La Parola della Domenica

di , 6 Novembre 2010

Ez 47, 1-2.8-9.12   Vidi l’acqua che usciva dal tempio, e a quanti giungeva quest’acqua portò salvezza.
Sal 45   Un fiume rallegra la città di Dio.
ICor 3, 9c-11.16-17  Voi siete il tempio di Dio.
Gv 2, 13-22   Parlava del tempio del suo corpo.

 Frequentare la Chiesa non è una pratica esteriore 
Quest’anno, al posto della XXXII Domenica del Tempo ordinario, celebriamo la festa della dedicazione  delle nostre chiese parrocchiali nella prossimità delle festa della chiesa-madre di Roma, la  basilica Lateranense, dedicata inizialmente al Salvatore e in seguito a san Giovanni Battista.  Che  cosa rappresenta per la liturgia e per la spiritualità cristiana la dedicazione di una chiesa e l’esistenza stessa della chiesa, intesa  come luogo di culto?  Dobbiamo partire da queste parole del Vangelo: “È venuto il momento, in cui i veri adoratori adoreranno  il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori”.  Gesù insegna che il tempio di Dio è, primariamente, il cuore dell’uomo che ha accolto la sua parola.  Parlando di sé e del Padre  dice: “Noi verremo in lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23) e Paolo scrive ai cristiani: “Non sapete che voi siete il  tempio di Dio?  ” (1 Cor 3, 16).  Tempio nuovo di Dio è, dunque, il credente.  Ma luogo della presenza di Dio e di Cristo è anche là,  “dove due o più sono riuniti nel suo nome” (Mt 18, 20).  Il concilio Vaticano II arriva a chiamare la famiglia cristiana una “chiesa  domestica” (LG, 11), cioè un piccolo tempio di Dio, proprio perché, grazie al sacramento del matrimonio, essa è, per eccellenza,  il luogo in cui “due o più” sono riuniti nel suo nome.  A che titolo, allora, noi cristiani diamo tanta importanza alla chiesa, se  ognuno di noi può adorare il Padre in spirito e verità nel proprio cuore, o nella sua casa?  Perché questo obbligo di recarci in  chiesa ogni domenica?  La risposta è che Gesù Cristo non ci salva separatamente gli uni dagli altri; egli è venuto a formarsi un  popolo, una comunità di persone, in comunione con lui e tra di loro. 

Quello che è la casa, una abitazione propria, per una famiglia,  è la chiesa per la famiglia di Dio.  Non c’è famiglia, senza una casa.  La solidarietà, l’entusiasmo, la gioia di lavorare insieme  con il prete per dare alla comunità un luogo di culto e di incontro sono storie che dovrebbe essere quotidiane.  Dobbiamo  però evocare anche un fenomeno doloroso: l’abbandono in massa della frequenza alla chiesa e quindi della Messa domenicale.  Le statistiche sulla pratica religiosa sono da pianto.  Non è detto che chi non va in chiesa abbia sempre perso la fede; no, solo  che si sostituisce alla religione istituita da Cristo la cosiddetta religione del “fai da te”, in America dicono del “pick and choose”,  prendi e scegli, ognuno si fa una sua idea di Dio, della preghiera e si sente tranquillo con essa.  Si dimentica, in questo modo, che Dio si è rivelato in Cristo, che Cristo ha predicato un vangelo, ha fondato una ekklesia, cioè  una assemblea di chiamati, ha istituito dei sacramenti, come segni e tramiti della sua presenza e della salvezza.  Ignorare tutto  questo per coltivare una propria immagine di Dio espone al soggettivismo più totale.  Non ci si confronta più con nessun altro se  non con se stessi.  In questo caso Dio si riduce alla proiezione dei propri bisogni e desideri; non è più Dio che crea l’uomo a sua  immagine, ma l’uomo che si crea un Dio a sua immagine.  Ma è un Dio che non salva!  Certo una religiosità fatta solo di pratiche  esteriori non serve a nulla; Gesù combatte contro di essa lungo tutto il vangelo.  Però non c’è contrasto tra la religione dei segni  e dei sacramenti e quella intima, personale; tra il rito e lo spirito.  I grandi geni religiosi (pensiamo ad Agostino, Pascal, Kierkegaard,  il nostro Manzoni) erano uomini di una interiorità profonda e personalissima e nello stesso tempo erano inseriti in una  comunità, frequentavano la loro chiesa, erano “praticanti”. 

[Raniero Cantalamessa]

I commenti non sono attivi

Panorama Theme by Themocracy