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Vivere significa sapersi preparare a morire, non lasciarsi morire…

di , 28 Febbraio 2009

Articolo tratto da “Avvenire”

Per quella sua frase sul letto di morte, “Lasciatemi andare dal Signore”, da alcuni – ostinatamente – letta come un “no” a nuove cure, un rifiuto di ulteriori interventi sul suo corpo già spossato, arrivato alla soglia dell’ultima porta. Quasi lasciatemi morire in pace, magari di fame e di sete. Il Papa Giovanni Paolo II viene associato quasi per assimilazione, nel dibattito di questi giorni, a quello che è accaduto ad Eluana e questo fa orrendamente comodo a qualcuno. Troppo comodo. Karol Wojtyla e’ stato un uomo tartassato da problemi fisici, a partire dall’attentato di Ali Agca nell’81, passando per un tumore al colon e poi alle problematiche legate al morbo di Parkinson. Fu ricoverato nove volte al Policlinico Gemelli, che scherzosamente chiamava “Vaticano Terzo”.Parla il capo dell’équipe che assistette il Pontefice durante la sua malattia: se ci fosse stata una cura con una ragionevole possibilità di efficacia, noi l’avremmo proposta, e sono convinto che il Santo Padre l’avrebbe accolta …

Ma una terapia non c’era. Il professor Rodolfo Proietti, ordinario di Anestesiologia e Rianimazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, quei lunghi giorni fino al 2 aprile del 2005 li ha vissuti tutti, quasi ora per ora, accanto a papa Wojtyla. Fu lui a praticargli la tracheotomia « che in quel momento – racconta – era l’indicazione necessaria a salvargli la vita » . Nessun accanimento terapeutico: « Nessuno di noi sa poi in realtà quanto tempo di vita si va a guadagnare » , però « riusciamo invece a identificare qual è il momento dell’agonia, in cui noi non possiamo più far nulla per risolvere il problema acuto e quindi per impedire la morte. in quel momento che il medico ha il dovere di non proporre terapie inutili » . Che, infatti, non furono proposte. E, dell’analogia che qualcuno insiste a proporre, ora dice: « Come si fa a paragonare una fase di agonia a condizioni patologiche croniche? » .

Va specificato che la frase era rivolta non ai medici, ma a suor Tobiana. Devo specificare che il Papa, sia durante i ricoveri al Policlinico Gemelli, sia durante la fase finale nella quale è stato curato e assistito nell’appartamento, non ha mai rifiutato le cure proposte dai medici, e ha sempre condiviso con loro il programma terapeutico. Così come va precisato anche che in realtà, nell’appartamento, erano presenti tutti gli strumenti terapeutici e di monitoraggio, e medici e personale di assistenza erano sempre presenti; di fatto quell’appartamento, da un punto di vista sanitario, era l’equivalente di una stanza di rianimazione o di terapia intensiva.

Fu il segno esplicito della consapevolezza del Santo Padre che la morte si stava avvicinando, e oramai era una morte attesa. Avvertiva la consapevolezza che i medici, nonostante le cure continuative, nulla avrebbero potuto fare per fermare questo evento. Di certo non è stato il chiedere a un medico “lasciatemi andare”, in risposta a una nostra proposta di terapia. È stato assistito con tutte le cure dovute, nella condizione patologica in cui si trovava, nelle ragionevoli possibilità della medicina.

Nel momento in cui il medico si rende conto che ormai la malattia ha raggiunto la sua fase terminale, che nonostante le terapie praticate non vi è più miglioramento, non vi è risposta, in quel momento il medico ha il dovere di comprendere che la morte è inevitabile, che il processo patologico è diventato irreversibile. È quanto avvenuto con il Santo Padre: in quel caso sono state proseguite tutte quante le terapie utili per alleviare le sofferenze, ma non si sono praticate altre terapie che sarebbero risultate terapie futili o inutili, esclusivamente finalizzate a ritardare la morte di qualche minuto, o di qualche ora. Così come non c’è mai stato un rifiuto del Papa a una proposta terapeutica, da parte dei medici curanti non è mai venuta la proposta di una terapia inutile, mentre la cura ‘possibile’ è stata comunque sempre garantita fino alla fine …

Una Parola nuova, la riflessione del Card Tettamanzi

di , 14 Febbraio 2009

Ancora una riflessione
LE PAROLE DELL’ARCIVESCOVO DI MILANO Card. Tettamanzi

 La vicenda di Eluana Englaro, la giovane in “stato vegetativo” da 17 anni, mi colpisce come credente e cittadino, ma soprattutto mi interpella come Vescovo della terra in cui Eluana abita. In questi giorni sono stati davvero numerosi i sentimenti, le riflessioni e gli interrogativi che sono cresciuti nel mio cuore. Desidero ora confidarne alcuni a quanti il Signore ha affidato alle mie cure pastorali. Vorrei essere discreto, entrando in punta di piedi in una storia umana quanto mai delicata, nella quale “il mistero della vita si fa più denso, quasi inaccessibile alla luce della sola ragione”, e lancia una “sfida formidabile per la libertà” di ciascuno di noi.

Sfogliando i quotidiani e leggendo i titoli che commentano la sentenza su Eluana, il mio pensiero tende sempre più a staccarsi dalle parole a stampa. Sono parole umane, anche vere, talora indovinate: ma non mi bastano. Cerco allora una “parola nuova”, originale, unica: la trovo nel “Vangelo di Marco”, quando racconta della figlia di Giairo, un capo della sinagoga, la quale giace gravemente ammalata (cfr. “Marco 5,21- 24. 3543”). Mentre egli sta supplicando Gesù di venire a trovarla e guarirla, dalla sua casa alcuni vengono a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Per i parenti e gli amici, dunque, la giovane appare morta, immobile sul letto, incapace di parlare e di sorridere come era solita fare un tempo: la condizione in cui versa la figliola è ormai senza speranza. Perché darsi ancora da fare per lei, accudirla, disturbare persino il Maestro?Ma Gesù non è dello stesso parere: «La bambina non è morta, ma dorme». Un’affermazione contraria all’opinione di molti, un’espressione paradossale, quasi ingenua: “aprire una speranza quando la porta della vita sembra essere ormai chiusa per sempre”. Il Maestro questa volta si è sbagliato: «Ed essi lo deridevano»,. In realtà gli occhi di Gesù vedono quello che è invisibile agli occhi umani: i segni della vita personale non sono scomparsi, ma solo resi quasi impercettibili ai sensi, così deboli da non apparire più credibili. Infatti la persona umana, nel suo mistero, sfugge al nostro sguardo. Non è forse così anche per chi non può manifestare la propria coscienza ed entrare in relazione con noi attraverso le parole, i sensi, i gesti? Chissà se la figlia del capo della sinagoga era clinicamente morta oppure giaceva in uno stato comatoso o vegetativo. Il racconto di Marco non ce lo fa sapere e qui il mio pensiero si ferma. Ma un’intuizione mi prende: “l’intelligenza della vita e la speranza nella vita non sono separabili”.Per comprendere e abbracciare con lo sguardo della ragione la vita dell’uomo in tutte le sue possibili circostanze occorre aprirsi al pensiero del futuro. La ragione deve osare un’apertura sul domani, non può appiattirsi sul presente, rimanere prigioniera di un’opinione o di un’ostinazione, ma spalancarsi a tutta la realtà della vita, quella visibile e quella che i nostri sensi non riescono a percepire. Allo stesso tempo la speranza della vita scaturisce dal presentimento della realtà nella sua pienezza, della verità tutta intera, quella che sfugge alla scienza dell’uomo ma è rivelata dallo “Spirito di verità” (cfr. “Giovanni 16,13”) nella vita stessa di Gesù di Nazareth. Entro così in un ordine più alto, nella sfera della fede, che mi fa contemplare la vicenda di Gesù nella sua singolarità.  Lui solo ha potuto dire alla figlia di Giairo: “Thalita kum!”, “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. E ridestandola con potenza alla “vita terrena” ha dato inizio in lei a quella “vita divina” che si compirà in pienezza nell’ultimo giorno con la risurrezione della carne. Nella luce di questa prospettiva trascendente prende forma un giudizio etico, che nasce dalla fede cristiana ma non è estraneo alla ragione: non possiamo spegnere la vita di nessuna creatura umana senza uccidere, insieme a lei, la speranza che vive in essa, quella di essere fatta per la vita e non per la morte. Sento forte il bisogno della preghiera. Celebrando l’Eucaristia chiedo al Signore che la nostra comunità cristiana possa trovare “parole vere” e tenere “comportamenti giusti”, ispirati a un “vero e grande amore” per la vita di ogni donna e di ogni uomo, in ogni stagione e circostanza.

 

Giornate che ci hanno fatto pensare, la morte di Eluana

di , 14 Febbraio 2009

 In questi giorni in cui abbiamo pregato per la vita di questa giovane donna, e la abbiamo ricordata per la sua morte, abbiamo pure ascoltato tante voci.  Voci che alle volte  ci hanno disorientato e non ci hanno aiutato a comprendere la realtà di quello che stava accadendo.  Desideriamo offrire le Parole del Papa, pronunciate durante la celebrazione  nella Giornata mondiale degli ammalati. La sua  è una  Voce  che ci aiuta a comprendere delle verità sulle quali siamo chiamati a fondare le nostre risposte agli interrogativi che un fatto così, ci ha provocato.

“Questa Giornata invita a far sentire con maggiore intensità ai malati la vicinanza spirituale della Chiesa, la quale, co­me ho scritto nell’enciclica Deus caritas est, è la famiglia di Dio nel mondo, all’interno della quale nessuno deve soffrire per mancanza del necessario (cfr n. 25 b). Al tempo stesso, quest’oggi ci è data l’opportunità di riflettere sull’espe­rienza della malattia, del dolore, e più in generale sul senso della vita da realizzare pienamente anche quando è sofferente. Nel messaggio per l’odierna ricor­renza ho voluto porre in primo piano i bambini ammalati, che sono le creature più deboli e indifese. È vero! Se già si resta senza parole davanti a un adulto che soffre, che dire quando il male colpisce un piccolo innocente?  Come percepire anche in situazioni così difficili l’amore misericordioso di Dio, che mai abbandona i suoi figli nella prova? Sono frequenti e talora inquietanti tali interrogativi, che in verità sul piano semplicemente umano non trovano adeguate risposte, poiché il dolore, la malattia e la morte restano, nel loro significato, insondabili per la nostra mente. Ci viene però in aiuto la luce della fede.  La Parola di Dio ci svela che anche questi mali sono misteriosamente «abbracciati» dal disegno divino di salvezza; la fede ci aiuta a ritenere la vita umana bella e degna di essere vissuta in pienezza pur quando è fiaccata dal male. Dio ha creato l’uomo per la felicità e per la vita, mentre la malattia e la morte sono entrate nel mondo come conseguenza del peccato.   Ma il Signore non ci ha abbandonati a noi stessi; Lui, il Padre della vita, è il medico per eccellenza dell’uomo e non cessa di chinarsi amorevolmente sull’umanità sofferente. Il Vangelo mostra Gesù che «scaccia gli spiriti e guarisce coloro che sono ammalati » ( Mt 8, 16), indicando la strada della conversione e della fede come condizioni per ottenere la guarigione del corpo e dello spirito. Con la sua passione e morte Egli ha assunto e trasformato fino in fondo la nostra debolezza. Ecco perché – secondo quanto ha scritto il servo di Dio Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Salvifici doloris – « soffrire significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente aperti all’opera delle forze salvifiche di Dio, offerte all’umanità in Cristo » (n. 23).

Cari fratelli e sorelle, ci rendiamo conto sempre più che la vita dell’uomo non è un bene disponibile, ma un prezioso scrigno da custodire e curare con ogni attenzione possibile, dal momento del suo inizio fino al suo ultimo e naturale compimento. La vita è mistero che di per se stesso chiede responsabilità, amore, pazienza, carità, da parte di tutti e di ciascuno. Ancor più è necessario circondare di premure e rispetto chi è ammalato e sofferente. Questo non è sempre facile; sappiamo però dove poter attingere il coraggio e la pazienza per affrontare le vicissitudini dell’esistenza terrena, in particolare le malattie e ogni ge­nere di sofferenza. Per noi cristiani è in Cristo che si trova la risposta all’enigma del dolore e della morte. La partecipazione alla Santa Messa, come voi avete appena fatto, ci immerge nel mistero della sua morte e risurrezione.   Ogni celebrazione eucaristica è il memoriale perenne di Cristo crocifisso e risorto, che ha sconfitto il potere del male con l’onnipotenza del suo amore.  È dunque alla « scuola » del Cristo eucaristico che ci è dato di imparare ad amare la vita sempre e ad accettare la nostra apparente impotenza davanti alla malattia e alla morte”

Benedetto XVI

il Patriarca Angelo ci invita a pregare per Eluana

di , 9 Febbraio 2009

Sabato 7 febbraio, al termine dei lavori della Scuola di Metodo, che periodicamente riunisce oltre 300 persone, sacerdoti e laici, rappresentanti di tutte le parrocchie e delle realtà aggregative del Patriarcato di Venezia, il card. Angelo Scola ha dichiarato:

“Come Patriarca di Venezia e presidente della Conferenza Episcopale Triveneta, vorrei invitare voi tutti e, attraverso di voi, tutti i fedeli, le parrocchie, le aggregazioni laicali che rappresentate, ad una preghiera straordinaria per la vita di Eluana Englaro.

Può essere la preghiera dell’intenzione della Messa, quella dei vespri, il rosario; può essere personale, in famiglia, in comunità; può assumere una forma pubblica ed ordinata. A questo momento di preghiera per la vita di Eluana Englaro dobbiamo invitare tutti.
Sul motivo di questo invito vorrei dire una parola, perché in questo caso, in una società plurale come la nostra, la preghiera deve essere pubblicamente motivata nella sua intenzione e nella sua ragione.

Il Presidente dei Vescovi italiani, il card. Angelo Bagnasco, ha più volte sostenuto – e faccio mia completamente questa affermazione – che in una società tesa alla vita buona – tanto più in una società plurale che anche su tematiche brucianti come l’inizio e la fine della vita conosce un’accesa dialettica e un confronto serrato – è doveroso sostenere sempre il favor vitae.

Essere sempre “a favore della vita” è sommamente ragionevole per qualunque soggetto.

La vicenda di Eluana Englaro non riguarda più solo lei, la sua mamma ed il suo papà – del cui dolore noi abbiamo pieno rispetto e nella cui coscienza ovviamente ci guardiamo bene dall’entrare – perché ha assunto una dimensione pubblica circa uno dei beni fondamentali della vita comune. Questo bene fondamentale è che cosa sia la vita, cosa sia il diritto alla vita e quando si giunga alla fine della vita.

Ribadisco che è ragionevole in una società plurale essere sempre a favore della vita, indipendentemente, oserei dire, dalle motivazioni ultime per cui uno sceglie questo favor vitae. Finché esiste anche solo una minima frazione di dubbio che una persona sia viva, bisogna essere a favore della vita. L’alimentazione e l’idratazione non sono una terapia. Nessuno oggi può, in maniera scientifica e radicale, negare questo dato. Quindi per noi è doveroso che non si interrompano l’alimentazione e l’idratazione di Eluana.

È un modo per affermare la dignità della persona.

Proporre questo bene e tutelarlo pubblicamente con energia è un modo costruttivo di partecipare all’edificazione della vita buona di una società civile plurale quale è l’Italia di oggi. Non lede il diritto di nessuno.

Contribuisce al bene di tutti i cittadini e a far riflettere tutti.

La preghiera, e la preghiera a Maria in modo particolare, tocchi il cuore degli italiani ormai tutti coinvolti in questa dolorosa vicenda, affinché la vita di Eluana sia garantita. La potenza di Dio è sempre efficace nel mutare i cuori e le menti di noi uomini.
È un impegno che vi affido perché lo portiate nelle vostre comunità.

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