La Parola della Domenica

di , 26 Novembre 2011

1ª di Avvento
(Is 63,16-17.19; 64,2-7)  Se tu squarciassi i cieli e scendessi!
(Sal 79)  Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
(1Cor 1,3-9)  Aspettiamo la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo.
(Mc 13,33-37)  Vegliate: non sapete quando il padrone di casa ritornerà.

Oggi per la Chiesa è capodanno perché inizia il nuova anno liturgico in cui Cristo, morto e risorto per noi, ci offre ancora per un anno la salvezza. Durante questo anno di grazia ripercorreremo le tappe della salvezza, i misteri della vita del Cristo, della Vergine e dei santi. Per tutti i cristiani l’avvento è l’attesa di colui che è e che viene, ma attesa desiderata e circondata da mille attenzioni, soprattutto un’attesa vigilante perché non siamo a conoscenza dell’ora in cui il Signore verrà. Dobbiamo essere svegli per poi poterlo riconoscere nelle forma quotidiane di chi ci sta vicino, affinché anche di noi non si dica che nonostante le nostre chiacchiere ” non l’hanno accolto”. Oggi il profeta Isaia ci comunica che Dio è nostro padre e nostro salvatore e c’incita a invocarne il ritorno per riportarci a percorrere le sue vie. Ma siamo anche opera delle sue mani, creta da vasaio, duri di cuore, servi inutili e pur tuttavia “tua eredità”. Il concetto di padre espresso in questo brano di Isaia è completamente diverso dal concetto formulato nel Vangelo da Cristo. Qui siamo servi ribelli, nel Nuovo testamento siamo figli adottivi riscattati dal Figlio e diventati fratelli anche se la nostra gratitudine non si modifica di molto poiché rimaniamo “panno immondo” a causa “dei nostri atti di giustizia”. A noi non resta che avere fiducia in lui amarlo, servirlo, cercare con perseveranza le sue vie invisibili e Egli ce le mostrerà insieme alla sua misericordia. Invochiamo il Signore della vigna perché non l’abbandoni lasciandola incolta, come fosse senza padrone e senza vignaioli.

San Paolo indica, anche a noi, uomini del terzo millennio, quale sia la nostra speranza: la comunione col Cristo. Essa si fonda sull’esperienza della sua presenza che illumina la nostra vita e ci fa da guida per arrivare al Padre, se lo seguiamo nel suo cammino verso il Calvario. Cammino irto di difficoltà, che ha inizio già al momento delle sua nascita costellata da rifiuti, esilio, incomprensioni, attentati alla vita, tradimenti da parte degli amici. Il brano del vangelo odierno fa parte del così detto discorso escatologico e ci esorta essere molto attenti nel leggere la storia passata ed odierna alla luce dell’Evangelo. La chiave di lettura di questo brano, ma anche dell’intero discorso escatologico, sta nel verbo “vegliare. Come in tutto il discorso escatologico, anche in questa brevissima parabola, Marco non da indicazioni particolari circa i futuri eventi, ma sintetizza come fare per attendere correttamente il Signore che sta per tornare. come dunque comportarci? Non certamente con le mani in mano ma operosi e con le orecchie tese per percepire ogni rumore nella notte e ogni via vai durante il giorno perché il padrone può tornare “alla sera o mezzanotte o al canto del gallo o al mattino”. Forse l’evangelista in questo quadruplice richiamo dell’ora indica alla sua comunità e a noi che Gesù e già tornato a chiedere conto della loro fedeltà ai suoi discepoli alla “sera” in cui fu tradito, a “mezzanotte” quando fu giudicato dagli anziani e dal Sinedrio, al “canto del gallo” quando Pietro lo rinnegò, al “mattino” quando fu condannato da Pilato alla crocifissione. Se saremmo ben desti “vedremo” che colui che attendiamo ci attende al Calvario e dalla croce a cui è appeso per manifestarci la sua gloria e la sua potenza. Tocca a noi scoprire il cammino che Lui ha percorso – non c’è altro cammino percorribile – che ci faccia incontrarlo faccia a faccia nella pienezza della sua gloria. [C. P. M. Italia]

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