La Parola della Domenica

di , 26 Marzo 2011

3ª di Quaresima
Es 17, 3-7 Dacci acqua da bere
Sal 94 Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore
Rm 5, 1-2. 5-8 L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato
Gv 4, 5-42 Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna

È impossibile commentare adeguatamente, nel breve spazio a nostra disposizione, la splendida pagina dell’Evangelo di Giovanni che oggi la Chiesa propone alla nostra meditazione. Ci limiteremo dunque a qualche rapida suggestione, in esso, due figure campeggiano imponenti: Gesù e la donna di Samaria. In mezzo a loro, un pozzo. E una richiesta esplicita del Maestro: “Ho sete, dammi da bere”. Esprimere la propria sete è uno dei primi gesti umani. La sete di Gesù è sicuramente la sete di un uomo affaticato da un lungo cammino, ed ora seduto ai bordi di un pozzo, oppresso dalla calura. È sete di acqua fresca, richiama e anticipa la sete espressa con voce flebile sulla Croce, prima di “rendere lo Spirito”. Ma è anche qualcosa di più. Ed è una figura della ricchezza simbolica dell’Evangelo di Giovanni. La sete è un bisogno legato all’esistere, alla sopravvivenza. Attraverso la sete, l’uomo e la donna percepiscono la propria creaturalità e il proprio limite e sono indotti a cercare fuori di sé l’appagamento di un desiderio vitale. La sete è una figura religiosa, forse la più importante delle figure religiose. Ogni uomo e ogni donna sono – per utilizzare un’espressione di Agostino – capax Dei, sono cioè abilitati ad aprirsi alla Trascendenza (nei modi più vari, nelle circostanze più imprevedibili che a nessuno di noi è dato di conoscere in profondità). Dio parla alla coscienza di ogni soggetto – Giovanni dice in Spirito e verità – e questo richiede da parte dell’essere umano un ascolto attento. In questo orizzonte – che è l’orizzonte pasquale – esprimere la propria sete rappresenta la suprema invocazione di ogni uomo, di ogni donna e di ogni famiglia, ma anche di tutta una creazione fragile, cauzionata dal male e dalla colpa: un’invocazione spesso angosciosa, spesso tragica, talvolta addirittura imprecante.

L’acqua capace di estinguere questa sete non è quella fresca attinta dal pozzo. Essa ne è però il simbolo che richiama un’altra acqua, il dono di Dio. Esprime bene questo concetto il salmo 62: “O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua” (v. 2). Gesù dunque è seduto presso il pozzo. Arriva la donna di Samaria. E Gesù diventa egli stesso pozzo. Si offre gratuitamente come acqua che disseta, per sempre, non come l’acqua del pozzo di Giacobbe che estingue solo provvisoriamente la sete fisica. “Se tu conoscessi il dono di Dio… “.

Un “dono” gratuito, appunto, se no che dono sarebbe? , totalmente immeritato, non garantito da un diritto, che non prevede una restituzione, che non è elargito come ricompensa per una vita “virtuosa” Da questo dono gratuito nasce una creatura nuova, umile e grata al suo Signore, il quale non “compera” mai gli alleati e i sostenitori, ma li fa rinascere, dall’acqua, appunto. Per questo il dono di Dio fonda la Chiesa; questo è l’orizzonte pasquale. In esso c’è questa straordinaria coincidenza – sulla quale dovremmo meditare più spesso – di Cristo che prima di effondere il suo Spirito esprime la sua sete di senso per una umanità impazzita che non impara mai nulla dalla severa lezione della storia, e la sete di tutti gli esseri umani che, dal canto loro, esprimono tutta la loro fatica dell’esistere: uomini e donne di ogni tempo e di ogni stagione che Gesù incontrerà, il sabato santo, il giorno del grande silenzio anche di Dio, nella “discesa agli inferi”. Una fatica soprattutto di tante famiglie espressa attraverso tante “seti” mai soddisfatte, spesso banalizzate da chi ha già tutte le risposte a tutte le domande. Per questo la “sete” è anche una figura umana. La sete della stabilità, in un mondo precario sul piano del lavoro, sul piano degli affetti, sul piano delle relazioni sociali ed economiche.

La sete della concretezza e della trasparenza. La sete di comprensione e di solidarietà. È l’esperienza della Samaritana che ha incontrato una persona viva, Gesù, capace di cogliere tutta la fatica dell’esistere, in lei “costretta” dalla sua situazione anomala a venire al pozzo nell’ora più calda della giornata, quell’ora sesta in cui le persone “normali” si apprestano a sedersi a tavola. Gesù non ha rifiutato l’incontro, ha accettato la donna com’era. Gli uomini e le donne del nostro tempo, stanchi ed assetati per un cammino quanto spesso tortuoso, che ha lasciato sul loro volto tracce di polvere e di sudore, hanno il desiderio profondo di incontrare persone vive, capaci di dare loro accoglienza e ristoro, non giudizi e condanne. La misericordia è l’atteggiamento di ogni cuore umile, povero e accogliente. Sete come figura religiosa, dunque, e come figura umana. Gesù stesso ce ne propone una sintesi nell’incontro con la Samaritana. L’incontro tra due “nudità, tra due fatiche, tra due seti. Forse è un sogno una Chiesa così, in cui la povertà del Cristo si incontra con la povertà umana e si fa modello ecclesiologico. Ci resta la difficile virtù della speranza. Ciò che tarda avverrà.

[C. P. M. – ITALIA]

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