La Parola della Domenica

di , 8 Ottobre 2011

28ª del Tempo Ordinario
Prima Lettura (Is 25,6-10a)  Il Signore preparerà un banchetto, e asciugherà le lacrime su ogni volto.
Salmo Responsoriale (Sal 22)  Abiterò per sempre nella casa del Signore.
Seconda Lettura (Fil 4,12-14.19-20)  Tutto posso in colui che mi dà forza.
Vangelo (Mt 22,1-14)  Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.

Il tema di questa domenica è molto chiaro perché sia il Vangelo di Matteo (22,1-14), il brano del profeta Isaia (25,6-10), ma anche il salmo 22  nel quale si ripete “Abiterò per sempre nella casa del Signore”, insistono sul tema delle nozze.  La preghiera di Colletta  invoca il Padre come colui che “invita il mondo intero alle nozze del suo Figlio”.  È chiaro che quella delle nozze  è un’immagine che ci deve aiutare a capire alcune caratteristiche importanti del progetto di Dio sul mondo e di conseguenza  della nostra relazione con lui: infatti tutti gli uomini sono invitati a partecipare a queste nozze, cioè a questa  relazione personale e gioiosa con Dio.  Correlate al tema della nozze ci sono altre figure come quella del banchetto,  che ricorre sia nella prima lettura che nel Vangelo e quella di Dio Buon Pastore che ricorre nel salmo 22.  Il banchetto  infatti è il segno concreto della festa delle nozze e il Buon Pastore ricorda il re che conquista la sua sposa:  l’umanità intera.  Ma al di là di questi brevi accenni è opportuno approfondire la figura delle nozze che è quella principale.  Prima di tutto bisogna ricordare che la figura delle nozze viene usata diverse volte nella Bibbia.  Il Cantico dei Cantici non ha nessun  riferimento esplicito a Dio, ma la scelta travagliata di inserirlo nel canone delle scritture si fonda proprio sulla possibilità di leggere la vicenda  degli innamorati, che sono i protagonisti del libro, come la storia dell’innamoramento tra Dio e l’umanità e tra Dio e ogni singolo uomo e donna.  Il libro del profeta Osea si svolge tutto alla luce di una storia matrimoniale difficile e a lieto fine.  Il libro dell’Apocalisse presenta addirittura  tutta la storia come lo scenario nel quale l’umanità sviluppa la capacità di rispondere a Dio con un amore adeguato allo Sposo per diventare  la sua Sposa eterna (la Gerusalemme celeste che scende dal cielo adorna come una sposa).  Si potrebbero fare altri esempi.  Quali sono le caratteristiche  di un Matrimonio riuscito?  Gli sposi devono essere innamorati.  Questo fatto ci aiuta a ricordare che Dio in effetti nutre un  “sentimento” nei confronti dell’umanità che può essere descritto come innamoramento, quindi passionale.  Dio cerca ogni uomo e donna perché  si accorgano di questa sua attenzione e scelgano di rispondere innamorandosi a loro volta.  Ogni vocazione può essere letta anche come la risposta  entusiasta al desiderio che Dio ha di essere in relazione con noi. 

Dall’innamoramento nasce la possibilità dell’amore vero e proprio, cioè  del desiderio di rimanere (si pensi al ritornello del salmo 22) nella relazione che si è intuita per rispondere non solo all’elezione, ma anche al  progetto che Dio ha per noi e che riguarda tutta la vita.  Ecco allora emergere un’altra caratteristica importante del matrimonio, quella della  fedeltà.  L’amore fedele si fonda sulla libertà, nessuno dei due coniugi può obbligare l’altro a rispondere, ma sperimenta con gioia grande che  al suo amore gratuito e libero corrisponde dall’altra parte un amore con le stesse caratteristiche che nasce da una scelta altrettanto libera: un  vero e proprio miracolo!  Il dono del Figlio va letto dunque come l’espressone di questo amore che ha le caratteristiche sponsali e che non rifiuta  il momento altissimo del sacrificio per dimostrare la sua gratuità effettiva.  La testimonianza del crocifisso provoca l’umanità a rispondere  pur lasciandola libera e il dono dello Spirito da parte del Risorto è lo strumento concreto perché essa partecipi della stessa vita divina.  Proprio  come una sposa.  Tutto questo ci fa pensare al modo, spesso superficiale e moralista, di concepire il sacramento del matrimonio, ma ci spinge  anche a una verifica sulla nostra vita di fede.  Siamo in grado di percepire l’interesse di Dio che si esprime addirittura nell’immagine affascinante  del matrimonio?  Siamo in grado di percepire la realtà delle sue promesse, in particolare quella del banchetto che è felicità per la vita eterna?  Le difficoltà del dolore e delle scelte impegnative a volte ci fanno dimenticare tutto questo.  Occorre fare appello a questa risorsa ogni volta  che è necessario per ripartire quando nel cammino di fede l’entusiasmo ci abbandona.  La lettera ai Filippesi (seconda lettura) non insiste sulla  metafora matrimoniale, ma chi come San Paolo arriva a dire: “Tutto posso in colui che mi da forza” non fa altro che testimoniare l’esistenza di  una relazione con Cristo così forte e assoluta che può essere espressa nei termini di un matrimonio ben riuscito.  Si potrebbe parafrasare quanto  dice San Paolo in questo modo: “Né più né meno che Cristo”.  non occorre cercare di più.  Ma nemmeno accontentarsi di meno.  Occorre coltivare  il nostro rapporto col Signore e avere fiducia in lui fino al punto di scoprirlo come una forza vitale e inarrestabile.  Che Dio ci conceda questa  grazia.

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