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Il Battesimo di Gesù è il “Nostro Battesimo”!!!!

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di , 11 Gennaio 2014

Battesimo-di-GesuSulle rive del Giordano, Giovanni Battista predica la conversione dai peccati per accogliere il regno di Dio che è vicino. Gesù scende con la folla nell’acqua per farsi battezzare. Il battesimo per i Giudei era un rito penitenziale, perciò vi si accostavano riconoscendo i propri peccati. Ma il battesimo che Gesù riceve non è solo un battesimo di penitenza: la manifestazione del Padre e la discesa dello Spirito Santo gli danno un significato preciso. Gesù è proclamato «figlio diletto» e su di lui si posa lo Spirito che lo investe della missione di profeta (annuncio del messaggio della salvezza), sacerdote (l’unico sacrificio accetto al Padre), re (messia atteso come salvatore) (cf prefazio).

Il battesimo di Cristo è il «nostro battesimo»
La redazione degli evangelisti tende a presentare il battesimo di Gesù come il battesimo del «nuovo popolo di Dio», il battesimo della Chiesa. Nel libro dell’Esodo, Israele è il figlio primogenito che viene liberato dall’Egitto per servire a Dio e offrirgli il sacrificio (Es4,22); è il popolo che passa tra la muraglia d’acqua del Mar Rosso e nel sentiero asciutto attraverso il fiume Giordano. Cristo è il «figlio diletto» che offre l’unico sacrificio accetto al Padre; Cristo che «esce dall’acqua» è il nuovo popolo che viene definitivamente liberato: lo Spirito non solo scende su Cristo, ma rimane su di lui «perché gli uomini riconoscessero in lui il Messia, inviato a portare ai poveri il lieto annunzio» (prefazio). Lo Spirito che non aveva più dimora permanente fra gli uomini (Gn 6,3) ora rimane sempre, per Cristo, nella Chiesa.
La missione di Cristo è prefigurata in quella del Servo sofferente di Isaia. Il «Servo di Iahvè» è colui che porta su di se i peccati del popolo. In Cristo che si sottopone ad un atto pubblico di penitenza, vediamo la solidarietà del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo con la nostra storia. Gesù non prende le distanze da un’umanità peccatrice: al contrario, vi si immedesima per meglio «manifestare il mistero del nuovo lavacro» (pref.) e i conseguenti impegni di azione apostolica che ne derivano per il discepolo.

Alla riscoperta del proprio battesimo
Nati e vissuti nella fede della Chiesa, i cristiani hanno bisogno di riscoprire la grandezza e le esigenze della vocazione battesimale. E’ paradossale che il battesimo, il quale fa dell’uomo un membro vivo del Corpo di Cristo, non abbia molto posto nella coscienza esplicita del cristiano e che la maggior parte dei fedeli non sentano l’ingresso nella Chiesa attraverso l’iniziazione battesimale come il momento decisivo della loro vita.
Il battesimo dato a noi nel nome di Cristo è manifestazione del preveniente amore del Padre, partecipazione al mistero pasquale del Figlio, comunicazione di una nuova vita nello Spirito; esso ci pone dunque in comunione con Dio, ci integra nella sua Famiglia; è un passaggio dalla solidarietà nel peccato alla solidarietà nell’amore. Una nuova sensibilità per il battesimo è stata suscitata nella Chiesa dallo Spirito: oggi più che mai, nelle comunità cristiane, si presenta la vita cristiana come «vivere il proprio battesimo»; e maggiormente si manifesta negli adulti il bisogno di ripercorrere le tappe del proprio battesimo attraverso un «cammino catecumenale» fatto di profonda vita di fede vissuta comunitariamente, legata ad una seria conoscenza della Scrittura.

Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria.
Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell’acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e nell’acqua.
Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste.
«Sono io che devo ricevere da te il battesimo» (cfr. Mt 3, 14), così dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l’amico allo Sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che precorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente apparso a suo tempo.
«Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi.
Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante.
E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce proviene dalle profondità
dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in quel momento riceveva la testimonianza.
Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la fine del diluvio.
Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo come è giusto questa festa.
Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell’uomo. Per l’uomo, infatti, sono state pronunziate tutte le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della rivelazione.
Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a quella luce immensa. Sarete inondati del suo splendore soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen.

Celebrare e vivere l’Avvento

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di , 26 Novembre 2011

Il tempo di Avvento è tempo di attesa, di conversione, di speranza: attesamemoria della prima ed umile venuta del Salvatore nella nostra carne mortale; attesa-supplica dell’ultima e gloriosa venuta di Cristo come Signore della storia e Giudice universale. Nelle prime due domeniche di Avvento domina così l’appello alla conversione attraverso la voce dei profeti e soprattutto di Giovanni Battista: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! » (Mt 3, 2). Tuttavia, essa è allietata dalla speranza gioiosa che la salvezza già operata da Cristo e le realtà di grazia già presenti nel mondo giungano alla loro maturazione e pienezza, per cui la promessa si tramuterà in possesso, la fede in visione: «Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Cor 1,8). Le letture del tempo di Avvento, inoltre, hanno come una caratteristica propria: esse, infatti, si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (II e III domenica) ed infine agli antefatti della nascita del Signore (IV domenica). Lasciamoci guidare dalla Parola di Dio in questo tempo forte, raccogliamo l’invito a Vigilare che con fa questa prima domenica, e attendiamo il Signore con libertà. I vari appuntamenti di preghiera che scandiranno il tempo d’Avvento, come le lodi, l’adorazione permanente, le sante Messe, non sono occasioni solo per alcuni o per chi ci va sempre, sono un appuntamento per tutti. Assieme al cammino spirituale c’è il cammino della carità, l’invito che riceviamo è di ricordarci di chi non ha la possibilità di vivere una vita dignitosa. Come ogni anno portiamo in famiglia la cassettina dell’avvento di Fraternità promosso dalla Caritas Diocesana e trasformiamo i nostri gesti di solidarietà in atti di aiuto concreto.

Piantare i pali

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di , 4 Dicembre 2010

Seconda settimana – quali esperienze sono fondamentali 

Altra cosa non scontata sono i pali di sostegno.  Se piantati poco profondamente, non in numero sufficiente a reggere il peso  della copertura, troppo sottili o inclinati nel modo sbagliato…  il risultato sarà a rischio.  Non basta aver scelto e preparato  un buon terreno, occorre, infatti, alzare gli occhi a Dio e costruire una comunità su pilastri solidi, dando priorità a ciò che è essenziale per la  sua crescita.  Spesso questa operazione la sottovalutiamo, confondendo la qualità con la quantità e allora i “pali” da piantare si moltiplicano,  come le attività della parrocchia.  Difficile sarà farli stare tutti in piedi: toglieranno luce e spazio, disperderanno le energie di chi deve scavare,  con il rischio di fare tutto in modo approssimativo o di mollare prima che la tenda sia finita.  D’altra parte, pochi pali, malmessi, sono il  segno comunque di una povertà che denuncia la nostra pigrizia, l’egemonia di pochi che soffoca la partecipazione dei molti, l’incapacità di  andare al cuore della fede accontentandosi di gesti formali.  L’invito radicale di Giovanni Battista, nel vangelo di questa domenica ci aiuterà a  comprendere l’urgenza della scelta e della conversione. 

L’esercizio per la comunità sarà ri-dire (con parole proprie) su cosa si regge la vita ordinaria,  per alimentare la fede e quali sono quelle “secondarie”, importanti sì, ma che  non possono prosciugare tutta l’attenzione e le energie. 

La Parola della Domenica

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di , 6 Novembre 2010

Ez 47, 1-2.8-9.12   Vidi l’acqua che usciva dal tempio, e a quanti giungeva quest’acqua portò salvezza.
Sal 45   Un fiume rallegra la città di Dio.
ICor 3, 9c-11.16-17  Voi siete il tempio di Dio.
Gv 2, 13-22   Parlava del tempio del suo corpo.

 Frequentare la Chiesa non è una pratica esteriore 
Quest’anno, al posto della XXXII Domenica del Tempo ordinario, celebriamo la festa della dedicazione  delle nostre chiese parrocchiali nella prossimità delle festa della chiesa-madre di Roma, la  basilica Lateranense, dedicata inizialmente al Salvatore e in seguito a san Giovanni Battista.  Che  cosa rappresenta per la liturgia e per la spiritualità cristiana la dedicazione di una chiesa e l’esistenza stessa della chiesa, intesa  come luogo di culto?  Dobbiamo partire da queste parole del Vangelo: “È venuto il momento, in cui i veri adoratori adoreranno  il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori”.  Gesù insegna che il tempio di Dio è, primariamente, il cuore dell’uomo che ha accolto la sua parola.  Parlando di sé e del Padre  dice: “Noi verremo in lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23) e Paolo scrive ai cristiani: “Non sapete che voi siete il  tempio di Dio?  ” (1 Cor 3, 16).  Tempio nuovo di Dio è, dunque, il credente.  Ma luogo della presenza di Dio e di Cristo è anche là,  “dove due o più sono riuniti nel suo nome” (Mt 18, 20).  Il concilio Vaticano II arriva a chiamare la famiglia cristiana una “chiesa  domestica” (LG, 11), cioè un piccolo tempio di Dio, proprio perché, grazie al sacramento del matrimonio, essa è, per eccellenza,  il luogo in cui “due o più” sono riuniti nel suo nome.  A che titolo, allora, noi cristiani diamo tanta importanza alla chiesa, se  ognuno di noi può adorare il Padre in spirito e verità nel proprio cuore, o nella sua casa?  Perché questo obbligo di recarci in  chiesa ogni domenica?  La risposta è che Gesù Cristo non ci salva separatamente gli uni dagli altri; egli è venuto a formarsi un  popolo, una comunità di persone, in comunione con lui e tra di loro. 

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La Parola della Domenica

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di , 12 Settembre 2010

Nella liturgia di questa domenica si legge l’intero capitolo quindici del Vangelo di Luca che contiene le tre parabole dette “della misericordia”: la pecorella smarrita, la dramma perduta e il padre misericordioso. Nel suo fondo la parabola non è che la storia di una riconciliazione tra padre e figlio, e tutti sappiamo quanto una simile riconciliazione sia vitale per la felicità dei padri come dei figli.

Le arti figurative e di comunicazione sia letteraria che visiva (romanzi, film, canzoni…), privilegiando principalmente il rapporto tra uomo e donna, lasciano inesplorato un altro legame umano altrettanto universale e vitale, un’altra delle grandi fonti di gioia della vita: il rapporto padre – figlio, la gioia della paternità. Se invece si scava con serenità e obiettività nel cuore dell’uomo si scopre che, nella maggioranza dei casi, un rapporto riuscito, intenso e sereno con i figli è, per un uomo adulto e maturo, non meno importante e appagante che il rapporto uomo – donna. Sappiamo quanto questo rapporto sia importante anche per il figlio o la figlia e il vuoto tremendo che lascia la sua rottura.

Come il cancro attacca, di solito, gli organi più delicati nell’uomo e nella donna, così la potenza distruttrice del peccato e del male attacca i gangli più vitali dell’esistenza umana. Non c’è nulla che sia sottoposto all’abuso, allo sfruttamento e alla violenza quanto il rapporto uomo – donna e non c’è nulla che sia così esposto alla deformazio¬ne come il rapporto padre – figlio: autoritarismo, paternalismo, ribellione, rifiuto, incomunicabilità. Sappiamo che esistono casi negativi di rapporti difficili tra padri e figli. Nel profeta Isaia si legge questa esclama¬zione di Dio: “Ho allevato e fatto crescere dei figli, ma essi si sono ribellati contro di me” (Is 1, 2). Credo che molti padri oggigiorno sanno, per esperienza, cosa vogliono dire queste parole.

La sofferenza è reciproca; non è come nella parabola dove la colpa è tutta e solo del figlio… Ci sono padri la cui più profonda sofferenza nella vita è di essere rifiutati, o addirittura disprezzati dai figli. E ci sono figli la cui più pro¬fonda e inconfessata sofferenza è di sentirsi incompresi, non stimati, o addirittura rifiutati dal padre. In queste righe abbiamo insistito sul risvolto umano ed esistenziale della parabola. Ma non si tratta solo di questo, cioè di migliorare la qualità della vita in questo mondo. Rientra nello sforzo per una nuova evangelizzazione, l’ini¬ziativa di una grande riconciliazione tra padri e figli e il bisogno di una guarigione profonda del loro rapporto. Si sa quanto il rapporto con il padre terreno può influenzare, positivamente o negativamente, il proprio rapporto con il Padre dei cieli e quindi la stessa vita cristiana. Quando nacque il precursore Giovanni Battista l’angelo disse che uno dei suoi compiti sarebbe stato di “ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i cuori dei figli verso i padri”. Un compito oggi più che mai attuale..

adattamento da Raniero Cantalamessa – www.lachiesa.it
le letture di oggi: Esodo 32,7-11.13-14; Salmo 50; Prima lettera a Timoteo 1,12-17; Luca 15,1-32

La Parola della Domenica

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di , 12 Dicembre 2009

Sof 3,14-18   Il Signore esulterà per te con grida di gioia. 
Is 12   Canta ed esulta, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele. 
Fil 4,4-7  Il Signore è vicino! 
Lc 3, 10-18   E noi che cosa dobbiamo fare?
 

Parola della domenicaC’è una bella immagine all’inizio del capitolo 3 dell’evangelo di Luca (di cui meditiamo un  brano in questa terza domenica di Avvento): situando storicamente l’evento della robusta predicazione  del Battista, l’evangelista ci ricorda che «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di  Zaccaria, nel deserto» “scende”, che ti invade nel profondo, che ti suggerisce pensieri nuovi e  nuovi comportamenti.  Una Parola (una Persona, il Cristo!  ) di cui spesso facciamo di tutto per  sbarazzarci, ma che invece, mentre siamo in cammino come il Battista (o come i discepoli di Emmaus ci cui ci parlerà ancora Luca nel  capitolo 24 dell’evangelo), si ritrova accanto a noi per spiegarci le Scritture.  E che, senza un’apparente ragione logica, ci riempie di  gioia.  La stessa gioia che il profeta Sofonia proclama in un tempo drammatico per Israele.  Solo questa gioia intima, profonda, densa di  quella virtù che abbiamo forse perso nelle nostre esistenze, la speranza, ci aiuta a leggere nel significato più profondo la parola che ci  accompagna in questa domenica. 

L’insegnamento di Cristo, la nostra libera adesione alla sua dottrina, assunta con il battesimo e ribadita  con la Cresima, implicano la nostra continua conversione.  Un salmista definisce la Parola di Dio «lampada ai miei passi, luce sul mio  cammino».  Ciò vuol dire che tutta la nostra vita deve orientarsi a Dio e questo accade realmente soltanto quanto alla fede seguono le  opere.  La prima virtù da praticare è però la carità, che è amore, gratitudine e lode a Dio e rispetto del nostro prossimo, che amiamo con  lo stesso amore.  Ecco allora il senso dell’insegnamento di Giovanni Battista: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da  mangiare, faccia altrettanto». 

Per aprirsi al Signore bisogna uscire dalla morsa dell’egoismo.  Soltanto dando amore agli altri siamo irrorati  a nostra volta dalla grazia divina.  La stessa efficacia dei sacramenti è in parte condizionata dalle nostre interiori disposizioni.  Lo  stesso Natale influirà salutarmene su di noi se disponiamo il nostro animo all’accoglienza del Signore che viene.  Il battesimo in Spirito  Santo e fuoco sarà la nostra energia, la nostra luce, la fonte del nostro bene, se con umiltà accettiamo l’umiltà e l’immensità del presepio.  Solo lì le grandezze fatue del mondo e tutte le umane presunzioni vengono infrante.  Il Battista afferma questa verità dicendo che la  pula sarà separata da grano e arsa nel fuoco inestinguibile.  Nella fredda grotta del Presepio già arde il fuoco che è e sarà per noi irrorazione  dello Spirito e fuoco sacro per ardere di amore divino. 

(sintesi commenti vari)

Ricordiamo i defunti dell’anno

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di , 30 Ottobre 2009

Nelle S.  Messe di Lunedi’ 2 novembre  “Commemorazione dei Fedeli defunti” 
Ore 18 a San Donato, e 19 a San Pietro  Ricordiamo i defunti dell’anno: 

A San Donato: Ravanello Giannino, Moretti Liliana, Bon Lidia, Campagnol Maria Carla, Bello Angelo Pio, Groggia Umberto, Rioda Loredana, Lenzi Guglielmina, Gherardini Silvana, Serena Luigi, Poggi Alfredo, Bin Giovanni Battista, Fornasier Umberto, Veronese Vilma, Bullo Ennio, Bullo Sandro, Salmistraro Maria, Rossetto Alfredo, Colelli Mario, Rossetto Talia, Mantoan Fernanda,Veronese Tiziana, Lazzari Giulio, Rossi Marilisa, Fort Valentino, Rossi Mario, Olivo Silvio, Tossoun Bertolini Ketty, Campagnol Annamaria, Salvadori Elisabetta, Scabello Elisa, Santi Reno, Vistosi Elena, Berioli Vittorina, Toso Vanda, Affanni Bice, Cordella Elisa, Linzi Natalia, Pustetto Maria, Vistosi Maria, Mazzucco Gabriele, Bianca Ferro Zaniol, Frondi Adriana

A San Pietro: Germana Moretti, Rubelli Antonia, Guerrino Rossi, Cellotto Guido, Toso Turido, Marchi Mario, Ferro Benvenuta, Voltolina Rosina, Barbini Elena, Trevisanello Bruno, Nason Teresa, Camozzo Elena, De Francesco Renzo, Andreotta Mario, Molin Vittoria, Bottaro Flora, Pinzan Vincenzo, Vescovi Aldo, Finotto Faustina. 

Signore scrivi il loro nome nel libro della vita 

Da questo mese di novembre è possibile rinnovare o fare nuove iscrizioni alla  Confraternita dei defunti: I nostri fratelli defunti li ricorderemo ogni settimana  con la Messa del Mercoledì a San Donato e del Giovedì a San Pietro.

24° Assemblea degli sposi

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di , 18 Ottobre 2009

Domenica 25 ottobre a Gambarare di Mira si terrà la 24° Assemblea degli sposi presso la Parrocchia di S.  Giovanni Battista.
Tema: “Sulla via dell’amore“,  Presiede il Patriarca Card.  Angelo Scola 

Cosa ci vuol dire questo titolo “Sulla via dell’Amore”?  Forse che l’amore va costruito giorno dopo giorno, seguendo la pedagogia  dei piccoli passi fino a risvegliare in noi il fascino per la persona di Gesù, la  sola capace di rendere la vita di coppia una testimonianza, attraverso la  narrazione della propria storia d’amore.  È un titolo che impegna a riflettere  per capire a quale compito sono chiamati e abilitati gli sposi.

Giovanni è la voce, Cristo la parola.

di , 14 Dicembre 2008

Giovanni BattistaCelebriamo oggi la terza domenica di Avvento e la parola di Dio ritorna nuovamente sulla figura del precursore, Giovanni Battista.  Dopo averlo presentato nella sua vera identità, oggi lo presenta impegnato in modo particolare nell’annuncio del Regno di Dio e nel preparare la via al Messia. 

Il testo del Vangelo di Giovanni ci dà la dimensione esatta del Battista nella sua triplice funzione di precursore, di profeta e testimone della luce, che è Cristo.  Nel dialogo che intercorre tra il Battista e i sacerdoti e leviti comprendiamo esattamente a quale conclusione intende portare il Battista i suoi interlocutori.  Egli non è il Cristo, ma prepara a Cristo e di conseguenza invita loro a predisporre il cuore e la mente all’accoglienza del Messia, atteso comunque dal popolo israelitico e certamente non riconosciuto in Gesù Cristo, crocifisso, morto e risorto. 

Quell’appello del Battista a “rendere dritta la via del Signore” è un monito ad aprirsi alla vera fede nel Redentore.  Il suo dialogo è finalizzato all’educazione alla fede ed all’accoglienza del dono del Messia con animo diverso e con idee diverse.  Il riferimento al profeta Isaia che lo stesso Battista fa nel testo del Vangelo giovanneo, è segno evidente di continuità tra Vecchio e Nuovo Testamento, tra Antica e Nuova Alleanza.  Il Messia atteso non è altro quello che è stato annunciato dai veri profeti con tutte le caratteristiche di Colui che viene a portare la vera pace, la vera giustizia, il vero amore su questo mondo.  Basta rileggere in questo contesto il brano del libro del profeta Isaia che costituisce la prima lettura di questa terza domenica di Avvento. 

La missione di Cristo nel mondo, che oggi continua attraverso la Chiesa da Lui istituita, è proprio tutto questo che il profeta Isaia attribuisce alla figura del Messia “mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore… Mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli.  Poiché, come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti”. 

Riconoscere a Cristo tutto questo è entrare nel vero mistero del Salvatore del Mondo ed entrare nel significato più vero del Natale.  La domenica che oggi celebriamo va sotto il nome di “Gaudete”, ovvero della gioia.  Effettivamente la gioia cristiana trova la sua sorgente in Cristo Gesù, Figlio di Dio, venuto nel mondo nel grembo purissimo di Maria per opera dello Spirito Santo.  Egli è la nostra vera gioia, nonostante le tante prove e sofferenze che quotidianamente dobbiamo affrontare e superare (non sempre per la verità) contando sull’aiuto che viene dal cielo.  Perché solo con la forza che ci viene da lassù possiamo avanzare nel calvario della storia dell’umanità e della nostra personale vicenda umana.

Fratelli – scrive l’Apostolo Paolo ai Tessalonicesi – siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.  Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie.  Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono.  Astenetevi da ogni specie di male.  Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.  Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!”.

La Parola della Domenica

di , 5 Dicembre 2008

PRIMA LETTURA – Dal libro del profeta Isaìa (40,1-5.9-11)
Il popolo ebraico in esilio a Babilonia cominciò ad intravedere la possibilità di una liberazione: Dio non li aveva abbandonati ed attraverso le strade misteriose della Provvidenza, che si servono delle azioni degli uomini anche a loro insaputa, aveva fatto crollare l’impero dei loro oppressori. Un profeta anonimo, i cui scritti sono conservati dalla Bibbia sotto il nome di Isaia, legge il presente ed il futuro con gli occhi della fede e prende a cantare il prossimo ritorno in patria.  Nel giorno beato della liberazione, tutti gli ostacoli del cammino scompariranno.  Il popolo che Dio stesso avrà reso libero procederà spedito e guidato dal Signore giungerà alla meta della salvezza.


SECONDA LETTURA – Dalla seconda lettera di S. Pietro apostolo (3,8-14)
Alla fine del primo secolo stavano ormai scomparendo gli ultimi testimoni del tempo apostolico e per i credenti più deboli nella fede, divenne sempre più grande la tentazioni di un ritorno alla vita di prima.  Chiaramente, il grande giorno che essi attendevano non era venuto ed il mondo continuava ad essere lo stesso.  Pietro, invita alla pazienza. Attendendo la piena manifestazione di Dio, bisogna saper distinguere ciò che è caduco ed il mondo nuovo del rinnovamento interiore dell’uomo che il Signore ci dona.


VANGELO – Dal vangelo secondo Marco (1,1-8)
Fin dall’inizio del suo vangelo, Marco presenta Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio, annunciato da Giovanni Battista, investito dalla forza dello Spirito Santo fin dal battesimo e vincitore nei confronti delle forze del male. Tutte le parole del primo versetto sono state scelte con grande attenzione: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio”. 

“Inizio”.  Molti libri biblici fino da quello della Genesi cominciano così. Marco suggerisce in questo modo un accostamento tra la prima pagina della Bibbia e l’inizio del Vangelo di Gesù, come farà più tardi anche Giovanni con il prologo della sua opera. Con Gesù comincia infatti una nuova storia della salvezza, quasi una nuova creazione del mondo.  Questo è vero nell’esistenza di ogni credente: per ogni cristiano il momento in cui per la prima volta inizia ad ascoltare la parola di Gesù segna nella sua vita un vero nuovo inizio.  Ogni incontroscontro con Gesù è portatore di una profonda novità nella vita di ogni uomo. Le storie dei santi a cominciare da quelle degli stessi apostoli, lo confermano in maniera evidente. Questo è il Vangelo, cioè la buona notizia che ci viene offerta!

Marco usando il termine vangelo per designare l’annuncio cristiano proclama così che Gesù dà inizio al tempo della vera liberazione, con lui le promesse di Dio si compiono: questa è la buona notizia che la chiesa è chiamata a diffondere nel mondo. Sembra tutto scontato e conosciuto, eppure questo fatto dà molto da pensare. La noia e lo sbadiglio, lo scarso entusiasmo con cui oggi viene accolta la predicazione cristiana sono un rimprovero al nostro modo di annunciare il vangelo. Non siamo capaci di proclamare “la buona notizia” facendo comprendere ai nostri fratelli tutta la bontà di questo annuncio.

Ironicamente potremmo dire che spesso la nostra evangelizzazione non la fa sembrare né “buona” né una vera “notizia”, un annuncio nuovo. Forse perché noi per primi abbiamo sperimentato troppo poco la gioia della fede e la positività di una vera vita cristiana. La notizia è Gesù che è uomo eppure “Figlio di Dio”.  Marco ripete più volte, nel corso del suo vangelo, che la fede in Gesù figlio di Dio non è possibile che a partire dalla croce. Nella prima pagina del suo vangelo Marco si impegna a mostrare che Gesù è il compimento della speranza del popolo della prima alleanza. Gesù non è dunque soltanto l’annunciatore del vangelo, ma il suo stesso contenuto, la buona notizia è Gesù stesso. L’ascolto del vangelo è dunque incontro con il mistero di Gesù, il mistero della sua divinità, ma anche della sua profonda umanità.

Giovanni Battista diventa a questo punto semplicemente un elemento di questo grande quadro di presentazione del Signore e del suo valore per noi. E’ il primo messaggero di questo annuncio, come Marco dice presentando la venuta a lui della commissione mandata dai sommi sacerdoti del tempio. L’evangelista annota che la sua confessione fu un’affermazione positiva: il Messia che sarebbe venuto non avrebbe sottratto spazio agli uomini, ma avrebbe allargato i confini della loro libertà,invita a compiere a Natale delle scelte giuste, dei gesti profetici, che lascino nascere la Speranza.

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