La Parola della Domenica

di , 11 Febbraio 2012

7ª del Tempo Ordinario
Prima Lettura (Lv 13,1-2.45-46) Il lebbroso se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento.
Salmo Responsoriale (Sal 31) Rit: Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.
Seconda Lettura (1Cor 10,31-11,1) Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo.
Vangelo (Mc 1,40-45) La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Oggi le letture proposte dalla liturgia utilizzano una parola predominante (e, nello stesso  tempo ripetuta con ossessione): lebbra e lebbroso.  Viene messa in luce come questa lebbra  passa da una malattia fisica ad una malattia sociale.  E’ un po’ come dire che oltre all’umiliazione  di una malattia classificata tra le peggiori esiste anche una “beffa” ulteriore consistente  nell’isolamento dalle altre persone.  I brani hanno anche oggi lo scopo di farci riflettere sulla  nostra “qualità”di vita e sul nostro modo di comportarci.  Perciò tutte le volte che teniamo  qualcuno lontano lo trattiamo da “lebbroso” e questo può avvenire anche nella nostra comunità,  quando manca un vero rapporto.  Altre volte siamo proprio noi ad avere un atteggiamento  simile, a volte siamo proprio noi a comportarci da lebbrosi isolandoci dagli altri.  Queste  situazioni intristiscono la nostra vita, la rendono amara tanto che se perdurasse per troppo tempo potrebbe crearci  problemi ed ostacoli per un pieno e completo recupero dell’armonia.  Non ha nome né volto il lebbroso, perché è ogni uomo, voce di ogni creatura.  Con tutta la discrezione di cui è capace  dice solo: se vuoi, puoi guarirmi.  Il suo futuro è appeso ad un ‘sé seminato nel cuore di Dio.  A nome nostro il lebbroso  chiede: che cosa vuole Dio per me?  Cosa vuole da questa carne sfatta, da questo corpo piagato, da questi anni di  dolore?  Gli scribi di ogni epoca ripetono che il dolore è punizione per i peccati, o maestro di vita, o imperscrutabile  volontà di Dio.  Per loro Giobbe è un caso teologico.

Ma in quella teologia Dio è assente.  La fede del lebbroso invece  palpita: Dio è il Dio della compassione o non è!  Cosa vuoi per me?  Quello che dicono gli scribi o vuoi guarirmi?  La  svolta del racconto non è contenuta in una riflessione, ma in un verbo che indica l’essere preso allo stomaco, dice di  una mano che ti stringe le viscere: provò compassione.  Per i sacerdoti il lebbroso è un caso, per Gesù è una lama  nella carne.  Per gli scribi è un teorema, per lui è un fremito, che muove e genera gesti, che fa quasi violenza alla mano,  la fa stendere, la fa toccare.  La mano parla prima della voce, le dita sono più eloquenti delle parole: Gesù rompe i  tabù, toccare il lebbroso è diventare impuro per la legge.  Ma per lui l’uomo è sempre puro e vale più della legge.  Una  carezza più della legge.  È l’eloquenza di toccare il male tremendo: da troppo tempo nessuno toccava più il lebbroso,  per paura, per ribrezzo, per obbedienza alla legge.  E la sua carne moriva di solitudine, il suo cuore moriva di assenze.  La guarigione comincia quando qualcuno si avvicina e mi tocca con amore, mi parla da vicino, non ha paura, patisce  con me.  Il dolore non domanda spiegazioni, vuole partecipazione.  Sentirsi toccati è una delle esperienze più belle e  vitali.  Chi sa toccarti davvero, chi sa sfiorare il tuo intimo di luce o di piaga, questi solo lascia tracce di vita, è il tuo  guaritore.  La parola, una voce per esistere dentro il vuoto, viene dopo: lo voglio, guarisci!  Eternamente Dio vuole figli  guariti.  A me, a Lazzaro, alla figlia di Giairo, alla suocera di Simone ripete: lo voglio, alzati, guarisci.  Dio è guarigione.  Dal male di vivere.  Non ne conosco tutti i modi concreti, ma so per certo che non accadrà moltiplicando interventi miracolosi.  Non conosco i tempi, ma so che egli rinnoverà battito su battito il cuore, stella su stella la notte.  Con la compassione,  con un gesto, con una voce, una carezza che toccano, l’abisso del dolore.  [omelie varie]

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