La Parola della Domenica

di , 5 Novembre 2011

32ª del Tempo Ordinario
Prima Lettura (Sap 6,12-16) La sapienza si lascia trovare da quelli che la cercano.
Salmo Responsoriale (Sal 62) Ha sete di te, Signore, l’anima mia.
Seconda Lettura (1Ts 4,13-18) Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.
Vangelo (Mt 25,1-13) Ecco lo sposo! Andategli incontro!

Il cristiano è l’uomo della speranza perché è l’uomo della “attesa”. Attesa di che cosa? O meglio di “Chi”? Più di un evento dovremmo parlare di un soggetto Cristo uno e trino nella sua manifestazione escatologica e trinitaria. Ma la domanda allora è: fino a quando dobbiamo attendere? La non definitività temporale determina uno stato di dubbio, di relativismo, di incertezza e quindi oggi si rischia sempre di più di essere come le cinque vergini “stolte” che avevano l’olio nella misura della soddisfazione temporale contingente senza la lungimiranza del pensare a tempi più lunghi. Il cristiano non è però l’uomo “illuso” dall’attesa. L’attesa ha una certezza: Cristo non solo qui sulla Terra, ma soprattutto Cristo nella divinità trinitaria nella Vita eterna. certo che stringendo sul concreto possiamo affermare che l’attesa nostra, quella personale, si traduce semplicemente nel non stare con le mani in mano, ma di vivere concretamente nella quotidianità… Matteo include nel suo discorso escatologico cinque parabole a significare questa attesa cristiana: la parabola del padrone di casa attento a non esporla preda dei ladri, la parabola del servo che amministra fedelmente i beni del suo padrone assente in attesa della sua venuta, la parabola dei talenti che occorre far moltiplicare, la parabola del re che separa i buoni dai cattivi in misura di quello che hanno fatto verso i fratelli più piccoli e infine la parabola delle dieci vergini che attendono lo sposo. Ma attenzione, queste parabole non devono rimanere delle belle e commoventi metafore. Esse devono farci vedere, discernere e farci agire concretamente nella nostra fede, nella nostra speranza e nella nostra carità, con gesti e azioni che testimonino che la nostra attesa è una vera attenzione d’amore verso il nostro prossimo qualunque esso sia, a partire da chi sta nella nostra famiglia, nella nostra comunità, nella società. Quindi, concludendo, il messaggio evangelico è chiaro, lo abbiamo decodificato nei suoi diversi simbolismi, cosa c’è ancora da capire? Non ci rimane che accogliere e vivere questa Parola e farne “olio” per le lampade del nostro cammino, affinché nel momento del suo arrivo, al nostro invocare “Signore aprici” non ci sentiamo dire le durissime parole dietro la porta sbarrata della gioia eterna: “Non vi conosco! “. [commento C. P. M. Italia]

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