La Parola della Domenica

di , 19 Novembre 2011

34ª del Tempo Ordinario
(Ez 34,11-12.15-17) Voi siete mio gregge, io giudicherò tra pecora e pecora.
(Sal 22) Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
(1Cor 15,20-26.28) Consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti.
(Mt 25,31-46) Siederà sul trono della sua gloria e separerà gli uni dagli altri.

La Chiesa conclude oggi il percorso dell’anno liturgico, salutando Matteo, il pubblicano diventato discepolo.  E lo fa con una festa ed un vangelo  intensi, di difficile comprensione immediata: la Solennità di Cristo re dell’Universo.  Gesù il falegname di Nazareth, quell’ebreo marginale vissuto  duemila anni fa e perso nei meandri oscuri della storia è il Signore dell’Universo, colui che ha l’ultima Parola, colui che dà misura e senso ad  ogni esperienza umana, che svela il mistero nascosto nei secoli.  Le vicende umane non stanno precipitando in un baratro di violenza e di caos,  ma nelle braccia di Dio.  Ci vuole molta fede per fare una tale affermazione, soprattutto dopo duemila anni di cristianesimo in cui le cose non  sembrano cambiate in meglio.  Dire che Cristo è “sovrano” della mia vita, significa riconoscere che solo in lui ha senso il nostro percorso di vita  e di fede.  Ed è bello, alla fine di quest’anno, ribadire con forza, insieme, questa nostra convinzione.  I pastori, sul fare della sera, separavano le  pecore dalle capre.  Le capre, senza il “cappotto” fornito da madre natura, pativano il freddo proveniente dal deserto ed andavano ricoverate  in un posto più caldo, come una stalla o sotto una roccia.  Quest’immagine è lo sfondo del racconto di Gesù, una separazione che è una protezione,  un’attenzione verso i soggetti deboli.  Il pastore accoglie le pecore che lo hanno riconosciuto nel volto del povero, del debole, del perseguitato.  Due sono le novità apportate dal vangelo di Matteo: Gesù lascia intendere che è lui che curiamo nel povero, identificandosi nell’uomo  sconfitto.  In secondo luogo questa identità è sconosciuta al discepolo che resta stupito nell’avere soccorso Dio senza saperlo.  Il messaggio che  Matteo ci rivolge è piuttosto chiaro: l’incontro con Dio cambia il tuo modo di vedere gli altri, riesci ad incontrarlo anche nel volto sfigurato del  povero.  Gesù non parla di “buoni” poveri o di carcerati vittime di un errore giudiziario!  Anche nel povero che ha sperperato tutto per colpa o  nell’omicida (!  ) possiamo riconoscere un frammento della scintilla di Dio! 

Gesù ripete la stessa idea, ma in negativo, questa volta.  Come era consuetudine per i rabbini, che sempre ribadivano il proprio insegnamento  una volta in positivo e una volta in negativo.  Per calcare la mano Gesù conclude che colui che non lo riconosce brucerà nel fuoco della Geenna.  È  il timore di Dio che non è paura del Padre ma paura di perdere il suo amore per nostra negligenza!  La Geenna è una delle valli che circonda  Gerusalemme, mai abitata perché, secondo la storia, lì i Gebusei praticavano sacrifici umani prima della conquista della città da parte del re  Davide.  Al tempo di Gesù nella valle della Geenna si bruciavano le immondizie. 

Alla fine dei tempi, davanti al Cristo in maestà che succederà?  Il Signore ci chiederà se lo avremo riconosciuto, nel povero, nel debole, nell’affamato,  nel solo, nell’anziano abbandonato, nel parente scomodo.  Il giudizio sarà tutto su ciò che avremo fatto.  E sul cuore con cui lo avremo  fatto.  La fede è concretezza, non parole, la preghiera contagia la vita, la cambia, non la anestetizza, la celebrazione continua nella città, non si  esaurisce nel Tempio.  Allora, certo, la preghiera, l’eucarestia, la confessione, sono strumenti di comunione col Cristo e tra di noi per fare della  nostra vita il luogo della fede.  Se saprò portare la fede da dentro a fuori, da lontano a vicino, e riconoscere il volto del Cristo adorato nel volto  del fratello che incontro ogni giorno, mi salverò.  La regalità di Cristo, oggi, si manifesta nei nostri gesti.  Cristo è Signore se sapremo sempre di  più amare i fratelli, diventare trasparenza della misericordia, testimoni credibili della compassione.  [Paolo Curtaz]

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