello Shemac l’ebreo si  pone una mano davanti agli occhi per significare che il mistero di  fede annunciato da queste parole è un mistero accessibile  all’ascolto, ma non alla visione.  Il verbo shamac “ascoltare” ricorre  più di 80 volte nel Deuteronomio, quasi sempre in riferimento alla  parola di Dio.  JHWH non si è rivelato a Israele mostrandogli il suo  volto, ma facendogli udire la sua voce.  Dt 4,32-33: “Interroga pure i  tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò  l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai una  cosa grande come questa e si udì mai una cosa simile a questa?  Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco,  come l’hai udita tu, e rimanesse vivo?  ” Lo straordinario di Israele  rispetto agli altri popoli non è la vicinanza di Dio, non sono i segni,  ma è il fatto che ha ascoltato la voce di Dio.  Possiamo dire che il  fine dell’esodo è l’ascoltare Dio (cf.  Es 19,5-8).  In Es 24,7, al momento  della stipulazione dell’alleanza, il popolo risponde: “Tutto  quello che il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo ascolteremo”.  Prima viene il fare, poi l’ascoltare.  La tradizione ebraica si è chiesta  il motivo di questa strana inversione logica e ha concluso che qui si  vuole sottolineare l’obbedienza.  L’ascolto è innanzitutto obbedienza.  L’orecchio, tuttavia, può essere sordo.  Dice Is 6,9: “Ascoltate  ma non comprendete…  infatti il cuore di questo popolo si è ingrossato  e i suoi orecchi odono con difficoltà”.  Per il tempo messianico è  promesso che anche “gli orecchi dei sordi udranno” (Is 35,5).  Salomone chiede un leb shome’a “un cuore che sappia ascoltare”  (1Re 3,9) e JHWH gli promette in cambio un cuore sapiente  e intelligente.  Dio apre ogni giorno l’orecchio al suo servo fedele (cf.  Is  50,5).  In Ger 7,23 tutti i precetti si riducono all’ascolto.  Nel NT Gesù  guarisce i sordi (cf.  Mc 7,33) e invita ad ascoltare (cf.  Mc 4,3).  Nel  racconto della trasfigurazione il Padre dichiara: “Questi è il mio figlio  diletto.  Ascoltatelo!  ” (Mt 17,5).  Ma come ascoltare?  Mc 4,24: “Fate  attenzione a quello che udite!  “; occorre operare un discernimento  tra le molte parole che giungono fino a noi.  Lc 11,28: “Beati coloro  che ascoltano la parola di Dio e la osservano”; non basta “sentire”,  l’ascolto deve  essere fattivo,  obbedienziale.  La fede ci ricorda  Paolo, deriva  “dall’ascolto” (Rm  10,17).  (estratto  da introduzione  alla lectio  divina di  Lisa Cresmaschi,  monaca di Bose,  ai gruppi dia scolto)olto, ma non alla visione.  Il verbo shamac “ascoltare” ricorre  più di 80 volte nel Deuteronomio, quasi sempre in riferimento alla  parola di Dio.  JHWH non si è rivelato a Israele mostrandogli il suo  volto, ma facendogli udire la sua voce.  Dt 4,32-33: “Interroga pure i  tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò  l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai una  cosa grande come questa e si udì mai una cosa simile a questa?  Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco,  come l’hai udita tu, e rimanesse vivo?  ” Lo straordinario di Israele  rispetto agli altri popoli non è la vicinanza di Dio, non sono i segni,  ma è il fatto che ha ascoltato la voce di Dio.  Possiamo dire che il  fine dell’esodo è l’ascoltare Dio (cf.  Es 19,5-8).  In Es 24,7, al momento  della stipulazione dell’alleanza, il popolo risponde: “Tutto  quello che il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo ascolteremo”.  Prima viene il fare, poi l’ascoltare.  La tradizione ebraica si è chiesta  il motivo di questa strana inversione logica e ha concluso che qui si  vuole sottolineare l’obbedienza.  L’ascolto è innanzitutto obbedienza.  L’orecchio, tuttavia, può essere sordo.  Dice Is 6,9: “Ascoltate  ma non comprendete…  infatti il cuore di questo popolo si è ingrossato  e i suoi orecchi odono con difficoltà”.  Per il tempo messianico è  promesso che anche “gli orecchi dei sordi udranno” (Is 35,5).  Salomone chiede un leb shome’a “un cuore che sappia ascoltare”  (1Re 3,9) e JHWH gli promette in cambio un cuore sapiente  e intelligente.  Dio apre ogni giorno l’orecchio al suo servo fedele (cf.  Is  50,5).  In Ger 7,23 tutti i precetti si riducono all’ascolto.  Nel NT Gesù  guarisce i sordi (cf.  Mc 7,33) e invita ad ascoltare (cf.  Mc 4,3).  Nel  racconto della trasfigurazione il Padre dichiara: “Questi è il mio figlio  diletto.  Ascoltatelo!  ” (Mt 17,5).  Ma come ascoltare?  Mc 4,24: “Fate  attenzione a quello che udite!  “; occorre operare un discernimento  tra le molte parole che giungono fino a noi.  Lc 11,28: “Beati coloro  che ascoltano la parola di Dio e la osservano”; non basta “sentire”,  l’ascolto deve  essere fattivo,  obbedienziale.  La fede ci ricorda  Paolo, deriva  “dall’ascolto” (Rm  10,17). 

Estratto  dall’ Introduzione  alla lectio  divina di  Lisa Cresmaschi,  monaca di Bose,  ai gruppi di ascolto

(*)  JHWH è il nome personale di Dio alla pari di un qualsiasi nome proprio di persona [in ebraico , vocalizzato Jahvé / Jahweh / Yahweh].  Nel Salmo 83,19 c’è scritto a chiare lettere: “Sappiamo che tu hai nome «Jahweh»,…”  [N.d.r.]

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