Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2012

di , 10 Marzo 2012

«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda  nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24) 

(continua)…  L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene,  sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale.  La cultura contemporanea  sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire  con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene  » (Sal 119,68).  Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la  fraternità e la comunione.  La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell’altro, desiderando che  anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità.  La Sacra Scrittura mette  in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui.  L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel  cuore dell’uomo.  In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato  e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione  del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19).  In entrambi i casi abbiamo a che fare con il  contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione.  Che cosa impedisce questo sguardo umano e  amorevole verso il fratello?  Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le  proprie preoccupazioni.  Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere  talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero.  Invece proprio l’umiltà di cuore  e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia: «Il giusto  riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7).  Si comprende così la beatitudine di «coloro che  sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. 

L’incontro con  l’altro e l’aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.  Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale.  E qui desidero richiamare  un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna.  Oggi, in  generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del  tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli.  Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella  fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino  ultimo.  Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato.  Dà consigli al saggio e diventerà ancora più  saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s).  Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo  un peccato (cfr Mt 18,15).  Il verbo usato per definire la correzione fraterna – elenchein – è il medesimo che indica la missione  profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11).  La tradizione della  Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori».  E’ importante recuperare questa  dimensione della carità cristiana.  Non bisogna tacere di fronte al male.  Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per  rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai  modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene.  Il rimprovero cristiano, però, non è mai  animato da spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine  per il bene del fratello.  L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo  con spirito di dolcezza.  E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal6,1).  Nel nostro mondo impregnato di  individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità.  Persino  «il giusto cade sette volte» (Pr24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1Gv 1,8).  E’ un grande servizio  quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella  via del Signore.  C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr  Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi…

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