In preparazione alla Visita di Benedetto XVI

di , 24 Aprile 2011

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica – Credo nello Spirito Santo
Paragrafo 4 – I.  La costituzione gerarchica della Chiesa  Perché il ministero ecclesiale? 

874 È Cristo stesso l’origine del ministero nella Chiesa.  Egli l’ha istituita, le ha dato  autorità e missione, orientamento e fine: Cristo Signore, per pascere e sempre più  accrescere il Popolo di Dio, ha istituito nella sua Chiesa vari ministeri, che tendono al  bene di tutto il corpo.  I ministri infatti, che sono dotati di sacra potestà, sono a servizio  dei loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio…  arrivino alla  salvezza [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 18].

875 “E come potranno credere, senza averne sentito parlare?  E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?  E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?  ” (Rm 10,14-15).  Nessuno, né individuo né comunità, può annunziare  a se stesso il Vangelo.  “La fede dipende…  dalla predicazione” (Rm 10,17).  Nessuno può darsi da sé il mandato  e la missione di annunziare il Vangelo.  L’inviato del Signore parla e agisce non per autorità propria, ma in forza dell’autorità  di Cristo; non come membro della comunità, ma parlando ad essa in nome di Cristo.  Nessuno può conferire a se stesso  la grazia, essa deve essere data e offerta.  Ciò suppone che vi siano ministri della grazia, autorizzati e abilitati da Cristo.  Da lui i vescovi e i presbiteri ricevono la missione e la facoltà [la “sacra potestà”] di agire “in persona di Cristo Capo”, i  diaconi la forza di servire il popolo di Dio nella “diaconia” della liturgia, della parola e della carità, in comunione con il vescovo  e il suo presbiterio.  La tradizione della Chiesa chiama “sacramento” questo ministero, attraverso il quale gli inviati  di Cristo compiono e danno per dono di Dio quello che da se stessi non possono né compiere né dare.  Il ministero della  Chiesa viene conferito mediante uno specifico sacramento. 

876 Alla natura sacramentale del ministero ecclesiale è intrinsecamente legato il carattere di servizio.  I ministri, infatti, in  quanto dipendono interamente da Cristo, il quale conferisce missione e autorità, sono veramente “servi di Cristo”, [Cf Rm  1,1 ] ad immagine di lui che ha assunto liberamente per noi “la condizione di servo” (Fil 2,7).  Poiché la parola e la grazia  di cui sono i ministri non sono le loro, ma quelle di Cristo che le ha loro affidate per gli altri, essi si faranno liberamente  servi di tutti [Cf 1Cor 9,19 ]. 

877 Allo stesso modo, è proprio della natura sacramentale del ministero ecclesiale avere un carattere collegiale.  Infatti il  Signore Gesù, fin dall’inizio del suo ministero, istituì i Dodici, che “furono ad un tempo il seme del Nuovo Israele e l’origine  della sacra gerarchia” [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Ad gentes, 5].  Scelti insieme, sono anche mandati insieme, e la loro unione  fraterna sarà al servizio della comunione fraterna di tutti i fedeli; essa sarà come un riflesso e una testimonianza della  comunione delle persone divine [Cf Gv 17,21-23 ].  Per questo ogni vescovo esercita il suo ministero in seno al collegio  episcopale, in comunione col vescovo di Roma, successore di san Pietro e capo del collegio; i sacerdoti esercitano il loro  ministero in seno al presbiterio della diocesi, sotto la direzione del loro vescovo. 

878 Infine è proprio della natura sacramentale del ministero ecclesiale avere un carattere personale.  Se i ministri di Cristo  agiscono in comunione, agiscono però sempre anche in maniera personale.  Ognuno è chiamato personalmente: “Tu seguimi”  (Gv 21,22) [Cf Mt 4,19; Mt 4,21; Gv 1,43 ] per essere, nella missione comune, testimone personale, personalmente  responsabile davanti a colui che conferisce la missione, agendo “in Sua persona” e per delle persone: “Io ti battezzo nel  nome del Padre…  “; “Io ti assolvo…  “. 

879 Pertanto il ministero sacramentale nella Chiesa è un servizio esercitato in nome di Cristo.  Esso ha un carattere personale  e una forma collegiale.  Ciò si verifica sia nei legami tra il collegio episcopale e il suo capo, il successore di san  Pietro, sia nel rapporto tra la responsabilità pastorale del vescovo per la sua Chiesa particolare e la sollecitudine di tutto il  collegio episcopale per la Chiesa universale.  Il collegio episcopale e il suo capo, il Papa 
880 Cristo, istituì i Dodici “sotto la forma di un collegio o di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo  a loro” [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 19].  “Come san Pietro e gli altri Apostoli costituirono, per istituzione del  Signore, un unico collegio apostolico, similmente il romano Pontefice, successore di Pietro, e i vescovi, successori degli  Apostoli, sono tra loro uniti” [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 19]. 
881 Del solo Simone, al quale diede il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa.  A lui ne ha affidato le  chiavi; [Cf Mt 16,18-19 ] l’ha costituito pastore di tutto il gregge [Cf Gv 21,15-17 ].  “Ma l’incarico di legare e di sciogliere,  che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo” [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 22].  Questo ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della  Chiesa; è continuato dai vescovi sotto il primato del Papa. 

882 Il Papa, vescovo di Roma e successore di san Pietro, ” è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei  vescovi sia della moltitudine dei fedeli” [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 22].  “Infatti il romano Pontefice, in virtù del  suo ufficio di vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che  può sempre esercitare liberamente” [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 22]. 
883 “Il collegio o corpo episcopale non ha…  autorità, se non lo si concepisce insieme con il romano Pontefice…  , quale  suo capo”.  Come tale, questo collegio “è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non  può essere esercitata se non con il consenso del romano Pontefice” [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 22; cf Codice  di Diritto Canonico, 336]. 

884 “Il collegio dei vescovi esercita in modo solenne la potestà sulla Chiesa universale nel Concilio Ecumenico” [Codice  di Diritto Canonico, 337, 1].  “Mai si ha Concilio Ecumenico, che come tale non sia confermato o almeno accettato dal successore  di Pietro” [ Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 22]. 
885 ” [Il collegio episcopale] in quanto composto da molti, esprime la varietà e l’universalità del popolo di Dio; in quanto  raccolto sotto un solo capo, esprime l’unità del gregge di Cristo” [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 22]. 

886 “I vescovi…  , singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell’unità nelle loro Chiese particolari”  [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 22].  In quanto tali “esercitano il loro pastorale governo sopra la porzione del Popolo  di Dio che è stata loro affidata”, [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 22] coadiuvati dai presbiteri e dai diaconi.  Ma,  in quanto membri del collegio episcopale, ognuno di loro è partecipe della sollecitudine per tutte le Chiese, [Cf Conc.  Ecum.  Vat.  II, Christus Dominus, 3] e la esercita innanzi tutto “reggendo bene la propria Chiesa come porzione della Chiesa  universale”, contribuendo così “al bene di tutto il Corpo mistico che è pure il corpo delle Chiese” [Conc.  Ecum.  Vat.  II,  Lumen gentium, 23].  Tale sollecitudine si estenderà particolarmente ai poveri, [Cf Gal 2,10 ] ai perseguitati per la fede,  come anche ai missionari che operano in tutta la terra. 

887 Le Chiese particolari vicine e di cultura omogenea formano province ecclesiastiche o realtà più vaste chiamate patriarcati  o regioni [Cf Canone degli Apostoli, 34].  I vescovi di questi raggruppamenti possono riunirsi in sinodi o in concilii  provinciali.  Così pure, le conferenze episcopali possono, oggi, contribuire in modo molteplice e fecondo a che “lo spirito  collegiale si attui concretamente” [Conc.  Ecum.  Vat.  II, Lumen gentium, 23].

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