XXIX domenica del tempo Ordinario, ANNO A

di , 18 Ottobre 2014

Parola della DomenicaNessuna tassa agli idoli del potere umano 1 Entriamo immediatamente nella comprensione del Vangelo di questa domenica. Malignamente i farisei chiedono a Gesù se sia «lecito pagare il tributo a Cesare»: se avesse detto «sì», si sarebbe inimicato tutto il popolo; se avesse detto «no», lo avrebbero denunciato. Nell’interpretazione del testo, di solito ci si sofferma sulla famosa frase: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che di Dio». E si spiega che Gesù sancisce la separazione di due autonome sfere di potere: quella dell’ambito politico e sociale, e quella dell’ambito religioso. E così verrebbe legittimato, in ogni caso, il potere politico.

Ci si dimentica, però, della prima parte della risposta di Gesù: egli domanda di vedere una moneta e interroga sull’immagine e l’iscrizione impresse su di essa. L’immagine era quella dell’imperatore: quindi di un uomo. Ma la Legge proibiva di farsi una figura umana, come sua esaltazione al posto di Dio. L’iscrizione, poi, diceva: «Tiberio Cesare Augusto figlio del divino Augusto sacerdote sommo». Ovvero celebrava l’imperatore come Dio. Con i suoi caratteri, la moneta era realtà e simbolo di idolatria: il potere umano che si mette al posto di Dio. Come era avvenuto a Babele: la pretesa egemonica di una cultura («avevano un’unica lingua e uniche parole») pretendeva di mettersi al posto di Dio («costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo», cfr. Gen 11,1-9). Oggi, questa idolatria è quella del «denaro, poiché accettiamo pacificamente il suo predominio su di noi e sulle nostre società. Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano» (Evangelii Gaudium, 55). Dopo aver indicato i tratti idolatri della moneta, Gesù dice di «rendere», cioè «restituire» a Cesare quello che è suo. Cioè raccomanda di non scendere ad alcun compromesso con il potere umano, quando questo si vuole sostituire a Dio e chiede agli uomini di attribuirgli lo stesso riconoscimento e onore. I cristiani sono chiamati, come tutti gli altri cittadini, a rispettare le leggi e compiere i propri doveri in relazione alle autorità legittimamente costituite: con onestà e impegno. Dice la prima lettera di Pietro: «Vivete sottomessi ad ogni umana autorità per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come inviati da lui per punire malfattori e premiare quelli che fanno il bene» (2,13-14). L’accento cade su quel «come», che va arreso con «in quanto». Il re e i governanti vanno o obbediti «in quanto» svolgono il loro ruolo e la loro funzione: assicurare il bene comune, con particolare attenzione ai poveri. S.invece non li svolgono e pretendono dalla gente un omaggio incondizionato al loro dominio, non vanno o obbediti. Anzi, non si deve aver nulla a che fare con loro: non si deve scendere a compromessi, magari evitare difficoltà e assicurarsi vantaggi. Ogni potere che va al di là del suo compito di servizio, non rispetta l’uomo e, quindi, nemmeno Dio. Perciò il credente deve prendere assolutamente le distanze. «S.sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi» (At 4,19): dicono gli Apostoli davanti alle autorità. Passione per il Vangelo e per l’uomo, discernimento, limpidezza e coerenza, coraggio, distacco da ogni ricerca di vantaggio, assunzione della parte dei poveri: sono queste le modalità essenziali del rapporto del cristiano con la società e le sue istituzioni. Allora veramente si restituisce Dio quello che gli spetta: l’autentico culto è l’impegno nella storia, curandosi degli uomini e non ricercando poteri. La storia ci racconta di tante situazioni nelle quali l’uomo ha voluto costruirsi e imporre un potere che si sostituisce a Dio e che schiaccia l’uomo («Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono», Mt 24,25). Gesù insegna a non asservirsi ad essi e a non aspettarsi che l’uomo sia capace di costruirsi da solo la società perfetta. È il Signore che la cambia: porta pace e dignità per tutti. «Egli avanza vittorioso della storia… Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme, come una manciata di lievito, e ci può sempre sorprendere in modo gradito… La risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia» (Evangelii Gaudium, 278). È la tassa che il Signore non esige e invece paga alla storia.

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