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La Parola della Domenica

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di , 18 Aprile 2010

3ª di Pasqua
At 5,27-32.40-41   di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo. 
Sal 29   Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato. 
Ap 5,11-14   L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza. 
Gv 21,1-19   Viene Gesù, prende il pane e lo dà loro, così pure il pesce.
 

Anche questa domenica viene ricordato uno dei compiti primari del Cristiano: la testimonianza  e l’evangelizzazione.  Gli Apostoli dopo la resurrezione, avevano già rincontrato  Gesù.  Malgrado ciò si sentivano comunque orfani e persi, non riuscivano nemmeno  a riconoscerLo quando l’hanno visto sulla riva.  Il miracolo riportato nel Vangelo  di oggi ricorda un altro momento del cammino degli Apostoli insieme a Gesù: la chiamata  (Lc 5,1-11).  Allora Pietro ancora non conosceva il Messia, tuttavia si fidò di Lui  ed anche questa volta, dopo la Resurrezione, non lo riconosce ma gli si affida nuovamente.  Tutto questo ha l’aspetto di un nuovo inizio, una rinascita, una resurrezione.  La prima volta Gesù ha invitato gli Apostoli a seguirLo, questa volta li ha chiamati a  testimoniarlo.  Ricordiamo bene, infatti, che Gesù disse a Pietro di seguirLo per farlo  pescatore di uomini (Mc 1,17), ed il fatto di ripetere il miracolo della pesca miracolosa  è per ricordare questa chiamata.  Pietro è chiamato ad esercitare il suo ministero di  capo degli Apostoli con la consapevolezza che la rete della Chiesa non si romperà mai.  Anche noi dopo ogni  caduta abbiamo paura a rialzarci, ma invece dobbiamo sempre credere che sulla riva ci aspetta Gesù per rifocillarci  e darci la forza per ripartire con un impegno maggiore.  Anche nella prima lettura ritroviamo il tema  dell’annuncio della Verità.  Infatti, gli Apostoli erano pronti ad andare contro la Legge, in prigione ed essere flagellati  per adempiere a tutto ciò che implica essere discepoli di Gesù.  Oltre ad essere accusati di testimoniare  la venuta e Resurrezione erano anche accusati di far ricadere la colpa della morte di Gesù sui sommi sacerdoti.  Questo accade anche nella nostra vita, ai giorni nostri: ci ritroviamo a dover lottare contro un mondo ed  una società che spesso rinnega Gesù e la vita senza assumersene la responsabilità.  Troppo spesso la Chiesa  viene attaccata quando proclama i Suoi insegnamenti!  Alla fine gli Apostoli se ne vanno felici e ringraziano  Dio di ciò che hanno subito nel nome di Gesù.  Ogni volta che ci accade qualcosa ci lamentiamo con Dio e ci  chiediamo come possa permetterlo.  Dovremmo invece ringraziarLo per le sofferenze che possiamo patire nel  Suo nome.  Infatti, per essere partecipi della Sua gloria eterna dobbiamo essere anche noi crocifissi come Lui.  Le nostre vite sono ricche di momenti difficili e tribolazioni, e spesso sono le famiglie le prime a pagarne le  conseguenze.  Alla prima difficoltà oggi le famiglie si dividono, non riusciamo ad accettare la sofferenza per il  bene degli altri, a viverla come momento di crescita.  Bisogna imparare da Gesù a portare la propria croce e  morire per gli altri.  Questa sofferenza porterà amore verso gli altri che tornerà anche in amore verso noi stessi.  A tal proposito, ricordiamo le parole di santa Gemma Galgani: «chi veramente ama  volentieri soffre».  La seconda lettura è la lode massima all’Agnello fatta da tutte le creature.  Ad una prima impressione questo passo dell’Apocalisse sembrerebbe poco collegato  alle altre letture, ma a ben vedere è tutto un percorso: la chiamata, il mandato,  l’annuncio, la persecuzione e la lode eterna.  Siamo di fronte ad un cammino che va  dalla chiamata alla vita eterna.

Chiamati ad una spiritualità di comunione

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di , 11 Aprile 2010

il cammino dall’unità alla comunità pastorale
3. La Chiesa nel territorio: dalla diocesi alla parrocchia

«Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo a ver pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto» (At 14,23). Gli apostoli Paolo e Barnaba pongono i primi passi delle Chiese sotto la guida di un collegio di anziani, loro collaboratori. Prima di chiederci quali nuovi tratti deve assumere la parrocchia per rispondere alle nuove esigenze dell’evangelizzazione, va ricordato che la parrocchia si qualifica dal punto di vista ecclesiale non per se stessa, ma in riferimento alla Chiesa particolare, di cui costituisce un’articolazione.
È la diocesi ad assicurare il rapporto del Vangelo e della Chiesa con il luogo, con le dimore degli uomini. La missione e l’evangelizzazione riguardano anzitutto la Chiesa particolare nella sua globalità. Da essa, infatti, sul fondamento della successione apostolica, scaturisce la certezza della fede annunciata e ad essa, nella comunione dei suoi membri sotto la guida del vescovo, è dato il mandato di annunciare il Vangelo. La parrocchia, che vive nella diocesi, non ne ha la medesima necessità teologica, ma è attraverso di essa che la diocesi esprime la propria dimensione locale. Pertanto, la parrocchia è definita giustamente come «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie ». Agli inizi, la Chiesa si edificò attorno alla cattedra del vescovo e con l’espandersi delle comunità si moltiplicarono le diocesi. Quando poi il cristianesimo si diffuse nei villaggi delle campagne, quelle porzioni del popolo di Dio furono affidate ai presbiteri. La Chiesa potè così essere vicina alle dimore della gente, senza che venisse intaccata l’unità della diocesi attorno al vescovo e all’unico presbiterio con lui. La parrocchia è dunque una scelta storica della Chiesa, una scelta pastorale, ma non è una pura circoscrizione amministrativa, una ripartizione meramente funzionale della diocesi: essa è la forma storica privilegiata della localizzazione della Chiesa particolare. Con altre forme la Chiesa risponde a molte esigenze dell’evangelizzazione e della testimonianza: con la vita consacrata, con le attività di pastorale d’ambiente, con le aggregazioni ecclesiali. Ma è la parrocchia a rendere visibile la Chiesa come segno efficace dell’annuncio del Vangelo per la vita dell’uomo nella sua quotidianità e dei frutti di comunione che ne scaturiscono per tutta la società. Scrive Giovanni Paolo II: la parrocchia è «il nucleo fondamentale nella vita quotidiana della diocesi» La parrocchia è una comunità di fedeli nella Chiesa particolare, di cui è «come una cellula», a cui appartengono i battezzati nella Chiesa cattolica che dimorano in un determinato territorio, senza esclusione di nessuno, senza possibilità di elitarismo. In essa si vivono rapporti di prossimità, con vincoli concreti di conoscenza e di amore, e si accede ai doni sacramentali, al cui centro è l’Eucaristia; ma ci si fa anche carico degli abitanti di tutto il territorio, sentendosi mandati a tutti. Si può decisamente parlare di comunità “cattolica”, secondo l’etimologia di questa parola: “di tutti”. Più che di “parrocchia” dovremmo parlare di “parrocchie”: la parrocchia infatti non è mai una realtà a sé, ed è impossibile pensarla se non nella comunione della Chiesa particolare. Di qui un ulteriore indirizzo per il suo rinnovamento missionario: valorizzare i legami che esprimono // riferimento al vescovo e l’appartenenza alla diocesi. È in gioco l’inserimento di ogni parrocchia nella pastorale diocesana. Alla base di tutto sta la coscienza che i parroci e tutti i sacerdoti devono avere di far parte dell’unico presbiterio della diocesi e quindi il sentirsi responsabili con il vescovo di tutta la Chiesa particolare, rifuggendo da autonomie e protagonismi.
La stessa prospettiva di effettiva comunione è chiesta a religiosi e religiose, ai laici appartenenti alle varie aggregazioni.
( da: CEI- Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, Nota Pastorale 2004)

La Parola della Domenica

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di , 27 Febbraio 2010

2ª di Quaresima
Gen 15,5-12.17-18   Dio stipula l’alleanza con Abram fedele. 
Sal 26   Il Signore è mia luce e mia salvezza. 
Fil 3,17- 4,1   Cristo ci trasfigurerà nel suo corpo glorioso. 
Lc 9,28-36   Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto.
 

C’è nella storia di Abramo (Genesi 15) un’espressione che mi pare costituisca la chiave interpretativa  di tutto l’insegnamento della Liturgia della Parola che proclamiamo in questa seconda domenica  di quaresima: «Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a  contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza.  Egli credette al Signore, che glielo accreditò  come giustizia.  E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra».  Dio «fa  uscire, conduce fuori».  Ogni avventura di salvezza, cioè di liberazione, inizia con un esodo.  È «esodo» uscire dal tepore confortevole  della propria tenda (la propria casa) per alzare gli occhi al cielo e contare, nella fredda oscura notte del deserto, le stelle lontane…  È «esodo» abbandonare la propria terra, le proprie abitudini, i propri modelli culturali ai quali siamo così affezionati, ed  iniziare, tra le prove più difficili e sconcertanti di un Dio esigente eppure mai padrone, la ricerca itinerante di un Signore, di una  Trascendenza qualunque nome ad essa vogliamo dare, di un popolo…  È «esodo» per Paolo (cf Filippesi 3) accettare di essere in  catene per l’Evangelo, e continuare caparbiamente ad annunciare la Parola dal fondo umido e buio di una prigione… È «esodo»  per Pietro, Giacomo e Giovanni decidersi a scendere dal monte (cf Luca 9) dove il Cristo si era “trasfigurato” e riprendere in compagnia  del maestro e degli uomini una faticosa missione, tra mille dubbi e molte paure, quando sarebbe stato molto più bello e  gratificante fermarsi per sempre in una visione estatica ed anticipata del Paradiso…  È «esodo» per Gesù uscire da Nazareth, percorrere  in lungo e in largo la Giudea e la Galilea, ed annunciare ai piccoli e ai poveri la liberazione, annullando gli egoismi del tempo  (di ogni tempo), le commistioni tra religione e potere, l’abuso improprio del nome di Dio, Tutta la storia è una storia di «esodo»:  di una strada maestra che abbiamo perso o che non abbiamo mai conosciuto, di una liberazione che attendiamo senza aver ancora  intravisto.  In questa ricerca il credente non ha privilegi, non ha autostrade riservate, vie di fuga da lui solo percorribili.  No.  Egli ha,  è vero, il “filo d’Arianna” della Parola e della coscienza, ma esso non può essere oggetto di una custodia gelosa, deve dividerlo in  mille e mille fili, per parteciparlo a tutti i compagni di questo viaggio rischioso e talora angoscioso – come in una famiglia – alla  ricerca del volto glorioso del Padre di tutti, nessuno escluso.  Con la nostra vita, della quale non nascondiamo le fatiche e talora le  ambiguità ma questa è la storia che Dio ama, è la storia degli uomini e delle donne reali, che sono come sono e non come noi vorremmo  che fossero.  Questa storia ha un senso nascosto e misterioso, un senso che noi dobbiamo riconoscere, una direzione di  marcia che dobbiamo intuire, una traiettoria che dobbiamo seguire insieme con tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle, anche e  soprattutto con coloro che vivono una vita di fatica.  Solo allora la nostra fede sarà profezia, collegamento continuo di evangelizzazione  e di storia, testimonianza di pace in un mondo incredibilmente e inesorabilmente violento..  Profezia, certo da non commemorare,  ma da vivere.  Mentre onoriamo i profeti del passato, dobbiamo riconoscere i profeti di oggi quelli che hanno il coraggio di  scendere dal Tabor per essere i testimoni del Cristo che soffre e che risorge!

Venerdigiuniamo

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di , 14 Febbraio 2010

 La proposta è diocesana e promossa da: pastorale degli Stili di vita – ufficio Missioni – pastorale Sociale e del Lavoro – Caritas – ufficio Evangelizzazione e Catechesi – Pastorale Giovanile.

  • Perche’ digiunare?   L’uomo ha bisogno di nutrirsi per vivere. Quando digiuniamo riaffermiamo il primato di Dio, che è al di sopra delle cose più importanti dell’uomo. Per questo nelle pause pranzo dei venerdì di Quaresima: digiuniamo insieme, per nutrirci di Dio, e aver fame di giustizia.
  • Come lo posso fare?   Per tutti i venerdì di Quaresima, al posto del pranzo ti viene offerta una riflessione e un foglio per la preghiera che puoi scaricare nel sito del patriarcato.
  • Dove posso pregare?   Puoi cercare un luogo adatto, oppure recarti in una delle chiese aperte durante la pausa pranzo.
  • Sono da solo?   Come te molti altri hanno ricevuto questa proposta. L’impegno di digiuno e preghiera puoi condividerlo con loro: ti invitiamo a iscriverti alla lista che trovi in parrocchia o in quella nel web che trovi qui, lasciando un tuo breve messaggio.
  • A chi è utile?   A te, prima di tutto… e, versando il costo del pasto nella raccolta quaresimale “Un pane per amor di Dio”, anche a tanti fratelli che vivono e operano nelle missioni.

La sosta pastorale del Patriarca Angelo

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di , 6 Febbraio 2010

Prima finalità della visita: Rigenerare il popolo di dio 

All’origine della comunità cristiana c’è l’incontro personale con Cristo questo ti rende membro del popolo  di Dio;è fondamentale identificare questa origine, non una decisione non una bella idea, un incontro che  ti mostra la direzione decisiva.  La comunità cristiana nasce sempre dall’incontro personale con Gesù Cristo Risorto che ci rende partecipi e testimoni  della sua missione il popolo di Dio è frutto proprio del mistero pasquale. 

«Ogni iniziativa parrocchiale deve permettere  a chiunque di identificare direttamente o indirettamente questo incontro anche se ci fosse uno che non ha  mai messo piede in chiese lì dovrebbe percepire che né chiamato a questo incontro, lì dovrebbe incontrare Gesù  » (Patriarca Angelo Scola).  Quest’incontro con Gesù ha il carattere di dono, è qualcosa che non mi posso procurare,  si è testimoni, non creatori e la resurrezione è la luce che ha inaugurato questa nuova vita per noi. 

I prossimi appuntamenti:

  • 6-7 febbraio il Patriarcaè in visita alle parrocchie di San Cassiano – S.Silvestro (ore 21  La luce nella notte – evangelizzazione di strada )
  • 13 febbraio: Giornata del malato – Ospedale Civile SS.Giovanni e Paolo, celebrazione eucaristica e visita ad un reparto

Dalla Unità alla Comunità Pastorale

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di , 12 Dicembre 2009

 Dalla Lettera Apostolica  “Novo Millenio Ineunte” di Giovanni Paolo II 

La Spiritualità di Comunione come si realizza?  ” 
Giovanni Paolo II46.  Questa prospettiva di comunione è strettamente legata  alla capacità della comunità cristiana di fare spazio a  tutti i doni dello Spirito.  L’unità della Chiesa non è uniformità,  ma integrazione organica delle legittime diversità.  È  la realtà di molte membra congiunte in un corpo solo, l’unico  Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12,12).  È necessario perciò  che la Chiesa del terzo millennio stimoli tutti i battezzati e  cresimati a prendere coscienza della propria attiva responsabilità  nella vita ecclesiale.  Accanto al ministero ordinato,  altri ministeri, istituiti o semplicemente riconosciuti,  possono fiorire a vantaggio di tutta la comunità, sostenendola  nei suoi molteplici bisogni: dalla catechesi all’animazione  liturgica, dall’educazione dei giovani alle più varie  espressioni della carità.  Certamente un impegno generoso va posto — soprattutto  con la preghiera insistente al padrone della messe (cfr Mt  9,38) — per la promozione delle vocazioni al sacerdozio e  di quelle di speciale consacrazione.  È questo un problema  di grande rilevanza per la vita della Chiesa in ogni parte  del mondo.  In certi Paesi di antica evangelizzazione,  poi, esso si è fatto addirittura drammatico a motivo del  mutato contesto sociale e dell’inaridimento religioso indotto  dal consumismo e dal secolarismo.  È necessario ed  urgente impostare una vasta e capillare pastorale delle  vocazioni, che raggiunga le parrocchie, i centri educativi,  le famiglie, suscitando una più attenta riflessione sui valori  essenziali della vita, che trovano la loro sintesi risolutiva  nella risposta che ciascuno è invitato a dare alla chiamata  di Dio, specialmente quando questa sollecita la donazione  totale di sé e delle proprie energie alla causa del Regno.  In questo contesto prende tutto il suo rilievo anche ogni  altra vocazione, radicata in definitiva nella ricchezza della  vita nuova ricevuta nel sacramento del Battesimo.  In particolare,  sarà da scoprire sempre meglio la vocazione che  è propria dei laici, chiamati come tali a « cercare il regno  di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo  Dio »32 ed anche a svolgere « i compiti propri nella Chiesa  e nel mondo […  ] con la loro azione per l’evangelizzazione  e la santificazione degli uomini ».  33  In questa stessa linea, grande importanza per la comunione  riveste il dovere di promuovere le varie realtà aggregative,  che sia nelle forme più tradizionali, sia in quelle più  nuove dei movimenti ecclesiali, continuano a dare alla  Chiesa una vivacità che è dono di Dio e costituisce un’autentica  « primavera dello Spirito ».  Occorre certo che associazioni  e movimenti, tanto nella Chiesa universale  quanto nelle Chiese particolari, operino nella piena sintonia  ecclesiale e in obbedienza alle direttive autorevoli dei  Pastori.  Ma torna anche per tutti, esigente e perentorio, il  monito dell’Apostolo: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate  le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che  è buono» (1 Ts 5,19-21).  47.  Un’attenzione speciale, poi, deve essere assicurata  alla pastorale della famiglia, tanto più necessaria in un  momento storico come il presente, che sta registrando  una crisi diffusa e radicale di questa fondamentale istituzione.  Nella visione cristiana del matrimonio, la relazione  tra un uomo e una donna — relazione reciproca e totale,  unica e indissolubile — risponde al disegno originario di  Dio, offuscato nella storia dalla « durezza del cuore », ma  che Cristo è venuto a restaurare nel suo splendore originario,  svelando ciò che Dio ha voluto fin « dal principio  » (Mt 19,8).  Nel matrimonio, elevato alla dignità di Sacramento,  è espresso poi il « grande mistero » dell’amore  sponsale di Cristo per la sua Chiesa (cfr Ef 5,32).  Su questo punto, la Chiesa non può cedere alle pressioni  di una certa cultura, anche se diffusa e talvolta militante.  Occorre piuttosto fare in modo che, attraverso un’educazione  evangelica sempre più completa, le famiglie cristiane  offrano un esempio convincente della possibilità di un  matrimonio vissuto in modo pienamente conforme al disegno  di Dio e alle vere esigenze della persona umana: di  quella dei coniugi, e soprattutto di quella più fragile dei  figli.  Le famiglie stesse devono essere sempre più consapevoli  dell’attenzione dovuta ai figli e farsi soggetti attivi di  un’efficace presenza ecclesiale e sociale a tutela dei loro  diritti.

Giornata missionaria mondiale

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di , 18 Ottobre 2009

Preghiera e offerta per la chiesa  del mondo
 Terza domenica della responsabilità 
“Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo;  è un dovere” (1 Cor 9, 16) 

IL MESSAGGIO DEL PAPA BENEDETTO XVI 

bxvi_presentazione_messale“Le nazioni cammineranno alla sua luce” (Ap 21,24).  Scopo della missione della  Chiesa infatti è di illuminare con la luce del Vangelo tutti i popoli nel loro cammino storico verso Dio,  perché in Lui abbiano la loro piena realizzazione ed il loro compimento.  Dobbiamo sentire 1’ansia  e la passione di illuminare tutti i popoli, con la luce di Cristo, che risplende sul volto della Chiesa,  perché tutti si raccolgano nell’unica famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio.  È in questa prospettiva che i discepoli di Cristo sparsi in tutto il mondo operano, si affaticano, gemono  sotto il peso delle sofferenze e donano la vita.  Riaffermo con forza quanto più volte è stato  detto dai miei venerati Predecessori: la Chiesa non agisce per estendere il suo potere o affermare il  suo dominio, ma per portare a tutti Cristo, salvezza del mondo.  Noi non chiediamo altro che di  metterci al servizio dell’umanità, specialmente di quella più sofferente ed emarginata, perché crediamo  che “l’impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo…  è senza alcun dubbio  un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta l’umanità” (Evangelii nuntiandi,  1), che “conosce stupende conquiste, ma sembra avere smarrito il senso delle realtà ultime e della  stessa esistenza” (Redemptoris missio, 2)… La missione della Chiesa, perciò, è quella di chiamare  tutti i popoli alla salvezza operata da Dio tramite il Figlio suo incarnato.  È necessario pertanto rinnovare  l’impegno di annunciare il Vangelo, che è fermento di libertà e di progresso, di fraternità, di  unità e di pace (cfr Ad gentes, 8).  Voglio “nuovamente confermare che il mandato d’evangelizzare  tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa” (Evangelii nuntiandi, 14), compito e  missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale rendono ancor più urgenti.  È in questione  la salvezza eterna delle persone, il fine e compimento stesso della storia umana e  dell’universo… La partecipazione alla missione di Cristo, infatti, contrassegna anche il vivere degli annunciatori del  Vangelo, cui è riservato lo stesso destino del loro Maestro.  “Ricordatevi della parola che vi ho detto:  Un servo non è più grande del suo padrone.  Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche  voi” (Gv 15,20).  La Chiesa si pone sulla stessa via e subisce la stessa sorte di Cristo, perché non  agisce in base ad una logica umana o contando sulle ragioni della forza, ma seguendo la via della  Croce e facendosi, in obbedienza filiale al Padre, testimone e compagna di viaggio di questa umanità…  La spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità delle nostre Chiese (cfr Redemptoris missio,  2).  È necessario, tuttavia, riaffermare che l’evangelizzazione è opera dello Spirito e che prima ancora  di essere azione è testimonianza e irradiazione della luce di Cristo (cfr Redemptoris missio,  26) da parte della Chiesa locale, la quale invia i suoi missionari e missionarie per spingersi oltre le  sue frontiere.  Chiedo perciò a tutti i cattolici di pregare lo Spirito Santo perché accresca nella Chiesa  la passione per la missione di diffondere il Regno di Dio e di sostenere i missionari, le missionarie  e le comunità cristiane impegnate in prima linea in questa missione, talvolta in ambienti ostili di  persecuzione… .

Sei connesso?

di , 7 Febbraio 2009

Anche il Papa si mette adesso a parlare di. . .   cellulari!  E il Vangelo,  cosa c’entra?
Sentite allora il suo ragionamento, perchè ha proprio a che fare con la nostra vita,  e in particolare con i nostri giovani!”L’accessibilità di cellulari e computer,  unita alla portata globale e alla capillarità di internet,  ha creato una molteplicità di vie attraverso le quali è possibile inviare,  in modo istantaneo,  parole ed immagini ai più lontani ed isolati angoli del mondo: è,  questa, chiaramente una possibilità impensabile per le precedenti generazioni.   I giovani,  in particolare,  hanno colto l’enorme potenziale dei nuovi media nel favorire la connessione,  la comunicazione e la comprensione tra individui e comunità e li utilizzano per comunicare con i propri amici,  per incontrarne di nuovi,  per creare comunità e reti,  per cercare informazioni e notizie,  per condividere le proprie idee e opinioni. 

Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze,  gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti,  alle fonti e alle scoperte scientifiche e possono, pertanto,  lavorare in équipe da luoghi diversi.  Sebbene sia motivo di meraviglia la velocità con cui le nuove tecnologie si sono evolute in termini di affidabilità e di efficienza,  la loro popolarità tra gli utenti non dovrebbe sorprenderci,  poiché esse rispondono al desiderio fondamentale delle persone di entrare in rapporto le une con le altre.   Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche.  

Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio,  che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia.   Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone,  quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere,  stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio,  il Dio della comunicazione e della comunione.  Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione,  che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre se stessi per entrare in rapporto con gli altri.   In realtà, quando ci apriamo agli altri,  noi portiamo a compimento i nostri bisogni più profondi e diventiamo più pienamente umani.  

Amare è,  infatti,  ciò per cui siamo stati progettati dal Creatore.   Naturalmente, non parlo di passeggere,  superficiali relazioni; parlo del vero amore,  che costituisce il centro dell’insegnamento morale di Gesù: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima,  con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” e “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (cfr Mc 12, 30-31).   In questa luce,  riflettendo sul significato delle nuove tecnologie, è importante considerare non solo la loro indubbia capacità di favorire il contatto tra le persone,  ma anche la qualità dei contenuti che esse sono chiamate a mettere in circolazione.  Desidero incoraggiare tutte le persone di buona volontà,  attive nel mondo emergente della comunicazione digitale,  perché si impegnino nel promuovere una cultura del rispetto,  del dialogo, dell’amicizia.  

Nelle nostre amicizie e attraverso di esse cresciamo e ci sviluppiamo come esseri umani.   Proprio per questo la vera amicizia è stata da sempre ritenuta una delle ricchezze più grandi di cui l’essere umano possa disporre.  Sarebbe triste se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia,  per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno,  sul posto di lavoro,  a scuola,  nel tempo libero.   Quando,  infatti,  il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo,  la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale.   Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo,  di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano.  L’amicizia è un grande bene umano,  ma sarebbe svuotato del suo valore,  se fosse considerato fine a se stesso.   Gli amici devono sostenersi e incoraggiarsi l’un l’altro nello sviluppare i loro doni e talenti e nel metterli al servizio della comunità umana.  

In questo contesto,  è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana,  la pace e la giustizia,  i diritti umani e il rispetto per la vita e il bene della creazione.   Queste reti possono facilitare forme di cooperazione tra popoli di diversi contesti geografici e culturali,  consentendo loro di approfondire la comune umanità e il senso di corresponsabilità per il bene di tutti.   Ci si deve tuttavia preoccupare di far sì che il mondo digitale,  in cui tali reti possono essere stabilite,  sia un mondo veramente accessibile a tutti.  Vorrei concludere questo messaggio rivolgendomi,  in particolare,  ai giovani,  per esortarli a portare nel mondo digitale la testimonianza della loro fede.   Carissimi,  sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita!

Nei primi tempi della Chiesa,  gli Apostoli e i loro discepoli hanno portato la Buona Novella di Gesù nel mondo greco romano: come allora l’evangelizzazione,  per essere fruttuosa,  richiese l’attenta comprensione della cultura e dei costumi di quei popoli pagani nell’intento di toccarne le menti e i cuori,  così ora l’annuncio di Cristo nel mondo delle nuove tecnologie suppone una loro approfondita conoscenza per un conseguente adeguato utilizzo.   A voi,  giovani,  che quasi spontaneamente vi trovate in sintonia con questi nuovi mezzi di comunicazione, spetta in particolare il compito della evangelizzazione di questo “continente digitale”.  

Sappiate farvi carico con entusiasmo dell’annuncio del Vangelo ai vostri coetanei! Voi conoscete le loro paure e le loro speranze,  i loro entusiasmi e le loro delusioni: il dono più prezioso che ad essi potete fare è di condividere con loro la “buona novella” di un Dio che s’è fatto uomo,  ha patito,  è morto ed è risorto per salvare l’umanità.   Il cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi,  dove si edifichi l’unità,  dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l’identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa.   A queste attese la fede può dare risposta: siatene gli araldi! Il Papa vi è accanto con la sua preghiera e con la sua benedizione.

Insegnamento della Religione Cattolica “Non è catechismo ma un necessario approfondimento culturale”

di , 7 Febbraio 2009

 Italiani, anche cattolici, che non si avvalgono dell’Insegnamento della religione cattolica (Irc); bambini di religione musulmana, cristiana ortodossa o provenienti da nazioni come la Cina, che frequentano regolarmente l’ora di religione… L’insegnamento della religione cattolica, così come è stato concepito, così come viene svolto, è la presentazione del cristianesimo secondo una metodologia culturale: ed è di utilità a tutti, a credenti e non credenti», riflette mons. Valter Perini, vicario episcopale per l’Evangelizzazione e la Catechesi.

«Abbiamo impiegato tanto tempo a far capire che non è un’ora di catechismo. La catechesi ha come finalità l’accompagnamento dei credenti a un’adesione al Signore e alla sua sequela. Non è questo il compito dell’ora di religione, ma la presentazione del messaggio cristiano secondo modalità diverse».Secondo mons. Perini «sicuramente le persone che vengono da altri continenti non hanno la prevenzione verso la religione in sé, né si sentono messi in discussione come musulmani o altro. E’ segno di vera intelligenza, di apertura, confrontarsi con la dimensione religiosa della persona umana.

E’ quello che farei anch’io se andassi in Cina o in un paese musulmano: frequenterei una scuola che mi permettesse di capire l’islamismo o il taoismo o il buddismo…L’atteggiamento di certi stranieri, che per i figli scelgono la frequenza all’Irc, per mons. Perini ha da insegnare anche a noi. «Dovrebbe aiutarci a capire che spesso le persone appartenenti ad altre religioni rimangono sconcertate di fronte al nostro ateismo proclamato, a una chiusura pregiudiziale nei confronti di Dio.

Se si volessero riservare vere attenzioni verso coloro che professano altre religioni bisognerebbe farlo non negando il fatto religioso ma rispettando la loro fede, che implica anche la sua conoscenza. Una laicità effettiva si ha in una scuola che rispetta tutte le differenze, le mette a confronto e le valorizza, lasciando la libertà a ciascuno poi di fare le sue scelte». Si apre quindi a un rapporto che va oltre la scuola, per aiutarci ad affrontare la vita.

 

Il Vaticano su YouTube

di , 31 Gennaio 2009

Bendetto XVIDal 23 gennaio 2009 il Vaticano ha un proprio canale su YouTube, la piu’ grande comunita’ mondiale di condivisione in rete di filmati. 

Il canale contribuirà a stabilire nuove relazioni, sia con i cattolici di tutto il mondo, che avranno un accesso più facile a un’aggiornata informazione su ciò che avviene nella della loro Chiesa, sia con persone di diversa visione ideologica o religiosa, che avranno una fonte autorevole per comprendere quali messaggi il Papa indirizza all’umanità di oggi.

 

 


 Questo il messaggio lanciato da Sua Santità Papa Benedetto XVI in occasione dell’evento.

Cari fratelli e sorelle,

in prossimità ormai della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, mi è caro rivolgermi a voi per esporvi alcune mie riflessioni sul tema scelto per quest’anno: Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia. In effetti, le nuove tecnologie digitali stanno determinando cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani. Questi cambiamenti sono particolarmente evidenti tra i giovani che sono cresciuti in stretto contatto con queste nuove tecniche di comunicazione e si sentono quindi a loro agio in un mondo digitale che spesso sembra invece estraneo a quanti di noi, adulti, hanno dovuto imparare a capire ed apprezzare le opportunità che esso offre per la comunicazione. Nel messaggio di quest’anno, il mio pensiero va quindi in modo particolare a chi fa parte della cosiddetta generazione digitale: con loro vorrei condividere alcune idee sullo straordinario potenziale delle nuove tecnologie, se usate per favorire la comprensione e la solidarietà umana. Tali tecnologie sono un vero dono per l’umanità: dobbiamo perciò far sì che i vantaggi che esse offrono siano messi al servizio di tutti gli esseri umani e di tutte le comunità, soprattutto di chi è bisognoso e vulnerabile.

L’accessibilità di cellulari e computer, unita alla portata globale e alla capillarità di internet, ha creato una molteplicità di vie attraverso le quali è possibile inviare, in modo istantaneo, parole ed immagini ai più lontani ed isolati angoli del mondo: è, questa, chiaramente una possibilità impensabile per le precedenti generazioni. I giovani, in particolare, hanno colto l’enorme potenziale dei nuovi media nel favorire la connessione, la comunicazione e la comprensione tra individui e comunità e li utilizzano per comunicare con i propri amici, per incontrarne di nuovi, per creare comunità e reti, per cercare informazioni e notizie, per condividere le proprie idee e opinioni. Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze, gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti, alle fonti e alle scoperte scientifiche e possono, pertanto, lavorare in équipe da luoghi diversi; inoltre la natura interattiva dei nuovi media facilita forme più dinamiche di apprendimento e di comunicazione, che contribuiscono al progresso sociale.

Sebbene sia motivo di meraviglia la velocità con cui le nuove tecnologie si sono evolute in termini di affidabilità e di efficienza, la loro popolarità tra gli utenti non dovrebbe sorprenderci, poiché esse rispondono al desiderio fondamentale delle persone di entrare in rapporto le une con le altre. Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche. Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione.

Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione, che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre se stessi per entrare in rapporto con gli altri. In realtà, quando ci apriamo agli altri, noi portiamo a compimento i nostri bisogni più profondi e diventiamo più pienamente umani. Amare è, infatti, ciò per cui siamo stati progettati dal Creatore. Naturalmente, non parlo di passeggere, superficiali relazioni; parlo del vero amore, che costituisce il centro dell’insegnamento morale di Gesù: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” e “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (cfr Mc 12,30-31). In questa luce, riflettendo sul significato delle nuove tecnologie, è importante considerare non solo la loro indubbia capacità di favorire il contatto tra le persone, ma anche la qualità dei contenuti che esse sono chiamate a mettere in circolazione. Desidero incoraggiare tutte le persone di buona volontà, attive nel mondo emergente della comunicazione digitale, perché si impegnino nel promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, dell’amicizia.

Pertanto, coloro che operano nel settore della produzione e della diffusione di contenuti dei nuovi media non possono non sentirsi impegnati al rispetto della dignità e del valore della persona umana. Se le nuove tecnologie devono servire al bene dei singoli e della società, quanti ne usano devono evitare la condivisione di parole e immagini degradanti per l’essere umano, ed escludere quindi ciò che alimenta l’odio e l’intolleranza, svilisce la bellezza e l’intimità della sessualità umana, sfrutta i deboli e gli indifesi.

Le nuove tecnologie hanno anche aperto la strada al dialogo tra persone di differenti paesi, culture e religioni. La nuova arena digitale, il cosiddetto cyberspace, permette di incontrarsi e di conoscere i valori e le tradizioni degli altri. Simili incontri, tuttavia, per essere fecondi, richiedono forme oneste e corrette di espressione insieme ad un ascolto attento e rispettoso. Il dialogo deve essere radicato in una ricerca sincera e reciproca della verità, per realizzare la promozione dello sviluppo nella comprensione e nella tolleranza. La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze: è piuttosto ricerca del vero, del bene e del bello. Proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia. Occorre non lasciarsi ingannare da quanti cercano semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità.

Il concetto di amicizia ha goduto di un rinnovato rilancio nel vocabolario delle reti sociali digitali emerse negli ultimi anni. Tale concetto è una delle più nobili conquiste della cultura umana. Nelle nostre amicizie e attraverso di esse cresciamo e ci sviluppiamo come esseri umani. Proprio per questo la vera amicizia è stata da sempre ritenuta una delle ricchezze più grandi di cui l’essere umano possa disporre. Per questo motivo occorre essere attenti a non banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia. Sarebbe triste se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno, sul posto di lavoro, a scuola, nel tempo libero. Quando, infatti, il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale. Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano.

L’amicizia è un grande bene umano, ma sarebbe svuotato del suo valore, se fosse considerato fine a se stesso. Gli amici devono sostenersi e incoraggiarsi l’un l’altro nello sviluppare i loro doni e talenti e nel metterli al servizio della comunità umana. In questo contesto, è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana, la pace e la giustizia, i diritti umani e il rispetto per la vita e il bene della creazione. Queste reti possono facilitare forme di cooperazione tra popoli di diversi contesti geografici e culturali, consentendo loro di approfondire la comune umanità e il senso di corresponsabilità per il bene di tutti. Ci si deve tuttavia preoccupare di far sì che il mondo digitale, in cui tali reti possono essere stabilite, sia un mondo veramente accessibile a tutti. Sarebbe un grave danno per il futuro dell’umanità, se i nuovi strumenti della comunicazione, che permettono di condividere sapere e informazioni in maniera più rapida e efficace, non fossero resi accessibili a coloro che sono già economicamente e socialmente emarginati o se contribuissero solo a incrementare il divario che separa i poveri dalle nuove reti che si stanno sviluppando al servizio dell’informazione e della socializzazione umana.

Vorrei concludere questo messaggio rivolgendomi, in particolare, ai giovani cattolici, per esortarli a portare nel mondo digitale la testimonianza della loro fede. Carissimi, sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita! Nei primi tempi della Chiesa, gli Apostoli e i loro discepoli hanno portato la Buona Novella di Gesù nel mondo greco romano: come allora l’evangelizzazione, per essere fruttuosa, richiese l’attenta comprensione della cultura e dei costumi di quei popoli pagani nell’intento di toccarne le menti e i cuori, così ora l’annuncio di Cristo nel mondo delle nuove tecnologie suppone una loro approfondita conoscenza per un conseguente adeguato utilizzo. A voi, giovani, che quasi spontaneamente vi trovate in sintonia con questi nuovi mezzi di comunicazione, spetta in particolare il compito della evangelizzazione di questo “continente digitale”. Sappiate farvi carico con entusiasmo dell’annuncio del Vangelo ai vostri coetanei! Voi conoscete le loro paure e le loro speranze, i loro entusiasmi e le loro delusioni: il dono più prezioso che ad essi potete fare è di condividere con loro la “buona novella” di un Dio che s’è fatto uomo, ha patito, è morto ed è risorto per salvare l’umanità. Il cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l’identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa. A queste attese la fede può dare risposta: siatene gli araldi! Il Papa vi è accanto con la sua preghiera e con la sua benedizione.

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