la Parola della Domenica

di , 5 Maggio 2012

5ª di Pasqua
Prima Lettura (At 9,26-31)Bàrnaba raccontò agli apostoli come durante il viaggio Paolo aveva visto il Signore.
Salmo responsoriale (Sal 21) A te lamia lode, Signore, nella grande assemblea.
Seconda Lettura (1Gv 3,18-24) Questo è il suo comandamento: che crediamo e amiamo.
Vangelo (Gv 15,1-8) Chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto.

Le prime due letture di oggi mettono in evidenza la presenza e l’azione dello Spirito, che in un caso (Atti) aiuta la Chiesa primitiva a consolidarsi nel timore del Signore e crescere numericamente e nella lettera di Giovanni a credere in Gesù e a riconoscere il Dio che è in noi. San Luca però ci dice anche che quella comunità che “cresceva di numero con il conforto dello Spirito Santo” non era esente da paure e diffidenze nei confronti di coloro che la pensano ed agiscono in modo diverso dai nostri schemi, come ad esempio san Paolo, anche se lo fanno nel nome del Signore. Barnaba conosce bene la situazione e pur sapendo che era un covo di vipere lo presenta alla comunità. Però a nulla valsero infatti i tentativi di Barnaba per superare questo atteggiamento e il prezzo per la pace fu quello di allontanare colui che creava diffidenza. Anche noi oggi, nelle nostre comunità avremmo bisogno di qualche Barnaba che rompendo l’atteggiamento del tanto non ne vale la pena, ci aiutasse ad essere capaci di aprirci al dialogo e al confronto. Giovanni nella sua lettera indica i criteri di autenticità dell’amore: i fatti (non a parole, né con la lingua), nella verità. Ci ricorda inoltre che Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. A volte siamo prigionieri del nostro cuore (il nostro mondo interiore), che, proprio perché giudica, impedisce di guardare noi stessi e di guardare gli altri con lo sguardo di Dio. L’ invito è ad avere un cuore grande e misericordioso come quello di Dio. Il comandamento che Dio ci ha dato è: credere in Gesù, amare tutti coloro che il Signore mette sulla nostra strada, non solo a parole (ne sappiamo trovare sempre delle bellissime, ma che a volte nascondono l’ipocrisia), ma con azioni e in verità.

Nel vangelo troviamo Gesù che, dopo essersi presentato domenica scorsa come il bel pastore, oggi ci propone, sempre attingendo alla tradizione biblica, l’immagine della vite. Gesù ci invita a riflettere su di una scomoda verità conosciuta da ogni vignaiolo: affinché la vite porti frutto occorre potarla. Due verbi simili: tagliare e potare; il primo indica un’azione violenta che porta alla morte, il secondo invece indica un’azione seppur difficile e dolorosa che però porta alla vita e aiuta a dare frutti. Ciò che porta frutto va potato, va aiutato a concentrare le sue energie positive sull’essenziale. Gesù non ci chiede però di unirci a lui con rinunce eroiche e sacrifici, ma ci ricorda che siamo già uniti a Lui e da Lui riceviamo quella linfa vitale che ci aiuta a portare i frutti di quell’amore che ci ha donato e che ci chiede di donare a coloro che condividono con noi la nostra vita tutti i giorni. Ma nel contempo ci ricorda che per dare frutti occorre avere il coraggio di “potare”, cioè di liberarci di tutte quelle cose che impediscono all’amore di crescere e diventare contagioso e far si che il nostro legame con Lui non secchi e non porti più frutti. La fede non è data una volta per sempre, ma esige una continua crescita ed una continua liberazione da scorie e limitazioni (potatura).

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