Omelia di S.E.R. Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

di , 9 Dicembre 2014

Basilica di Sant’Ambrogio, Milano, 7 dicembre 2014

1.Dio ci sorprende

Dio, ripete spesso Papa Francesco, ci sorprende sempre. La vita di Sant’Ambrogio ne è un esempio clamoroso.  Un’improvvisa acclamazione di popolo lo costrinse, mentre era un brillante funzionario della Roma imperiale (tral’ltro non ancora battezzato) ad interrompere la sua promettente carriera politica e a dedicarsi totalmente a Dio e ai  fratelli nel ministero episcopale. Così fu anche per san Paolo: «Io sono divenuto ministro secondo il dono della grazia  di Dio, che mi è stata concessa secondo l’efficacia della sua potenza» (Epistola, Ef 3,7).

Ambrogio si arrese a Dio solo dopo una strenua resistenza. Molti anni dopo in una commovente preghiera così si rivolgerà al Signore: «Adesso custodisci il dono che tu allora mi hai fatto nonostante le mie ripulse» (Ambrogio, De paenitentia). La vita è vocazione; e dalla totalità del nostro sì a Colui che ci ama e ci chiama dipende la nostra umana felicità e riuscita.

2.La missione plasma la persona

Ambrogio lo testimoniò spendendo tutte le sue energie per la Chiesa a lui affidata e, attraverso il suo compito ecclesiale, per tutti i milanesi. La missione ricevuta dal Signore ne plasmò la personalità, esaltandola. Nella poliedrica ricchezza della sua umanità egli rimase se stesso, perché Dio non mortifica mai i valori autentici che sono in noi, ma li “utilizza” per il suo disegno e così li mette pienamente a frutto. Seppe coniugare la sua esperienza civile con la responsabilità ecclesiale.

Qualche esempio. Ambrogio era, di suo, un ottimo uomo di governo: in un momento molto difficile egli seppe governare la Chiesa con fermezza e saggezza. Possedeva un’invidiabile cultura e talento letterari, oltre ad una sapiente comunicazione scritta e orale: grazie a queste risorse riuscì a portare molti a Cristo. Grazie alla sua raffinata formazione e, ancora una volta, al suo talento aveva coltivato notevoli attitudini musicali: le userà per comporre splendidi Inni alla Trinità, a Cristo e ai Santi che saranno utilizzati in tutto l’Occidente.
3.Due centri: Cristo e la Chiesa

Al centro del suo insegnamento, dottrinale e pastorale ci furono Cristo e la Chiesa.

Nel ricchissimo tesoro delle sue opere brilla sempre la centralità di Cristo. Il Signore Gesù è per lui compendio di tutti i valori, la somma di tutte le verità. Dovunque ci sia qualcosa di vero, di buono, di giusto e di bello, lì c’è il riverbero di Gesù Via, Verità e Vita, il Figlio di Dio fatto uomo, crocifisso, morto e risorto nel quale tutto è stato pensato, creato e redento.

Il secondo pilastro del suo insegnamento è l’amore alla Chiesa, la sposa di Cristo, che Ambrogio contempla come il capolavoro del Padre.
4.Uomo perfetto e giusto

«Fu trovato perfetto e giusto, al tempo dell’ira fu segno di riconciliazione» (Lettura, Sir 44,17).

Ambrogio coltivò la giustizia in tutta la sua vita, anche prima della conversione. Giustizia – ci diciamo spesso – è vivere con verità le relazioni costitutive di ogni uomo (con Dio, con il prossimo e con se stesso).

La giustizia, così concepita e vissuta, è fattore di amicizia civica e di vita buona: «… la natura della giustizia è di aprirsi agli altri più che di rinchiudersi in sé. Ha di mira il bene comune, non il proprio, e considera proprio guadagno il bene altrui” (Ambrogio, ExPs 35,6-11 passim).

Da qui la particolare “sensibilità sociale” del nostro patrono che ha così profondamente segnato l’identità del cattolicesimo delle nostre terre. Egli fu realmente un Buon Pastore, perché fu un Padre per tutti i milanesi. «Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare» (Vangelo, Gv 10,14b-16a).

«Sant’Ambrogio fu l’uomo di tutti, fu l’uomo del suo popolo, fu il Pastore che tanto seppe plasmarsi sul gregge da diventarne lui l’espressione più piena e più nobile, e da imprimere in quello i segni che vorremmo rimanessero perenni e inconfondibili dell’umanità cristiana» (Beato Card. Montini, Omelia del 7 dicembre 1957). Noi fedeli e, in qualche misura, tutti i milanesi della nostra metropoli plurale dobbiamo continuare a trafficare, attraverso i nostri personali talenti, questa imponente eredità. Più che mai la Milano di oggi è alla ricerca di un’anima capace di sanare le contraddizioni e far vivere in unità e concordia tutte le diversità che la abitano. Rimettere al centro l’uomo, di questo Milano ha bisogno. Di un nuovo umanesimo non frutto di elaborazioni teoriche, ma dell’impegno quotidiano, coraggioso e costruttivo di tutti i cittadini, i corpi intermedi, le istituzioni. La nostra città chiede di essere amata in tutti i suoi abitanti, a partire da chi più è nel bisogno.

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