La Parola della Domenica

di , 14 Aprile 2012

2ª di Pasqua – Della divina Misericordia
Prima Lettura (At 4,32-35) Un cuore solo e un’anima sola. 
Salmo Responsoriale (Sal 117) Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per  sempre. 
Seconda Lettura (1Gv 5,1-6) Chiunque è stato generato da Dio  vince il mondo. 
Vangelo (Gv 20,19-31) Otto giorni dopo venne Gesù.  È il giorno dopo il sabato. 

Gesù è appena risorto ed è apparso a Maria di Magdala che è corsa subito  a dare la lieta notizia agli Apostoli.  Eppure essi sono ancora increduli, la risurrezione non ha  ancora sbloccato le loro paure.  Le porte di casa sono sprangate, forse anche quelle del cuore.  In  ognuno di essi si mescolano, sovrapponendosi, i sentimenti più contrastanti e complessi: ansia,  eccitazione, tensione e paura.  È sempre lungo e complesso il percorso per raggiungere un’intelligenza  pasquale della fede, l’unica che abbia veramente un senso, l’unica capace di dare un senso  al nostro esistere: eppure, quante volte abbiamo dolorosamente sperimentato su noi stessi questo limite, un’oscurità percepita come soglia  invalicabile, chiusi in una strada senza sbocco.  In questi momenti, il nostro desiderio di farci annunciatori di una novità di vita si esaurisce  in un balbettio inconcludente e i nostri buoni propositi vengono frenati, come per la primitiva comunità di Gerusalemme, dalla scelta meno  rischiosa di una sorta di protezionismo spirituale e ci riduciamo così a vivere di ricordi e di nostalgia anziché affrettarci verso il rinnovamento.  Poi arriva inaspettato, e neppure bussa alla porta sprangata.  Non dice neppure “Guardatemi in volto, sono io?  “.  Non si fa riconoscere dal  suo viso, ma dalle sue ferite.  Per conoscere davvero un uomo o una donna occorre guardare le loro ferite, le loro fatiche attraverso le quali  passa l’amore di Dio.  “La pace sia con voi!  Come il padre ha mandato me, così io mando voi”.  L’atteggiamento fatalistico, la tensione  “religiosa” vissuta spesso come alibi per coprire un’impotenza è il problema del nostro essere cristiani oggi.  Ancora una volta il Cristo ci  allinea, se abbiamo la ventura di incontrarlo, su posizioni scomode.  Ci impegna a storicizzare il passaggio dalla morte alla vita (la Pasqua)  riconvertendo questo evento in modello dinamico di autocomprensione della comunità cristiana nel suo rapporto con il mondo. 

Non sarà più  una comunità a porte chiuse, ma aprirà porte e finestre per essere puntuale agli appuntamenti con la storia, con coloro che fanno più fatica  e che vivono l’esistenza come dramma.  Ma occorre togliere il chiavistello dalle porte, e sulle serrature si è depositata molta ruggine, ormai?  L’uomo e la donna nuovi, generati da questo passaggio, non condividono solo il pane della parola e dell’Eucaristia, ma anche i propri  beni.  È una grande utopia, che già Mosè aveva prefigurato: “Non ci sarà alcun bisognoso in mezzo a voi” (Dt 15,4).  Si tratta di un’utopia  intesa non più nel suo contenuto di irrealtà, come qualcosa cioè che non può succedere nell’universo storico, quanto piuttosto come evento  che l’attuale modello di società impedisce di realizzare.  Ma è il progetto di Dio: quello di una terra in cui a tutti sia consentito di vivere senza  ristrettezze, una terra per tutti, dono e proprietà di Dio per tutti, non riserva per pochi soggetti privilegiati.  Una terra in cui le miserie  possono essere vinte, le ricchezze condivise.  Questo è il progetto, e questa è l’intuizione degli apostoli nel momento in cui si rendono conto  che le porte della loro casa sono sprangate.  Ora però hanno finito di dubitare.  Sanno quanto meno di poter convivere con le loro paure.  Solo Tommaso oppone resistenza.  Per noi, uomini e donne dello stampo di Tommaso, detto Didimo, la nostra religione si riduce a quella in  cui il Dio può essere tale solo attraverso le prove assolute e le ripetute conferme del suo amore.  Ma non è così.  Certo, non è facile aderire  ad un Cristo “perdente”.  Perché ogni perdente, prima di essere un dato fenomenologico, è una persona concreta, spesso rivoltante e grondante  sangue, che vive in una baraccopoli nelle immense periferie umane e sociali del nostro pianeta, e mettere le dita in una piaga, affrontare  situazioni familiari “impresentabili”, non è sempre affare per chi possiede uno stomaco delicato.  Sarebbe molto bello poter aderire  ad una fede “facile”, senza rischi, credere “dopo aver visto”, non avere mai i dubbi, i ripensamenti, le crisi, la mancanza di certezze  assolute dell’oscurità.  Tommaso, nostro fratello La Chiesa ha – ha sempre avuto – una paura ossessiva del dubbio.  Per molti uomini e donne  di Chiesa il cristiano dovrebbe avere solo certezze, mai dovrebbe lasciarsi sfiorare dal benché minimo tentennamento?  Ne andrebbe della  sua fede!  La fede non viene eliminata dal dubbio, ma cresce con esso, diventa adulta solo quando sa sopportare i dubbi e convivere con  essi.  Sarà Lui, allora, il Cristo, che noi seguiamo.  Lui solo.  Il Cristo che ci coinvolge in un’avventura di fedeltà, di quella fedeltà all’uomo  reale che nelle mani ha i segni dei chiodi e nel petto un cuore trafitto; un’avventura bella e tragica ad un tempo di cui non vediamo, qui e  ora, nella sua totale e disperante solitudine, al centro del dramma di una scelta.  È lo stesso Cristo che dirà a Pietro: “Un altro ti legherà la  cintura e ti porterà dove tu non vuoi?  “(Gv 21,18).  È una scelta difficile, ma non impossibile.  Infatti ciò che veramente importa è che questa  fede non sia intimistica, privatizzata.  Non si può dire che nostro fratello Tommaso non amasse Gesù.  Ma per amare aveva bisogno di segni,  di mettere le mani nelle ferite del Maestro, il dito nel posto dei chiodi che avevano straziato il suo corpo; non è “mancanza di fede”, quanto  piuttosto sorta di immaturità psicologica.  L’amore è veramente tale quando supera la modalità narcisistica per accogliere l’altro come  “altro”, come “diverso-da-me.  Ma c’è un altro aspetto ancora che interessa la vita di fede.  La tensione religiosa nasce nell’intimo più profondo  della coscienza, ma trova nell’accostarsi ad ogni fratello e sorella di qualsiasi età, cultura, condizione sociale, colore della pelle, convinzione  politica la sua capacità di farsi carne e sangue.  Tutti infatti, senza eccezione alcuna, condividiamo la generazione da Dio e solo

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