Una Parola nuova, la riflessione del Card Tettamanzi

di , 14 Febbraio 2009

Ancora una riflessione
LE PAROLE DELL’ARCIVESCOVO DI MILANO Card. Tettamanzi

 La vicenda di Eluana Englaro, la giovane in “stato vegetativo” da 17 anni, mi colpisce come credente e cittadino, ma soprattutto mi interpella come Vescovo della terra in cui Eluana abita. In questi giorni sono stati davvero numerosi i sentimenti, le riflessioni e gli interrogativi che sono cresciuti nel mio cuore. Desidero ora confidarne alcuni a quanti il Signore ha affidato alle mie cure pastorali. Vorrei essere discreto, entrando in punta di piedi in una storia umana quanto mai delicata, nella quale “il mistero della vita si fa più denso, quasi inaccessibile alla luce della sola ragione”, e lancia una “sfida formidabile per la libertà” di ciascuno di noi.

Sfogliando i quotidiani e leggendo i titoli che commentano la sentenza su Eluana, il mio pensiero tende sempre più a staccarsi dalle parole a stampa. Sono parole umane, anche vere, talora indovinate: ma non mi bastano. Cerco allora una “parola nuova”, originale, unica: la trovo nel “Vangelo di Marco”, quando racconta della figlia di Giairo, un capo della sinagoga, la quale giace gravemente ammalata (cfr. “Marco 5,21- 24. 3543”). Mentre egli sta supplicando Gesù di venire a trovarla e guarirla, dalla sua casa alcuni vengono a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Per i parenti e gli amici, dunque, la giovane appare morta, immobile sul letto, incapace di parlare e di sorridere come era solita fare un tempo: la condizione in cui versa la figliola è ormai senza speranza. Perché darsi ancora da fare per lei, accudirla, disturbare persino il Maestro?Ma Gesù non è dello stesso parere: «La bambina non è morta, ma dorme». Un’affermazione contraria all’opinione di molti, un’espressione paradossale, quasi ingenua: “aprire una speranza quando la porta della vita sembra essere ormai chiusa per sempre”. Il Maestro questa volta si è sbagliato: «Ed essi lo deridevano»,. In realtà gli occhi di Gesù vedono quello che è invisibile agli occhi umani: i segni della vita personale non sono scomparsi, ma solo resi quasi impercettibili ai sensi, così deboli da non apparire più credibili. Infatti la persona umana, nel suo mistero, sfugge al nostro sguardo. Non è forse così anche per chi non può manifestare la propria coscienza ed entrare in relazione con noi attraverso le parole, i sensi, i gesti? Chissà se la figlia del capo della sinagoga era clinicamente morta oppure giaceva in uno stato comatoso o vegetativo. Il racconto di Marco non ce lo fa sapere e qui il mio pensiero si ferma. Ma un’intuizione mi prende: “l’intelligenza della vita e la speranza nella vita non sono separabili”.Per comprendere e abbracciare con lo sguardo della ragione la vita dell’uomo in tutte le sue possibili circostanze occorre aprirsi al pensiero del futuro. La ragione deve osare un’apertura sul domani, non può appiattirsi sul presente, rimanere prigioniera di un’opinione o di un’ostinazione, ma spalancarsi a tutta la realtà della vita, quella visibile e quella che i nostri sensi non riescono a percepire. Allo stesso tempo la speranza della vita scaturisce dal presentimento della realtà nella sua pienezza, della verità tutta intera, quella che sfugge alla scienza dell’uomo ma è rivelata dallo “Spirito di verità” (cfr. “Giovanni 16,13”) nella vita stessa di Gesù di Nazareth. Entro così in un ordine più alto, nella sfera della fede, che mi fa contemplare la vicenda di Gesù nella sua singolarità.  Lui solo ha potuto dire alla figlia di Giairo: “Thalita kum!”, “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. E ridestandola con potenza alla “vita terrena” ha dato inizio in lei a quella “vita divina” che si compirà in pienezza nell’ultimo giorno con la risurrezione della carne. Nella luce di questa prospettiva trascendente prende forma un giudizio etico, che nasce dalla fede cristiana ma non è estraneo alla ragione: non possiamo spegnere la vita di nessuna creatura umana senza uccidere, insieme a lei, la speranza che vive in essa, quella di essere fatta per la vita e non per la morte. Sento forte il bisogno della preghiera. Celebrando l’Eucaristia chiedo al Signore che la nostra comunità cristiana possa trovare “parole vere” e tenere “comportamenti giusti”, ispirati a un “vero e grande amore” per la vita di ogni donna e di ogni uomo, in ogni stagione e circostanza.

 

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