La Parola della Domenica

di , 12 Novembre 2011

33ª del Tempo Ordinario
(Pr 31,10-13.19-20.30-31) La donna perfetta lavora volentieri con le sue mani.
(Sal 127) Beato chi teme il Signore.
(1Ts 5,1-6) Non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro.
(Mt 25, 14-30) Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone.

Lavorare per dare frutto nel Regno di Dio: in questa frase si condensa la liturgia di questa domenica. Far fruttificare i talenti ricevuti, qualunque ne sia la quantità, per realizzare l’incarico del quale ci si chiederà conto poi (vangelo). Lavorare per fare il bene nel timore di Dio, come la donna buona e attiva del libro dei Proverbi (prima lettura). Lavorare, non dormire, poiché siamo figli del giorno e della luce, (tempo in cui si può lavorare), e non della notte ne delle tenebre (seconda lettura). Il lavoro non è un castigo divino, né un’attività imperiosa di sopravvivenza, ma un dono di Dio perche l’uomo si realizzi nella sua piena umanità. Il lavoro non è nemmeno opzionale, ma un dovere e un diritto, una legge inscritta da Dio nel nostro certificato di uomini e di battezzati. Il cristiano lavora, a immagine di Dio e a immagine di Gesù Cristo, che sempre lavorano (Gv 5,17). Di Gesù ci dirà il Concilio Vaticano II: “Lavorò con mani d’uomo”.

Ecco come il lavoro mette in luce la superiorità e la signoria dell’uomo sulla creazione, e la subordinazione della creazione al bene materiale e spirituale dell’uomo; è un peccato di lesa umanità anteporre la creazione all’uomo, senza, tuttavia, che cessi di essere una verità il fatto che l’uomo debba agire sulla creazione con responsabilità e tenendo conto del bene integrale di se stesso e dell’umanità presente e futura. Se il lavoro è un dono, lo sono anche gli strumenti (qualità, abilità, attitudini, circostanze, relazioni… ) che Dio dona a ciascuno per portare a compimento il proprio lavoro. La spiritualità del lavoro ci permette di vedere la vita come missione, come il tempo limitato da Dio per realizzare il compito che Egli ci ha affidato. Il lavoro non è soltanto abilità e fatica, è innanzitutto fonte di virtù e cammino di santità. Mediante il lavoro, lo spirito umano si affina sempre di più, si apre alla provvidenza divina che non cessa di agire nel mondo, riconosce la sua competenza e allo stesso tempo la propria limitazione e piccolezza di fronte alla grandezza dell’opera di Dio creatore e di Gesù Cristo redentore.

Ogni uomo, e a maggior ragione ogni cristiano, deve essere nemico della pigrizia. Pigrizia intesa come non fare ciò che si ha l’obbligo di fare, come perdita volontaria e irresponsabile del tempo, come lasciarsi trascinare dall’inclinazione all’inattività: “Questo riposare dalla stanchezza di aver riposato”. Una cosa è il legittimo riposo, che ciascuno deve cercare di procurarsi, e altra è la pigrizia, che ciascuno deve cercare di sfuggire con decisione. Il legittimo riposo è volontà di Dio, la pigrizia è un vizio. Il legittimo riposo restaura le forze perdute col lavoro, la pigrizia non fa altro che incrementare la tendenza alla pigrizia. Gesù non intendeva parlare dell’obbligo di sviluppare le proprie doti naturali, ma di far fruttare i doni spirituali da lui recati. I talenti di cui parla Gesù sono la parola di Dio, la fede, in una parola il regno da lui annunciato. Talenti sono per noi cristiani di oggi la fede e i sacramenti che abbiamo ricevuti. La parabola ci costringe dunque a un esame di coscienza: che uso stiamo facendo di questi talenti? Somigliamo al servo che li fa fruttare o a quello che mette il talento sottoterra? Purtroppo per molti il proprio battesimo è davvero un talento sotterrato. [omelie varie]

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