La Parola della Domenica

di , 14 Maggio 2011

4ª di Pasqua
Prima lettura (At 2,14.36-41)   Dio lo ha costituito Signore e Cristo.
Salmo responsoriale (Sal 22)   Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Seconda lettura (1Pt 2,20b-25)   Siete tornati al pastore delle vostre anime.
Vangelo (Gv 10,1-10)   Io sono la porta delle pecore.

La liturgia odierna, non ci presenta, come le domeniche precedenti, i racconti della sua manifestazione  del Risorto ai discepoli, ma ci invita a contemplare Gesù come pastore e porta  dell’ovile.  L’evangelista Giovanni, di cui oggi leggiamo il brano evangelico, ci invita a guardare  a Cristo come all’unica porta attraverso la quale è possibile uscire dai propri limiti, dalle proprie  angosce, dalle proprie delusioni e metterci per mezzo di essa in rapporto con Dio.  Chi ci da la  fiducia di poter andare oltre questa porta?  Noi conosciamo l’angoscia e il tormento di trovarci  di fronte a una porta che, non necessariamente siamo in grado di aprire.  Per nostra buona sorte  siamo rassicurati dalle parole di Giovanni il quale ci dice che Gesù, oltre ad essere la porta, è anche colui che la  apre a quanti osservano i suoi comandamenti.  Ma Gesù è presentato da Giovanni anche come pastore che non vuol  lasciarci soli nell’angoscia a risolvere l’enigma.  Non solo non ci sgrida ma ci esorta con voce suadente a lasciare che  Lui apra la porta, perché non intende trattenerci dentro l’ovile, al contrario, Egli stesso ci apre il cammino verso una  vita sempre più nuova e sempre più abbondante.  Il brano degli Atti degli Apostoli fa parte dell’omelia che Pietro pronunciò  il giorno di Pentecoste dopo che lo Spirito Santo si posò sugli Apostoli, riuniti nel cenacolo, sotto forma di  fiammelle.  Il discorso di Pietro è molto chiaro e l’invito pressante.  Egli si rivolge hai presenti invitando, quanti ascoltano  la sua parola alla conversione, a farsi battezzare per essere innestati in Cristo e ricevere il perdono dei peccati, a  rompere in maniera decisa e definitiva col male.  Questa è la predicazione di Pietro che la Chiesa ripete, sotto varie  forme, da due millenni, invitandoci a diventare nuove creature con l’accoglienza della Parola.  Solo il Signore è il pastore che ha interesse per le sue pecore e lo dimostra conducendole ad acque tranquille, a pascoli  erbosi e le fa riposare in luoghi dove rapaci e predatori non le possano raggiungere.  Le pecore si fidano di lui  perché entra sempre dalla porta dell’ovile senza forzarla.  Proclamare la giustizia e la verità non è un cammino trionfale  ma un cammino che conduce, in questo mondo, alla sofferenza.  Cristo e gli Apostoli hanno sperimentato, nella  propria carne, che il mondo, ripudia chi fa il bene, anzi lo combatte e cerca in tutti i modi di eliminarlo.  Essere cristiani  vuol dire accettare anche le incomprensioni e malvagità di questo mondo deponendole, con carità, nelle mani del  Padre.  In questo brano del Vangelo di Giovanni Gesù si propone, a quanti lo ascoltano, come ” il buon Pastore”, che  ama le sue pecore ed esse lo riconoscono, lo ascoltano e fiduciose si lasciano da lui condurre sempre pronte a eseguire  gli ordini dei suoi comandi … Diceva un pastore: “Gli ovili hanno le porte, non perché le pecore altrimenti scapperebbero  via, ma solo perché non vi entri qualche male intenzionato: le volpi.  Le pecore per tenerle dentro l’ovile è  sufficiente che il pastore lasci il suo capello alla soglia dell’ovile ed esse mai andrebbero oltre il capello del loro  pastore…  “

I commenti non sono attivi

Panorama Theme by Themocracy