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Un saluto filiale

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di , 29 Agosto 2011

Siamo ancora in un tempo di vacanza, e già siamo chiamati ad un primo appuntamento importante,  Mercoledì 7 settembre in San Marco saluteremo il Card.  Angelo che è stato chiamato a guidare  la diocesi Milano.  Obbedienti alla volontà di Dio che fa la storia, accettiamo questa scelta della Chiesa che ha inviato  alla grande Diocesi ambrosiana il nostro Patriarca Angelo.  Abbiamo ancora nel cuore e negli occhi  il ricordo della sua Sosta Pastorale, le sue parole colme di paterna attenzione alle nostre comunità,  la sua dolcezza con i bambini, la sua testimonianza di vita con i ragazzi, la sua attenzione verso  tutti.  Abbiamo colto in quei due giorni il vero tratto del Pastore che ha cura del suo gregge.  Ora il Signore lo chiama ad un altro tempo di servizio alla Chiesa.  Noi preghiamo per lui perché il  Signore lo sostenga con il suo Spirito.  Tutti siamo invitati a partecipare al saluto, come è scritto nelle note tecniche che troviamo qui sotto,  tutti possono venire in Basilica cattedrale di San Marco, forse tutti non entreremo.  Sarà possibile  seguire in diretta la Santa Messa di saluto tramite Tele Chiara sul canale 14 del digitale terrestre, ma credo sia doveroso esserci, per ringraziare  con il Patriarca il Signore per quello che è stato per noi in questi anni.

Don Carlo

Note logistiche per i fedeli
L’entrata in Cattedrale di S. Marco e la partecipazione all’Eucaristia è libera, pertanto non sono previsti inviti  o pass.  La S. Messa inizierà alle 18.30.  Si consiglia di prevedere l’arrivo in Basilica con un certo anticipo, in modo da favorire un afflusso comodo e  ordinato.  L’ingresso sarà consentito a partire dalle 17.30.  I fedeli potranno entrare dalla porta centrale o dalla  porta laterale “della Nicopeja” (Piazzetta dei Leoncini).  Dopo la S. Messa, presso la Piazzetta dei Leoncini, il Card. Scola incontrerà i fedeli che vorranno salutarlo  personalmente.

Raccolta offerte per gesto di carità
Non ci saranno doni per il Patriarca, se non un presente dal forte significato simbolico.  La sua volontà è quella  di partecipare tutti insieme ad un atto di carità, che sia in qualche modo collegato alla chiusura della Visita  Pastorale, cioé per un’opera di educazione al gratuito, che sarà esplicitata a breve.  L’invito è dunque a versare fin d’ora delle offerte secondo le seguenti modalità: consegna a mano delle offerte  all’Ufficio Cassa della Curia Patriarcale; consegna a mano, il giorno stesso del saluto nella Basilica di S.Marco, a don Danilo Barlese o a mons.Valter Perini

Una Parola nuova, la riflessione del Card Tettamanzi

di , 14 Febbraio 2009

Ancora una riflessione
LE PAROLE DELL’ARCIVESCOVO DI MILANO Card. Tettamanzi

 La vicenda di Eluana Englaro, la giovane in “stato vegetativo” da 17 anni, mi colpisce come credente e cittadino, ma soprattutto mi interpella come Vescovo della terra in cui Eluana abita. In questi giorni sono stati davvero numerosi i sentimenti, le riflessioni e gli interrogativi che sono cresciuti nel mio cuore. Desidero ora confidarne alcuni a quanti il Signore ha affidato alle mie cure pastorali. Vorrei essere discreto, entrando in punta di piedi in una storia umana quanto mai delicata, nella quale “il mistero della vita si fa più denso, quasi inaccessibile alla luce della sola ragione”, e lancia una “sfida formidabile per la libertà” di ciascuno di noi.

Sfogliando i quotidiani e leggendo i titoli che commentano la sentenza su Eluana, il mio pensiero tende sempre più a staccarsi dalle parole a stampa. Sono parole umane, anche vere, talora indovinate: ma non mi bastano. Cerco allora una “parola nuova”, originale, unica: la trovo nel “Vangelo di Marco”, quando racconta della figlia di Giairo, un capo della sinagoga, la quale giace gravemente ammalata (cfr. “Marco 5,21- 24. 3543”). Mentre egli sta supplicando Gesù di venire a trovarla e guarirla, dalla sua casa alcuni vengono a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Per i parenti e gli amici, dunque, la giovane appare morta, immobile sul letto, incapace di parlare e di sorridere come era solita fare un tempo: la condizione in cui versa la figliola è ormai senza speranza. Perché darsi ancora da fare per lei, accudirla, disturbare persino il Maestro?Ma Gesù non è dello stesso parere: «La bambina non è morta, ma dorme». Un’affermazione contraria all’opinione di molti, un’espressione paradossale, quasi ingenua: “aprire una speranza quando la porta della vita sembra essere ormai chiusa per sempre”. Il Maestro questa volta si è sbagliato: «Ed essi lo deridevano»,. In realtà gli occhi di Gesù vedono quello che è invisibile agli occhi umani: i segni della vita personale non sono scomparsi, ma solo resi quasi impercettibili ai sensi, così deboli da non apparire più credibili. Infatti la persona umana, nel suo mistero, sfugge al nostro sguardo. Non è forse così anche per chi non può manifestare la propria coscienza ed entrare in relazione con noi attraverso le parole, i sensi, i gesti? Chissà se la figlia del capo della sinagoga era clinicamente morta oppure giaceva in uno stato comatoso o vegetativo. Il racconto di Marco non ce lo fa sapere e qui il mio pensiero si ferma. Ma un’intuizione mi prende: “l’intelligenza della vita e la speranza nella vita non sono separabili”.Per comprendere e abbracciare con lo sguardo della ragione la vita dell’uomo in tutte le sue possibili circostanze occorre aprirsi al pensiero del futuro. La ragione deve osare un’apertura sul domani, non può appiattirsi sul presente, rimanere prigioniera di un’opinione o di un’ostinazione, ma spalancarsi a tutta la realtà della vita, quella visibile e quella che i nostri sensi non riescono a percepire. Allo stesso tempo la speranza della vita scaturisce dal presentimento della realtà nella sua pienezza, della verità tutta intera, quella che sfugge alla scienza dell’uomo ma è rivelata dallo “Spirito di verità” (cfr. “Giovanni 16,13”) nella vita stessa di Gesù di Nazareth. Entro così in un ordine più alto, nella sfera della fede, che mi fa contemplare la vicenda di Gesù nella sua singolarità.  Lui solo ha potuto dire alla figlia di Giairo: “Thalita kum!”, “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. E ridestandola con potenza alla “vita terrena” ha dato inizio in lei a quella “vita divina” che si compirà in pienezza nell’ultimo giorno con la risurrezione della carne. Nella luce di questa prospettiva trascendente prende forma un giudizio etico, che nasce dalla fede cristiana ma non è estraneo alla ragione: non possiamo spegnere la vita di nessuna creatura umana senza uccidere, insieme a lei, la speranza che vive in essa, quella di essere fatta per la vita e non per la morte. Sento forte il bisogno della preghiera. Celebrando l’Eucaristia chiedo al Signore che la nostra comunità cristiana possa trovare “parole vere” e tenere “comportamenti giusti”, ispirati a un “vero e grande amore” per la vita di ogni donna e di ogni uomo, in ogni stagione e circostanza.

 

Tanti sentieri per una sola strada

di , 16 Novembre 2008

“E’ Dio l’educatore!  Dio educa il suo popolo!”  Quest’espressione del Cardinale Carlo Maria Martini fece centro qualche anno fa, quando invece di scrivere la sua Lettera alla Diocesi di Milano rivolgendosi ad ogni singolo settore e ambito della formazione, il Vescovo intuì che prima di tutto era lo stesso Dio ad aver scelto per sé questa difficile “professione” e servizio di essere lui stesso animatore, lui catechista, lui insomma educatore. Anche nella nostra Diocesi sta circolando questa consapevolezza, come racchiusa in una formula che magica non è visto che è affidata all’impegno quotidiano di tutti: SIAMO UNA “COMUNITÀ’ EDUCANTE!”

Tutte le diverse forme in cui si esercita questo duro ed affascinante compito di condurre le persone sulla via del Vangelo deve essere unificato in una visione comune, pur restando tanto diverse le modalità. Anche noi dell’Unità Pastorale di Murano ci vogliamo interrogare e per questo martedì prossimo ci incontreremo con don Walter Perini per iniziare a camminare. Una Nota del Patriarcato precisa questo progetto: “Dalla vita nasce la vita”, questo potrebbe essere lo slogan della “comunità educante”. Di fronte alle difficoltà che ci pone la catechesi oggi, la tentazione più forte è quella di chiederci: “Che cosa dobbiamo fare?”, pensando, certo in buona fede, che la soluzione dei problemi verrà “facendo” alcune cose, quasi che le tecniche, i sussidi, e le iniziative possano “miracolosamente” far cambiare la situazione. Su questo non dobbiamo illuderci.  Spesso il Patriarca ripete che «dall’organizzazione non nasce la vita».  Errori di questo tipo sono fonte di fallimento e di delusione.

Allora su quale strada sicura possiamo incamminarci?  Se “iniziare” alla fede vuol dire introdurre progressivamente ad una vita piena di comunità, questo inserimento dovrà avvenire attraverso degli attori. Non un gruppo di persone qualsiasi, ma una comunità di uomini e donne, dei testimoni (il sacerdote, i catechisti, gli animatori dell’ACR, gli scout, gli insegnanti di religione, i responsabili del canto, della liturgia, dello sport, del patronato, ecc.) che stanno insieme perché hanno incontrato Cristo e vivono di Lui; sono amici in Cristo; una comunità di persone che intende prendere sul serio le implicazioni di Atti 2,42  circa la vita di comunione («Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere»).

Esse sono riprese nelle quattro finalità della Visita pastorale.  Una comunità educante che le segue, vive la logica sacramentale della vita. Una tale comunità, che vive l’evento” di Gesù Cristo, è nelle condizioni di far nascere un “nuovo evento”, perché – secondo le parole del Patriarca: «il luogo in cui si vive l’evento fa nascere un nuovo evento».

Una comunità con queste caratteristiche è una comunità educante perché comunica in modo performativo ai ragazzi la sua umanità “cambiata” dall’evento Cristo. Gli educandi dovranno incontrare non degli individui, neppure dei singoli educatori, ma il loro insieme come espressione di una comunione vitale di persone che testimoniano autorevolmente ciò che propongono.

Insomma, se tutti siamo in cammino, davanti a noi ci sono tanti sentieri per una sola strada.

Don Nandino e don Carlo  

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