La Parola della Domenica

di , 20 Novembre 2010

34ª del Tempo Ordinario
2Sam 5,1-3   Unsero Davide Re di Israele
Sal 121   Andremo con gioia alla casa del Signore
Col 1,12-20   Ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore
Lc 23,35-43   Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno

Le letture di questa domenica finale dell’anno liturgico, che celebra Cristo quale  Signore e re dell’universo, presentano la regalità nella sua dimensione comunionale,  corporativa.  Nella prima lettura le tribù di Israele riconoscono Davide come re e  mostrano di sentire il messia come figura corporativa.  Esse si affidano a lui quasi  incorporandosi simbolicamente a lui: «Noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne  » (1Sam 5,1).  Nel vangelo siamo di fronte a Gesù quale messia debole, inerme,  che, sulla croce, mentre si affida radicalmente a Dio (Lc 23,46), vede affidarsi a lui  un malfattore crocifisso accanto a lui.  E Gesù promette comunione a costui, incorpora  a sé quest’uomo promettendogli comunione: «Oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43). 

La seconda lettura esprime la fede  ormai sviluppata della chiesa che celebra l’incorporazione cosmica nel Cristo Risorto: tutto è stato creato in Cristo, per mezzo di  lui, ma anche in vista di lui, per essere ricapitolato in lui (Col 1,12-20).  Per tre volte Gesù viene deriso come Messia e per tre volte i suoi avversari gli rivolgono l’invito a salvare se stesso, quasi che  proprio la capacità di sottrarsi alla croce, di salvare la propria vita sia per loro il sigillo dell’autenticità della messianicità (Lc  23,35.  37.  39).  Invece, è esattamente l’autosalvezza ciò che è impossibile nello spazio cristiano, ciò che contraddice radicalmente  la salvezza cristiana.  Gesù aveva annunciato: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per  me, la salverà» (Lc 9,24).  Ma prima di annunciare che chi perderà la vita a causa sua, la salverà, egli stesso è passato attraverso  l’esperienza del perdere la propria vita, del perdere se stesso.  Mettere in salvo la propria vita è la grande tentazione, a cui  Gesù si è opposto già durante le tentazioni inaugurali del suo ministero (Lc 4,1-13).  Ed è la tentazione perenne del cristiano e  della chiesa.  Infatti, vale anche per la chiesa il detto di Gesù per cui chi cerca se stesso, chi vuole salvare se stesso, ovvero chi  fa di se stesso un fine, il proprio fine, perde se stesso. 

La regalità di Gesù è derisa (Lc 23,35-37) o insultata (Lc 23,39); di essa ci si fa beffe (Lc 23,35-37) o si cerca di sfruttarla a proprio  vantaggio (Lc 23,39).  Gesù abita lo scandalo del Messia perduto che può così raggiungere chiunque si trovi in situazioni di  perdizione.  Del resto, noi sappiamo che condizione indispensabile per incontrare e aiutare l’altro nella sua sofferenza, è condividere  qualcosa della sua impotenza e debolezza.  La regalità di Gesù capovolge dunque la logica di potenza e forza che regge  le regalità umane.  Gesù mostra la sua signoria manifestando la sua capacità di giudizio e di divisione: egli è segno di contraddizione  e di fronte a lui ci si divide, si manifestano i pensieri dei cuori.  Dei due crocifissi con lui uno lo insulta, l’altro lo prega.  In  particolare, il cosiddetto «buon ladrone» appare tipo del discepolo cristiano.  Egli innanzitutto opera la correzione fraterna  «rimproverando» (Lc 23,40) l’altro condannato che insulta Gesù, e mettendo così in atto la parola di Gesù: «Se tuo fratello pecca,  rimproveralo» (Lc 17,9) ; inoltre egli appare simbolo della responsabilità: riconosce il male che ha commesso e ne accetta le  conseguenze (Lc 23,41a); quindi esprime una confessione di fede riconoscendo l’innocenza di Gesù (Lc 23,41b); infine si rivolge  a Gesù con la preghiera, la supplica, e riconoscendone la regalità escatologica: «Gesù, ricordati di me, quando verrai nel tuo  regno» (Lc 23,42).

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