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Il testamento di Paolo VI

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di , 22 Ottobre 2014

 th.jpg PAPA PAOLO VIIn nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

1. Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara; e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità, che per me si è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero, e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce. Dinanzi perciò alla morte, al totale e definitivo distacco dalla vita presente, sento il dovere di celebrare il dono, la fortuna, la bellezza, il destino di questa stessa fugace esistenza: Signore, Ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, ed ancor più che, facendomi cristiano, mi hai rigenerato e destinato alla pienezza della vita

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19 Marzo- Memoria di S.Giuseppe e ” Festa del Papà “.

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di , 17 Marzo 2014

San Giuseppe 1

Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, di recente fatto Beato, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, “lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola. Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già scomparso (alle nozze di Cana, infatti, non è menzionato), ma noi non sappiamo né dove nè quando sia morto; non conosciamo la sua tomba, mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli. Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di Giusto. Nel linguaggio biblico è detto “giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio. Giuseppe discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno. Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del “buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da padre putativo al Figlio di Dio. Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria. Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; alla fine si teneva la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale. Se nel frattempo veniva concepito un figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale. La procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era comminata mediante la lapidazione. Ora appunto nel Vangelo di Matteo leggiamo che “Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme. Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto”(Mt 18-19). Mentre era ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio. In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe allora può accettare o no. Per amore di Maria accetta, nelle Scritture leggiamo che “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Nella schiera dei suoi fedeli il primo in ordine di tempo oltre che di grandezza è lui: san Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria. (…) Quello di Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? E’ la domanda che affiora più frequentemente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. Sappiamo che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (cfr. Mt 1, 18-25), ossia un matrimonio verginale, ma un matrimonio comunque vissuto nella comunione più piena e più vera: “una comunione di vita al di là dell’eros, una sponsalità implicante un amore profondo ma non orientato al sesso e alla generazione” (S. De Fiores). Se Maria vive di fede, Giuseppe non le è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia anche quella del suo sposo. Maria amava il silenzio, Giuseppe anche: tra loro due esisteva, né poteva essere diversamente, una comunione sponsale che era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. “La coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – ha detto Giovanni Paolo II –, dal quale la santità si espande su tutta la terra” (Redemptoris Custos, n. 7). La coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima “chiesa domestica” della storia, anticipa per così dire la condizione finale del Regno (cfr. Lc 20, 34-36 ; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino. “Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. “Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare…”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia). Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a san Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste. Giovanni Paolo II ha confessato di pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori: il beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI. In questo giorno, alla protezione di S.Giuseppe affidiamo tutti i “Papà”del mondo intero,affinchè come lo “sposo di Maria”sappiano amare le loro famiglie e siano fedeli educatori dei loro figli con la loro “santità di vita”.

27 Gennaio “GIORNATA DELLA MEMORIA”.

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di , 25 Gennaio 2014

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Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata in commemorazione delle vittime del nazismo, dell’Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.
In questo giorno si celebra la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche dellArmata Rossa

La scelta della data ricorda il 27 gennaio 1945 quando le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Auschwitz scoprendo il tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazista.
Ad Auschwitz, circa 10-15 giorni prima, i nazisti si erano rovinosamente ritirati portando con loro, in una marcia della morte, tutti i prigionieri sani, molti dei quali morirono durante la marcia stessa.
L’apertura dei cancelli di Auschwitz mostrò al mondo intero non solo molti testimoni della tragedia ma anche gli strumenti di tortura e di annientamento utilizzati dentro a quel lager nazista.
In realtà i sovietici erano già arrivati precedentemente a liberare dei campi come quello di Chełmno e quello di Bełżec ma questi, essendo di sterminio e non di concentramento, erano vere e proprie fabbriche di morte dove deportati venivano immediatamente gasati, salvando solo poche unità speciali.
Il 27 gennaio il ricordo della Shoah, cioè lo sterminio del popolo ebraico, è celebrato dagli stati membri dell’ONU, in seguito alla risoluzione 60/7[1] del 1 novembre2005.
Dalla metà del XX secolo con il termine Olocausto (con l’adozione della maiuscola) si indica, per antonomasia, il genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei d’Europa e, per estensione, lo sterminio nazista verso tutte le categorie ritenute “indesiderabili”[1], che causò circa 15 milioni di morti in pochi anni.[2] L’Olocausto in quanto genocidio degli ebrei è chiamato, più correttamente, con il nome di Shoah (inlingua ebraica: השואה, HaShoah, “catastrofe”, “distruzione”)[3]. Esso consistette nello sterminio di un numero compreso tra i 5 e i 6 milioni di ebrei, di ogni sesso ed età[4].
La distruzione di circa i due terzi degli ebrei d’Europa[5] venne organizzata e portata a termine dalla Germania nazista mediante un complesso apparato amministrativo, economico e militare che coinvolse gran parte delle strutture di potere burocratiche del regime, con uno sviluppo progressivo che ebbe inizio nel 1933 con la segregazione degli ebrei tedeschi, proseguì, estendendosi a tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale, con il concentramento e la deportazione e quindi culminò dal 1941 con lo sterminio fisico per mezzo di eccidi di massa sul territorio da parte di reparti speciali e soprattutto in strutture di annientamento appositamente predisposte (campi di sterminio), in cui attuare quella che i nazisti denominarono soluzione finale dela questione ebraica[6]. Questo evento non trova nella storia altri esempi a cui possa essere paragonato per le sue dimensioni e per le caratteristiche organizzative e tecniche dispiegate dalla macchina di distruzione nazista.
La parola “Olocausto” deriva dal greco ὁλόκαυστος (olokaustos, “bruciato interamente”), a sua volta composta da ὅλος (olos, “tutto intero”) e καίω (kaio, “brucio”)[7] ed era inizialmente utilizzata ad indicare la più retta forma di sacrificio prevista dal giudaismo.[8]
L’uso del termine Olocausto viene anche esteso a tutte le persone, gruppi etnici e religiosi ritenuti “indesiderabili” dalla dottrina nazista, e di cui il Terzo Reich aveva previsto e perseguito il totale annientamento, poiché avvenuto nel medesimo evento storico: essi potevano comprendere, secondo i progetti del Generalplan Ost, popolazioni delle regioni orientali europee occupate ritenute “inferiori”, e includere quindi prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, nazioni e gruppi etnici quali Rom, Sinti,Jenisch, gruppi religiosi come testimoni di Geova e pentecostali, omosessuali, malati di mente e portatori di handicap.[9

Auguri Mons.Capovilla !!! Un nuovo Cardinale “quasi centenario”.

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di , 18 Gennaio 2014

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L’arcivescovo Loris Francesco Capovilla, già segretario particolare di Giovanni XXIII, sarà uno dei cardinali del prossimo concistoro di Papa Francesco. L’elevazione alla porpora dell’arcivescovo, oggi 98enne, giunge nell’anno della canonizzazione di Papa Roncalli che sarà proclamato santo il prossimo 27 aprile insieme a Giovanni Paolo II.
Il 22 febbraio prossimo Papa Francesco con i nuovi cardinali porterà così a 120 il numero dei porporati elettori. Mons. Capovilla è stato per un decennio il segretario particolare di Papa Giovanni, negli anni successivi ne ha custodito la memoria e divulgato pensiero ed opere. Oggi vive a Sotto il Monte, il paese natale del pontefice bergamasco, in mezzo alle memorie giovannee, dove ha scelto di ritirarsi verso la fine degli Anni Ottanta.
L’annuncio de nuovi cardinali è stato dato direttamente da Papa Francesco durante l’Angelus in piazza San Pietro trasmesso in diretta dalla Rai stamattina. Sono «16 nuovi cardinali appartenenti a 12 Nazioni di ogni parte del mondo che rappresentano il profondo rapporto ecclesiale tra la chiesa di Roma e le altre chiese sparse per il mondo». Tra loro c’è il segretario di Stato Piero Parolin. E tra i tre non elettori c’è Loris Capovilla.
Ecco l’elenco dei nuovi cardinali che il Papa creerà il 22 febbraio
1) Mons. Pietro Parolin, Arcivescovo titolare di Acquapendente,Segretario di Stato.
2) Mons. Lorenzo Baldisseri, Arcivescovo titolare di Diocleziana, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi.
3) Mons. Gerhard Ludwig Muller, Arcivescovo-Vescovo emerito di Regensburg, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
4) Mons. Beniamino Stella, Arcivescovo titolare di Midila, Prefetto della Congregazione per il Clero.
5) Mons. Vincent Gerard Nichols, Arcivescovo di Westminster (Gran Bretagna).
6) Mons. Leopoldo José Brenes Solórzano, Arcivescovo di Managua (Nicaragua).
7) Mons. Gérald Cyprien Lacroix, Arcivescovo di Québec (Canada).
8) Mons. Jean-Pierre Kutwa, Arcivescovo di Abidjan (Costa d’Avorio).
9) Mons. Orani João Tempesta, O.Cist., Arcivescovo di Rio de Janeiro (Brasile).
10) Mons. Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve (Italia).
11) Mons. Mario Aurelio Poli, Arcivescovo di Buenos Aires ( Argentina).
12) Mons. Andrew Yeom Soo jung, Arcivescovo di Seoul (Korea).
13) Mons. Ricardo Ezzati Andrello, S.D.B., Arcivescovo di Santiago del Cile (Cile).
14) Mons. Philippe Nakellentuba Ouédraogo, Arcivescovo di Ouagadougou (Burkina Faso).
15) Mons. Orlando B. Quevedo, O.M.I., Arcivescovo di Cotabato (Filippine).
16) Mons. Chibly Langlois, Vescovo di Les Cayes (Haïti).
I tre emeriti, che non avrebbero diritto di voto in un eventuale conclave sono:
Mons. Loris Francesco Capovilla, Arcivescovo titolare di Mesembria.
Mons. Fernando Sebastián Aguilar, C.M.F., Arcivescovo emerito di Pamplona.
Mons. Kelvin Edward Felix, Arcivescovo emerito di Castries.
La scheda
Monsignor Loris Francesco Capovilla nasce il 14 ottobre 1915 a Pontelongo in provincia di Padova. La famiglia si trasferirà poi a Mestre. Alunno del Seminario patriarcale di Venezia, è ordinato sacerdote il 23 maggio 1940. Assolve vari incarichi in parrocchia e in curia, a scuola e nell’Azione Cattolica, nell’Onarmo di Porto Marghera, in carcere minorile e negli ospedali. Nel 1949 il Patriarca Carlo Agostini lo vuole direttore del settimanale diocesano «La voce di S. Marco» e redattore della pagina veneziana de «L’avvenire d’Italia». È iscritto all’albo dei giornalisti dal 1950.
Per oltre un decennio, prima Venezia, poi in Vaticano, è segretario particolare di Angelo Giuseppe
Roncalli, Papa dal 28 ottobre 1958 al 3 giugno 1963 con il nome di Giovanni XXIII. Dal 1963 al 1967 è perito conciliare. Il 26 giugno 1967 è nominato da Paolo VI arcivescovo di Chieti-Vasto ricevendo la consacrazione episcopale il 16 luglio successivo. Papa Montini gli assegna anche il titolo arcivescovile di Mesembria (Bulgaria) in memoria di Giovanni XXIII, che ne fu insignito dal 1934 al 1953. Il 25 settembre 1971 è nominato delegato pontificio al Santuario di Loreto nelle Marche, dove rimane fino al 10 dicembre 1988, quando si ritira. Va poi a risiedere per un breve periodo ad Arre in provincia di Padova, poi nel paese natale di Papa Roncalli a Sotto il Monte. In questo luogo è custode fedele della memoria storica e spirituale del Beato Papa Giovanni XXIII.
Numerosi e approfonditi i testi, le conferenze e le pubblicazioni dedicate al pontefice bergamasco. Canonico onorario di Venezia e di Bergamo, ha curato la pubblicazione di numerosi scritti di Papa Roncalli, tra cui «Il Giornale dell’Anima», «Lettere ai familiari», «Lettere 1958-63», la trilogia «Questo è il mistero della mia vita», «Giovanni XXIII, un santo della mia parrocchia» e «Mi chiamerò Giovanni».

No alla guerra tra di noi!

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di , 5 Dicembre 2013

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All’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre! Nel quartiere, nel posto di lavoro, quante guerre per invidie e gelosie, anche tra cristiani! La mondanità spirituale porta alcuni cristiani ad essere in guerra con altri cristiani che si frappongono alla loro ricerca di potere, di prestigio, di piacere o di sicurezza economica. Inoltre, alcuni smettono di vivere un’appartenenza cordiale alla Chiesa per alimentare uno spirito di contesa. Più che appartenere alla Chiesa intera, con la sua ricca varietà, appartengono a questo o quel gruppo che si sente differente o speciale.

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S.Ambrogio, Patrono di Milano, vescovo e Dottore della Chiesa

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di , 5 Dicembre 2013

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Treviri, Germania, c. 340 – Milano, 4 aprile 397
Aveva scelto la carriera di magistrato – seguendo le orme del papà, prefetto romano della Gallia – e a trent’anni si trovava già ad essere Console di Milano, città che era allora capitale dell’Impero. Così, quel 7 dicembre dell’anno 374, in cui cattolici e ariani si contendevano il diritto di nominare il nuovo Vescovo, toccava a lui garantire in città l’ordine pubblico, e impedire che scoppiassero tumulti. L’imprevedibile accadde quando egli parlò alla folla con tanto buon senso e autorevolezza che si levò un grido: «Ambrogio Vescovo!». E pensare che era soltanto un catecumeno in attesa del Battesimo! Cedette, quando comprese che quella era anche la volontà di Dio che lo voleva al suo servizio. Cominciò distribuendo i suoi beni ai poveri e dedicandosi a uno studio sistematico della Sacra Scrittura. Imparò a predicare, divenendo uno dei più celebri oratori del suo tempo, capace di incantare perfino un intellettuale raffinato come Agostino di Tagaste, che si convertì grazie a lui.

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S.Nicolo’ Patrono della Serenissima e dei ” Vetrai di Murano”

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di , 30 Novembre 2013

nikolaus-mytraRaccontano le cronache dell’epoca che Il giorno 8 maggio del 1087 giunsero a Bari, le spoglie di San Nicola-Magno, trafugate dalla Basilica di Myra, (attuale Turchia) da 62 marinai dopo una avventurosa spedizione in terra d’oriente. I veneziani eterni rivali nei traffici marittimi, entrarono in competizione per il possesso definitivo delle reliquie e saputo che parte delle stesse ancora giacevano nell’antica sepoltura del santo, partirono nel 1099 per la Prima Crociata guidati dal Doge Vitale Michiel. Nel viaggio di ritorno attraversando la città di Myra e spacciandosi per devoti pellegrini, con l’inganno violarono la sacra tomba e si impadronirono definitivamente delle restanti ossa che portarono trionfalmente a Venezia nel 1100, collocandole alla venerazione del popolo nella chiesa portuale di S.Nicolò del Lido già eretta in suo onore un secolo prima. Da allora, la Serenissima lo volle accanto all’Evangelista Marco come patrono della flotta navale invocandolo anche come protettore dei marinai, naviganti, mercanti e successivamente a lui furono intitolate chiese, confraternite, corporazioni arti e mestieri. La fama di questo santo comunque, era già ben nota nel mondo cristiano.

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A conclusione dell’Anno della Fede, un piccolo bilancio

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di , 23 Novembre 2013

Annus FideiPiù di un anno è ormai passato da quando Papa Benedetto XVI°(ora Pontefice Emerito) annunziò alla Chiesa Universale l’indizione Dell’ANNO della FEDE, era l’11 ottobre 2012 e le motivazioni che indussero il Pontefice a proclamare questo”Momento di Grazia” erano fondamentalmente due: celebrare il 50° Anniversario dell’Apertura del Concilio Vaticano II° e fare memoria del 20° Anniversario della Promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, donato dal Beato Papa Giovanni Paolo II°. E di fatto quest’anno, “veramente straordinario” per la vita della Chiesa, ci ha regalato sorprese e momenti veramente intensi di vita cristiana. La prima cosa che lasciò sorpreso il mondo e tutta la Cristianità, furono le “inaspettate dimissioni di Papa Benedetto”. Fu come “un fulmine a ciel sereno”, come lo definì il Card. Sodano che per primo prese la parola a nome dei Porporati durante il Sinodo che si stava compiendo.

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1914-2014 La Chiesa di Venezia ricorda S.Pio X° ad un secolo dalla sua morte con un’anno di celebrazioni e di incontri

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di , 20 Novembre 2013

PioXMartedì 12 novembre a Palazzo Ferro Fini ,sede del Consiglio Regionale Veneto, il Patriarca di Venezia Mons.Francesco Moraglia, ha presentato in sintonia con il Centro Culturale Laguna promotore dell’iniziativil programma delle Celebrazioni in memoria di S.Pio X° a cento anni dalla sua morte Giuseppe Sarto, nato a Riese (provincia di treviso) è stato il 38°Patriarca di Venezia (negli anni 1894-1903) e il 257°Vescovo di Roma (dal 1903 al 1914). La storia racconta che dopo la benedizione “della prima pietra”del nuovo campanile di S.Marco avvenuta il 25 aprile del 1903, fu chiamato come Cardinale al Conclave che doveva eleggere il nuovo successore di Papa Leone XIII°. Partì per Roma il 26 luglio dello stesso anno, accompagnato in gondola fino al piazzale della Ferrovia di S.Lucia. Volgendosi verso i veneziani che festanti lo salutavano raccomandandogli di “tornare presto”, pronunziò la famosa frase che è rimasta leggendaria :”Vivo o morto tornarò”! E questo suo desiderio fu esaudito più di mezzo secolo dopo da Papa Giovanni XXIII°, che il 12 aprile del 1959 inviò l’urna con le sue spoglie in Basilica di S.Marco per essere esposte alla venerazione di tutti i veneziani. Ora a distanza di cento anni dalla sua morte la Chiesa Veneziana vuole onorare e fare memoria di questo “ Figlio della terra Veneta”che ha incarnato i valori della sua gente affrontando le sfide della Chiesa e della società del suo tempo. Una figura a 360 gradi, lo ha definito il patriarca Francesco capace di intervenire radicalmente nella vita della chiesa riformando la Liturgia la Catechesi il Canto Sacro e il Codice di Diritto Canonico. Morì ossessionato dalla minaccia del “ Guerrone” la Prima Guerra Mondiale, che aveva previsto con grande lucidità e che contribuì con il “suo avverarsi” all’aggravamento della sua malattia e alla sua scomparsa. Le conferenze e le celebrazioni che durante quest’anno si succederanno, saranno mirate a rispecchiare la sua opera come Pontefice e come Uomo” materialmente povero ma spiritualmente ricco di umanità e di amore verso i poveri e gli ultimi”. Sabato 23 novembre alle ore 16,avrà luogo in S.Marco la messa solenne di “Inizio delle Celebrazioni del Centenario”in riconoscenza al Signore per aver donato alla Chiesa e al mondo “ un Santo della nostra terra”.

1973-2013 – Quarant’anni fa iniziavano i restauri

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di , 15 Novembre 2013

f450x450px-136a37b9115120d8d2ab4b022a6b0bbd - CopiaNell’autunno dell’ormai lontano 1973,iniziavano i lavori di restauro e di impermeabilizzazione del pavimento musivo della nostra Basilica dei SS.Maria e Donato in Murano. Da allora sono passati esattamente quarant’anni e questo intervento definito dall’allora Parroco Don Vittorio Vianello “miracolosamente provvidenziale” fu possibile per merito di una coppia di coniugi americani i signori John e Gladis Delmas che finanziarono a nome della Fondazione Save Venice Inc. di New York le diverse opere di risanamento. Tutto cominciò ,come raccontava Don Vittorio nei suoi ricordi personali” in una grigia mattina di autunno”,la chiesa era chiusa per l’ennesima alta marea e alcune persone bussarono alla porta della canonica. Dopo aversi presentato al parroco” come cultori e amanti dell’arte,” la coppia americana accompagnata dal Prof. John Mc .Andrew ( fondatore del Save Venice ) chiesero gentilmente di poter accedere all’interno per constatare visibilmente lo stato di degrado dell’intero edificio, pavimento compreso.Una volta raggiunta la soglia della porta interna della sacrestia, con grande stupore dovettero fermarsi,: mai non avrebbero immaginato di vedere un pavimento medievale così splendido sommerso dall’acqua. Attoniti e alquanto sorpresi da questo “insolito fenomeno” i signori Delmas si guardarono negli occhi, e dopo aversi sussurrato qualche parola dissero rivolti a don Vittorio ( che nel frattempo aveva spiegato loro i continui disagi e relativi danni ) :” Non si preoccupi Padre, da oggi in poi a questi problemi cercheremo di provvedere noi tramite la nostra Fondazione”. In’un primo momento, il Parroco credette di aver interpretato male le parole, dato che loro non parlavano in italiano ma bensì in Francese lingua che lui stentava a capire. Ma dopo essersi spiegati in maniera “ chiara e comprensibile” Don Vittorio capì che si stava avverando “il miracolo” che lui, da molti decenni attendeva dalla divina provvidenza. Passata “la grande emozione” di questa inaspettata decisione, Don Vittorio chiese ai signori Delmas di poter dare pubblicamente l’annuncio ufficiale alla Comunità Muranese e dopo aver ottenuto il loro consenso comunicò ai fedeli la “ grande notizia “ durante tutte le messe domenicali. I lavori furono commissionati ad un’impresa specializzata italiana diretta dagli ingegneri Zerbo e Francalancia che subito iniziarono un progetto di stacco del pavimento, impermeabilizzazione della chiesa e conseguente riposizionamento dei mosaici.I lavori cominciarono” alla grande “con particolare urgenza e professionalità da parte degli addetti. Si procedette come primo passo ad uno schema di mappatura e di suddivisione del pavimento in sezioni di stacco, quindi si iniziò il taglio l’incollatura con relativo “strappo”e numerazione delle sezioni rimosse per poter procedere correttamente alla sua futura ricomposizione. Staccato interamente il mosaico che posava sopra uno strato argilloso instabile, si proseguì con la rimozione di tutta la fanghiglia sottostante. Furono riconsolidate le antiche fondazioni dove poggiavano le colonne e le murature perimetrali con iniezioni di cemento e si piantarono nel sottosuolo una settanta di“ micropali in cemento” a intervalli irregolari della lunghezza di metri 12,50 che dovevano servire da sostegno e da ancoraggio alla “ vasca di impermeabilizzazione” in calcestruzzo che come una grande scatola avrebbe contenuto all’asciutto l’intero edificio. I lavori proseguirono per sei lunghi anni, ci vollero solo otto mesi per staccare tutti i cinquecento metri quadrati di mosaico pavimentale e più di un anno per il riposizionamento finale e la sua ricomposizione nelle tessere mancanti. Con pazienza e abilità certosina furono ricostruiti motivi e geometrie in parte quasi del tutto mancanti, fu ripulito il mosaico absidale della “ Vergine orante” rimossi definitivamente due altari laterali barocchi, impermeabilizzato il tetto ed eseguito l’inserimento di un nuovo impianto di riscaldamento. Il costo di tutta l’opera di restauro superò allora “il Miliardo di Lire Italiane,” con un parziale contributo del Magistrato alle Acque di Venezia, ma la spesa maggiore fu sostenuta dalla “grande generosità dei coniugi Delmas” che si dimostrarono dei “ veri signori” non solo per il loro portafoglio ma soprattutto per “ la grandezza del loro cuore” .Adesso a distanza di quarant’anni la Save Venice è ritornata ancora in memoria dei Delmas a rifinanziare un nuovo restauro conservativo del nostro pavimento. Purtroppo in questi lunghi anni alcune maree eccezionali, sono penetrate allagando parte del pavimento con conseguenze di corrosione e di stacco delle tessere musive. Da un’ anno sono all’opera il maestro mosaicista Giovanni Cucco e la sua Assistente la Signora Magda che, con lunga esperienza e professionalità stanno riparando i danni del degrado che il mosaico pavimentale ha subito. Ci vorrà ancora del tempo, ma i risultati già si vedono soprattutto nella navata di sinistra quasi del tutto completata. Dobbiamo dire “ grazie infinite “a questi amici nostri “mecenati” che ancora una volta hanno messo a disposizione il loro amore per l’arte e soprattutto dimostrato una splendida generosità .In ricordo dei coniugi Delmas “indimenticabili benefattori” sarà celebrata mercoledì 18 dicembre a S.Donato assieme ai Defunti della Confraternita una S.Messa di suffragio.Il Signore doni a loro e a tutti i fedeli defunti il “premio eterno”e la beatitudine celeste in cui hanno creduto e sperato.

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