Giornate che ci hanno fatto pensare, la morte di Eluana

di , 14 Febbraio 2009

 In questi giorni in cui abbiamo pregato per la vita di questa giovane donna, e la abbiamo ricordata per la sua morte, abbiamo pure ascoltato tante voci.  Voci che alle volte  ci hanno disorientato e non ci hanno aiutato a comprendere la realtà di quello che stava accadendo.  Desideriamo offrire le Parole del Papa, pronunciate durante la celebrazione  nella Giornata mondiale degli ammalati. La sua  è una  Voce  che ci aiuta a comprendere delle verità sulle quali siamo chiamati a fondare le nostre risposte agli interrogativi che un fatto così, ci ha provocato.

“Questa Giornata invita a far sentire con maggiore intensità ai malati la vicinanza spirituale della Chiesa, la quale, co­me ho scritto nell’enciclica Deus caritas est, è la famiglia di Dio nel mondo, all’interno della quale nessuno deve soffrire per mancanza del necessario (cfr n. 25 b). Al tempo stesso, quest’oggi ci è data l’opportunità di riflettere sull’espe­rienza della malattia, del dolore, e più in generale sul senso della vita da realizzare pienamente anche quando è sofferente. Nel messaggio per l’odierna ricor­renza ho voluto porre in primo piano i bambini ammalati, che sono le creature più deboli e indifese. È vero! Se già si resta senza parole davanti a un adulto che soffre, che dire quando il male colpisce un piccolo innocente?  Come percepire anche in situazioni così difficili l’amore misericordioso di Dio, che mai abbandona i suoi figli nella prova? Sono frequenti e talora inquietanti tali interrogativi, che in verità sul piano semplicemente umano non trovano adeguate risposte, poiché il dolore, la malattia e la morte restano, nel loro significato, insondabili per la nostra mente. Ci viene però in aiuto la luce della fede.  La Parola di Dio ci svela che anche questi mali sono misteriosamente «abbracciati» dal disegno divino di salvezza; la fede ci aiuta a ritenere la vita umana bella e degna di essere vissuta in pienezza pur quando è fiaccata dal male. Dio ha creato l’uomo per la felicità e per la vita, mentre la malattia e la morte sono entrate nel mondo come conseguenza del peccato.   Ma il Signore non ci ha abbandonati a noi stessi; Lui, il Padre della vita, è il medico per eccellenza dell’uomo e non cessa di chinarsi amorevolmente sull’umanità sofferente. Il Vangelo mostra Gesù che «scaccia gli spiriti e guarisce coloro che sono ammalati » ( Mt 8, 16), indicando la strada della conversione e della fede come condizioni per ottenere la guarigione del corpo e dello spirito. Con la sua passione e morte Egli ha assunto e trasformato fino in fondo la nostra debolezza. Ecco perché – secondo quanto ha scritto il servo di Dio Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Salvifici doloris – « soffrire significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente aperti all’opera delle forze salvifiche di Dio, offerte all’umanità in Cristo » (n. 23).

Cari fratelli e sorelle, ci rendiamo conto sempre più che la vita dell’uomo non è un bene disponibile, ma un prezioso scrigno da custodire e curare con ogni attenzione possibile, dal momento del suo inizio fino al suo ultimo e naturale compimento. La vita è mistero che di per se stesso chiede responsabilità, amore, pazienza, carità, da parte di tutti e di ciascuno. Ancor più è necessario circondare di premure e rispetto chi è ammalato e sofferente. Questo non è sempre facile; sappiamo però dove poter attingere il coraggio e la pazienza per affrontare le vicissitudini dell’esistenza terrena, in particolare le malattie e ogni ge­nere di sofferenza. Per noi cristiani è in Cristo che si trova la risposta all’enigma del dolore e della morte. La partecipazione alla Santa Messa, come voi avete appena fatto, ci immerge nel mistero della sua morte e risurrezione.   Ogni celebrazione eucaristica è il memoriale perenne di Cristo crocifisso e risorto, che ha sconfitto il potere del male con l’onnipotenza del suo amore.  È dunque alla « scuola » del Cristo eucaristico che ci è dato di imparare ad amare la vita sempre e ad accettare la nostra apparente impotenza davanti alla malattia e alla morte”

Benedetto XVI

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