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Terza settimana – stendere la copertura

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di , 12 Dicembre 2010

 Il telo sospeso è la caratteristica principale e più evidente della  tenda, sotto ad esso si trova riparo nel sole e nella pioggia, si trovano  l’intimità e la sicurezza.  Per la nostra comunità vuol dire riscoprire  la bellezza delle relazioni, essere luogo dove si fa esperienza  dell’amore di Dio e si offre accoglienza per tutti.  Una vita di comunità che si regge sui  pali giusti non ha paura di accettare la pluriformità delle esperienze che si possono vivere  al proprio interno.  Per questo il telo di copertura potrà anche essere il risultato di un  patchwork tra realtà con sensibilità proprie, ma uguali riferimenti di sostegno.  Cucire tra  loro tutte queste “pezze” di grandezza, colore e consistenza differenti è un lavoro non  da poco, un esercizio di pazienza che però premierà nella bellezza del risultato.  Il patchwork  si avvicina di più al volto di Dio, mentre l’omogeneità dei tessuti – con conseguente  scarto di chi non ci piace perché ha una “trama” diversa dalla nostra – assomiglierà  di più a chi la cuce.  Domandiamoci se questo è un buon servizio al Vangelo.  Gli inviti di  Isaia nell’infondere coraggio l’un l’altro, così come quelli di San Giacomo, ci saranno  preziosi in questa settimana, mentre dal Vangelo viene dato proprio questo monito: non  farci un’immagine di Dio (e della sua Chiesa) a nostro piacimento, ma leggere i segni che  rivelano la Sua reale presenza salvifica in obbedienza allo Spirito.  L’esercizio è quindi quello di scoprire le caratteristiche di ciascuno e valorizzarle nel  posto giusto, perché ne abbia a godere l’intera comunità; facendo attenzione a non accostare  semplicemente l’attività di uno a quella dell’altro, ma sforzandosi di fissare quei  punti che ci “bucano” un po’, ma ci rendono una “tela compatta ed efficace”.

Riprende il cammino dei gruppi di ascolto

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di , 17 Ottobre 2010

In un tempo di crisi, di decadenza, Pacomio rinvia alla  piccola luce dell’evangelo.  La vita della comunità non è limpida,  alcuni hanno lasciato la vita monastica, vi è chi cerca il potere, chi  critica Pacomio, ci sono situazioni di decadenza morale…  Ma non  è limpida neppure la vita della chiesa: tensioni, discordie, litigi, collusione  con il potere politico.  Pacomio ci ricorda che in qualsiasi  situazione noi viviamo, fosse pure una situazione di tenebra comunitaria  o personale, dobbiamo attaccarci con forza alla luce  dell’evangelo.  Il cristiano non è uno che sa tutto, che ha la spiegazione  di tutto; tante cose nella sua vita restano avvolte nella notte,  nel mistero, ma è un uomo, una donna che segue la piccola luce  dell’evangelo nella certezza che essa lo guiderà alla pienezza della  luce e della vita; è un uomo, una donna che sta attaccato ad altri  che seguono quella stessa luce.  Seguono una via stretta, la via che  conduce al regno e si aiutano a vicenda a non lasciarsi distrarre  dalle molte voci che gridano forte cercando di imporre la loro verità.  Ma in che modo possiamo tenerci stretti alla piccola luce e  non smarrire il cammino?  L’ascolto : “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a  noi” (Gv 1,14), proclama il vangelo di Giovanni.  E la lettera agli ebrei  proclama nel prologo che Dio aveva già parlato nei tempi antichi  molte volte e in molti modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente,  in questi giorni, ha parlato a noi nel Figlio che ha costituito  erede di tutte le cose” (Eb 1,1).  Origene, e con lui tutta la tradizione  patristica, ci ricorda che a nulla serve contemplare questo mistero  fuori di noi se non si compie dentro di noi, dentro la nostra persona,  dentro le nostre vite.  La fede non è un fatto gnostico, non è la comprensione  di alcune verità, non è la partecipazione ad una serie di  atti liturgici in rado di procurarci la salvezza; fede è dire Amen a Dio,  è lasciare coinvolgere la nostra vita intera, la nostra persona, psiche,  anima e corpo in questa relazione con il Signore.  “A che ti serve  confessare che Cristo nasce nella carne, se non nasce nella tua  carne?  ” (Om.  sulla Genesi 3,7).  Con queste parole Origene si rivolge  ai cristiani della sua comunità, una comunità che ha perduto il  fervore e l’entusiasmo iniziale e che rischia di ridurre la fede alla  ripetizione di alcuni atti religiosi.  A che ti serve confessare la fede a  parole, come un fatto meramente intellettuale se poi nulla muta  dentro di te?  Prosegui la lettura 'Riprende il cammino dei gruppi di ascolto'»

La Parola della Domenica

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di , 9 Ottobre 2010

27ª del Tempo Ordinario
2 Re 5, 14-17   Tornato Naamàn dall’uomo di Dio, confessò il Signore 
Sal 97   Il Signore ha rivelato ai popoli la sia giustizia 
2 Tm 2, 8-13   Se perseveriamo, con lui anche regneremo. 
Lc 17, 11-19   Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere  gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.
 

Nelle letture che oggi ci propone la liturgia troviamo alcuni punti in comune.  Sia la prima lettura che il Vangelo  ci parlano di malati di lebbra, malattia che presso gli ebrei era considerata come un castigo divino ed  implicava l’emarginazione dalla società; due di questi sono stranieri, quindi non credenti, la guarigione dalla  malattia e gli atteggiamenti legati ad essa, che implicano l’obbedienza della fede.  I dieci lebbrosi si fidano  della parola di Gesù e si mettono in cammino per presentarsi ai sacerdoti, affinché questi riconoscano la  guarigione.  Naaman il siro obbedisce alle parole di Eliseo e ai consigli dei suoi servi, immergendosi sette  volte nel Giordano.  Questo semplice gesto è da sempre stato riconosciuto come figura del battesimo.  Naaman è uno straniero che pensava  di poter “comperare Dio”, diventa invece l’emblema del vero credente, liberandosi dai preconcetti, che professa la sua fede – fiducia  – nel Signore e celebra il culto autentico.  Egli, come il lebbroso del vangelo, non si limita al solo ringraziamento, ma riconosce Dio  come suo salvatore.  Si tratta di un impegno adulto, non legato alla mediazione del profeta, che durerà per tutta la vita.  La sua guarigione  non è solamente fisica, ma totale: egli giunge alla maturità della fede.  Il Salmo 97 recita: “Cantate al Signore un canto nuovo, perché  ha compiuto prodigi”: il canto nuovo si oppone alla ripetizione, all’abitudine.  Dio compie prodigi anche oggi, anche nella nostra vita,  nella vita delle nostre comunità.  Nella lettera di Paolo troviamo la frase: “se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché  non può rinnegare se stesso”, a ricordarci che Dio è fedele al suo dono, anche quando noi gli mostriamo indifferenza.  Lui non solo offre  la salvezza a tutti, ma la ripropone con pazienza alla nostra indifferenza.  Nel racconto del Vangelo di Luca troviamo dieci lebbrosi che a  gran voce chiedono aiuto a Gesù ed ottengono la guarigione, ma uno solo ritorna per ringraziare e non segue gli schemi rigidi della  legge che gli imponevano di recarsi al tempio.  Molto spesso anche noi quando riceviamo un dono ci concentriamo sul suo aspetto materiale,  dimenticando chi ce lo ha fatto, perdendo così l’occasione di trasformare questo dono in un’esperienza di incontro personale con il  donatore.  Questo è il traguardo raggiunto da Naaman il Siro e anche dal Samaritano guarito, che hanno saputo riconoscere Dio com  unico salvatore.  I lebbrosi sono inviati dai sacerdoti prima ancora di essere guariti: l’azione di Dio richiede sempre un ambiente di fiducioso abbandono.  Una volta guariti, le differenze tornano (mistero dell’umana fragilità!  ): nove vanno al Tempio e il samaritano, di nuovo solo, torna indietro,  fa cioè un cambiamento di direzione e di marcia: è il verbo della conversione, del ritorno a Dio.  La Parola di Dio, che non si può incatenare  o ridurre a prassi rigide, rompe gli schemi della nostra vita.  Il samaritano è libero da ogni condizionamento e torna a ringraziare:  questa è la fede.  La lezione che ci viene dal lebbroso guarito è una lezione di stile di vita, di educazione alla gratitudine che in questo  nostro tempo è sempre più dimenticata, convinti come siamo che tutto ci è dovuto e nulla dobbiamo patire o soffrire.  “La tua fede ti  ha salvato”.  È dunque la fede la condizione primaria per ottenere da Dio quello che chiediamo, sempre che ciò che chiediamo sia in piena  sintonia con la sua volontà di salvezza.  Grazie è una parola rara, esige un atto di riconoscenza e di amore verso chi ci ha fatto del  bene.  Ringraziare è anche un atto, un’espressione di tutto il corpo, un coinvolgimento totale nel riconoscimento della grandezza dell’altro.  Il lebbroso esprime il suo grazie con il corpo che prima era oggetto di separazione, ma che ora si fa parola per esprimere il suo amore  a Dio.  È nell’attenzione a ciò che avviene attorno a noi il segreto di un Dio che passa.  Non si stanca il Signore di accostarsi a noi, lo  fa però senza rumore, mescolandosi tra i volti più ordinari che incontriamo quotidianamente in famiglia, sul lavoro, nella comunità cristiana,  nella società civile…

La Parola della Domenica

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di , 30 Maggio 2010

8ª settimana del Tempo Ordinario
Proverbi 8,22-31;
Salmo 8; Lettera ai Romani 5,1-5;
Giovanni 16,12-15
 

Il brevissimo passo evangelico proposto dalla liturgia nella domenica della Trinità, può essere considerato come una finestra  – appena socchiusa, ma preziosissima – che ci permette di dare uno sguardo all’interno del mistero di Dio.  Nel passo evangelico, Gesù è l’unico che parla in prima persona, e parla del Padre, di se stesso e dello Spirito.  «Tutto quello che il Padre possiede è mio»: affermazione ardita, che solo Gesù può dire.  Affermazione ardita, e tuttavia umilissima.  Se il Figlio può dire che tutto ciò che il Padre possiede è suo, è solo perché l’ha ricevuto: l’intima relazione fra il Padre  e il Figlio è nell’ordine dell’amore e del dono, non della pretesa e del vanto.  La centralità di Gesù – Figlio divenuto uomo  – è da sottolineare, se vogliamo capire veramente qualcosa di Dio.  Il Padre non è accessibile che al Figlio e nel Figlio. 

In Lui  (concretamente nella sua persona e nella sua esistenza storica, nelle sue opere, nelle sue parole, nella sua obbedienza) Dio  ci è venuto vicino, raggiungibile e conoscibile e ha mostrato tutto il suo volto di Padre.  Gesù parla anche dello Spirito, della sua figura e della sua funzione.  Lo Spirito guiderà i discepoli alla comprensione di quella  verità che ora non sono in grado di portare.  Assisterà la comunità nel difficile compito di unire la fedeltà e la novità, la memoria  al rinnovamento.  Soprattutto viene affermata la sua dipendenza da Gesù.  Si direbbe che lo Spirito riprenda, nel suo  venire tra noi, il medesimo atteggiamento assunto dal Figlio, che non è venuto a dire parole sue, né a cercare una gloria  propria, ma a raccontare ciò che ha udito dal Padre: allo stesso modo si comporta lo Spirito nei confronti di Gesù: «Mi glorificherà  perché prenderà del mio e ve lo manifesterà».  Con una precisazione: l’insegnamento dello Spirito è un «guidare verso  e dentro la pienezza della verità» (tale il senso dell’espressione greca).  Dunque una conoscenza interiore, progressiva, e  personale. 

Ma è anche detto che lo Spirito rivelerà le cose future.  Non significa che lo Spirito ci rivelerà la cronaca dell’avvenire, ma che  ci aiuterà a fare una lettura della storia presente alla luce della sua conclusione, cioè alla luce della storia di Gesù, che è lo  svelamento del futuro.  Se leggessimo la storia chiusi nel presente, dovremmo concludere che l’amore è sconfitto.  Daremmo  ragione al mondo e torto a Gesù.  Ma se leggiamo la storia alla luce della sua conclusione – cioè alla luce del giudizio di Dio  già avvenuto in Gesù – allora possiamo concludere che la carta vincente, anche se ora è smentita e crocifissa, è proprio  l’amore.  È vivendo in questo modo – esattamente come è vissuto Gesù – che la comunità cristiana diventa la contropartita terrestre,  visibile e leggibile, della Trinità. 

(adattamento da un’omelia di don Bruno Maggioni – www.lachiesa.it)

La Parola della Domenica

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di , 9 Maggio 2010

6ª di Pasqua 
At 15,1-2. 22-29   È parso bene, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie.
Sal 66   Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ap 21,10-14. 22-23   L’angelo mi mostrò la città santa che scende dal cielo.
Gv 14,23-29   Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

La certezza che Gesù risorto è presente, ancor oggi, nel mondo, la si trova nella fede e non la si cerca attraverso i sensi. Questa certezza ci viene dallo Spirito Santo che ci è stato donato col Battesimo, il quale è sempre con noi anche se, da parte nostra, troppo spesso lo ignoriamo o non Lo ascoltiamo. La famiglia, Chiesa domestica, ha il compito di ricordare ai suoi componenti che, Padre, Figlio e Spirito Santo sono il suo tutto, la sua luce, il suo nutrimento giornaliero, che non deve essere esautorato per futili motivi di natura opportunistica, di orgoglio, di apparenze, per ragioni umane più o meno camuffate da ragioni sociali. Bisognava che Gesù se ne andasse perché il Paraclito ci venisse donato, i nostri occhi rompessero il velo e il nostro cuore di pietra si trasformasse in un cuore di carne. Come si comporti lo Spirito lo vediamo poco dopo l’Ascensione al Concilio di Gerusalemme.

Paolo e Barnaba pongono un quesito agli altri apostoli: i pagani, per diventare cristiani, devono accettare la legge di Mosè? come imporre ai cristiani di origine ebraica di rinunciare alla legge e quindi mangiare, come facevano quanti provenivano da paganesimo, carne suina? La risposta che proviene dal collegio apostolico e chiara: ” Abbiamo deciso, lo Spirito santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. ” questa è la risposta del collegio apostolico, ispirata dallo Spirito che, invita tutti i popoli a lodare il Signore, affinché si conosca sulla terra la sua via.. la sua salvezza.. e i popoli tutti lodino Dio. La caduta del velo che, appanna i nostri occhi, un giorno ci farà vedere la nostra stabile residenza che Dio, ha preparato per noi in cielo, dove potremmo vivere felici nell’amore di Dio. Di questa città, fin da ora, noi cristiani siamo chiamati a porre le fondamenta e ad attendere, nella speranza, quel giorno senza tramonto illuminato dalla gloria di Dio e dalla lampada che è l’Agnello.

Durante la Cena Giuda di Giacomo, incluso nella lista dei dodici, sia nel Vangelo di Luca (6,16) che in Atti (1,13), ma in Marco (3,18) è identificato come Taddeo, è sorpreso dalla dichiarazione di Gesù che parla, durante i “discorsi di addio”, di una manifestazione di Cristo ristretta a pochissimi e non all’intera umanità. Gesù non gli risponde direttamente, ma insiste sulla rivelazione che verrà fatta al credente, perché per mezzo di essa il credente vivrà in questo mondo in attesa della parusia. Inoltre rivela che è la mancanza di amore e di obbedienza che impedisce al mondo di aver parte a questa manifestazione del Padre e del Figlio.

Gesù annunzia il suo ritorno al Padre ma aggiunge: “il Padre vi manderà nel mio nome” il Paraclito col compito “di insegnare ogni cosa e di far ricordare” quanto egli aveva insegnato. Inoltre soggiunge che egli se ne va perché li ama. Il ritorno di Cristo al Padre dopo aver compiuto la sua missione è la condizione perché egli possa adempiere tutte le promesse fatte ai discepoli. L’obbedienza alla legge dell’amore è il motivo che ritorna di continuo in tutti i Vangeli e questo per farci capire che amare è la cosa più importante che noi possiamo fare perché altrimenti siamo sterili come il fico che non porta frutti. E dove questo amore si manifesta maggiormente se non in famiglia? É la famiglia il luogo dove maggiormente l’amore si manifesta perché essa, come istituzione nasce dall’amore.

Revisione di vita 
Siamo consapevoli che la grazia del Sacramento ci tiene uniti nonostante le nostre differenze? – Siamo capaci di vedere oltre i nostri sensi che siamo anche noi risorti e perciò siamo uomini spiritualmente nuovi?

Continua la preparazione alla visita pastorale

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di , 1 Maggio 2010

Continua la preparazione alla visita pastorale del Patriarca Angelo,  seconda finalità della visita pastorale: educare al pensiero di cristo (1Cor 2, 16)…

… Il primo elemento per educarsi al pensiero di Cristo è l’immersione nella Traditio eucaristica durante la cena pasquale dove Gesù si è consegnato anticipando la sua morte e resurrezione nostre redentrici e facendo coincidere l’offerta di tutta la sua persona con il pane e con il vino dev’essere presente quella continuità che parte dalla comunità apostolica riunita quel giovedì presente fino alla nostra comunità dove Gesù è presente e dove io posso dire “vieni e vedi”.
La fede è l’origine dell’educazione al pensiero di Cristo la maniera nella quale arriveremo a concepire come Gesù ha concepito la vita nella sua totalità Dal Padre al Padre “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre” (Gv 16, 28) Egli vive continuamente l’obbedienza al Padre e ci insegna che siamo venuti dal Padre Nostro e ci conduce al Padre.

La Parola della Domenica

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di , 21 Febbraio 2010

1ª di Quaresima
Dt 26,4-10   Professione di fede del popolo eletto.
Sal 90   Resta con noi, Signore, nell’ora della prova.
Rm 10, 8-13   Professione di fede di chi crede in Cristo
Lc 4,1-13   Gesù fu guidato dallo Spirito nel deserto e tentato dal diavolo.

La prima domenica di quaresima ci offre l’occasione per meditare sull’obbedienza del  cuore quale vero culto che si offre a Dio.  La prima lettura presa dal libro del Deuteronomio  è una semplice e breve professione di fede del popolo d’Israele.  La promessa della  terra dove “scorre latte e miele” è divenuta realtà, perciò, il popolo offre le primizie dei  frutti della terra, commemorando le meraviglie che Dio ha compiuto dal tempo dei patriarchi  fino ad oggi (prima lettura).  Nella misura in cui il popolo ha obbedito al piano di Dio,  esso è stato benedetto.  Il vangelo di san Luca ci presenta Gesù, pieno dello Spirito Santo, che viene tentato per  quaranta giorni e che, alla fine, affronta tre tentazioni speciali del diavolo.  Tutte quante mirano a portarlo alla disubbidienza  al piano di Dio, ad allontanarlo dal piano redentore per seguire la via del tentatore.  Gesù risponde con  l’adesione incondizionata alla Sacra Scrittura e con la fedeltà alla missione che gli è stato affidata dal Padre  (Vangelo).  Perciò, come dice san Paolo: “confessiamo con la nostra bocca che Gesù è il Signore, e crediamo col  cuore che Dio lo resuscitò dai morti” (seconda lettura).  La quaresima ci offre l’opportunità di esercitarci, quasi come  degli atleti di Cristo, nella rinuncia a noi stessi.  Rinuncia che, come abbiamo detto, non ha niente di spregiativo,  ma al contrario ci aiuta a riscoprire la verità su noi stessi.  Vincendo noi stessi eliminiamo il disordine che si è introdotto  nella nostra vita.  Perciò, è ben consigliabile che, fin dall’infanzia, impariamo a praticare piccoli e grandi sacrifici  per amore di Dio.  La rinuncia a qualche caramelle, la rinuncia a piaceri particolari, il dominio dello sguardo, l’offerta  di una visita eucaristica quotidiana, l’offerta della preghiera del rosario, la rinuncia a qualche programma televisivo  preferito, la rinuncia ad un incontro sportivo atteso…  Si tratta di piccole cose, forse trascurabili, ma che acquisiscono  un valore particolare quando si fanno per amore.  Cristo rinunciò nel deserto a tutti i suoi piaceri per essere  fedele al suo amore per me.  Saprò io fare altrettanto per essere fedele al mio amore per Lui?

La Parola della Domenica

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di , 24 Gennaio 2010

Ne 8, 2-4. 5-6. 8-10   Leggevano il libro della legge e ne spiegavano il senso
 Sal 18   Le tue parole, Signore spirito e vita
1 Cor 12, 12-30   Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte
 Lc 1,1-4: 4,14-21   Oggi si è compiuta questa Scrittura

Lo Spirito del Signore è su… tutti noi!

Questa domenica è la domenica della Parola “annunciata” e proclamata dai profeti, vivificata e resa palpabile con Cristo Signore.  Il Dio di Abramo, di Isacco, di Gesù è un Dio che si rivela nella storia di ciascun uomo, di ciascun popolo, pertanto impariamo a leggere la nostra storia come parola di Dio, se vogliamo incontrarlo nel quotidiano e riconoscerci suo popolo, come ha fatto Israele al tempo di Neemia quando è tornato dall’esilio di Babilonia.  In quella circostanza, la lettura ininterrotta della Bibbia, letta in assemblea e spiegata, diventa il fatto essenziale e prioritario per la ricostruzione della comunità lacerata e la ricerca della nuova identità nazionale del popolo che, non possiede più né casa né tempio ma ciò che gli resta è la parola di Dio che diventa tutto per esso. 

Qui la Bibbia non è solo ed esclusivamente ” discorso di Dio”, ma prevalentemente ” discorso con Dio”, per mezzo dell’interprete, da parte dell’assemblea che, si alimenta e beve la Parola E questo dovrebbe avvenire anche tra di noi, in famiglia, nella società infatti Gesù, e quindi la sua Chiesa, in virtù del Battesimo e della Confermazione, hanno, non solo la missione, ma soprattutto la grazia dell’ispirazione, data dalla presenza dello Spirito Santo, che rende ‘viva ed efficace’ la parola, accompagnata dalla testimonianza, tanto da poter affermare: ‘Ciò che dico è vero, perché è frutto dello Spirito che è in me’. 

Essere cristiani non è solo un modo di dire, ma un modo di vivere la fede, che si esprime nel come pensiamo, come parliamo, come ci comportiamo, insomma nel come ‘viviamo Cristo’ non possiamo più essere cristiani di ‘facciata, ma dobbiamo diventare cristiani ‘vivi’, che, dove sono, operano ‘ispirati’, ossia mossi dallo Spirito Santo, difficile?  Si, ma necessario se vogliamo ‘realizzare’ noi stessi ed aiutare gli altri, crescendo insieme nella fede e nella santità.  Non è più tempo – e sono certo che voi, che siete ‘di buona volontà’, siate d’accordo – di ‘segni senza significato’, ma di presenze che tornino ad essere ‘sale della terra e luce del mondo’.  Abbiamo oggi due letture che dovrebbero aiutarci a crescere nella fede.  L’evangelista Luca ci pone innanzi GESÙ che, a 30 anni, dopo una lunga preparazione nel silenzio di Nazarerh, si presenta ufficialmente nella sua città, nella sinagoga, iniziando a farsi ‘PAROLA NUOVA E VERA’, come solo Dio può e sa essere. 

Possiamo facilmente immaginare lo stupore di quell’assemblea nel sentire che la profezia di Isaia si ‘incarnava’ in quel giovane, Gesù, che loro da sempre conoscevano come ‘il figlio del falegname’.  E ancor più stupefacente – in quell’epoca, simile alla nostra, dove i deboli erano emarginati, privi di ogni diritto, come non avessero posto nel cuore dei fratelli, – era l’affermazione, senza mezzi termini, che un’epoca nuova era iniziata, in cui era iniziata la liberazione dei più emarginati.  È lo stesso problema e necessità che si pone anche oggi.  Basta avere uno sguardo illuminato dallo Spirito, per vedere come il mondo sia diviso in chi si realizza e conta e in chi è messo al bando senza pietà.  Una divisione che non è solo bestemmia alla giustizia umana e divina, ma è sempre sorgente di guerre aperte e sotterranee. 

La Chiesa – noi, che ci diciamo Chiesa – dobbiamo sentire rivolto a noi, quell’OGGI si è adempiuta la salvezza.  Per grazia di Dio, tanti, in tanti modi, questo ‘oggi’ lo stanno già attuando nelle innumerevoli forme della carità, animata dallo Spirito Santo.  Paolo, scrivendo ai Corinzi, ci viene incontro, dando una risposta alla nostra domanda: Come possiamo noi cristiani realizzare quell’OGGI di Gesù?  Ad Efeso, si dibatteva sul ruolo o su quello che era ‘il posto’ nella Chiesa e la parte da svolgere, Paolo descrive i carismi di ciascuno.  E ce ne sono tanti, che si adattano alle varie necessità di una Chiesa che vuole essere tutta missionaria, non lasciando alcuno con le mani in mano!  Si parte dai carismi ‘semplici’, legati alle realtà dove siamo e per ciò che facciamo.  Sarà l’obbedienza poi a discernere e dire quale carità ciascuno debba in modo più specifico esercitare…  ognuna con il suo carisma…  come a rendere presente ed efficiente la figura del ‘corpo’, attraverso le ‘membra.  Ma quello che è davvero stupendo, è come tutti convergono, seppur in modo diverso, al bene dell’intera umanità e della Chiesa.  Nel piano di carità e di salvezza, che Dio ha disposto per tutti, ha fatto in modo che ciascuno, senza eccezioni, sia costruttore. 

Dai genitori agli educatori, ad ogni fedele.  C’è davvero posto e necessità che tutti, ma proprio tutti, ciascuno con il suo carisma, mettiamo mano all’edificazione del Regno di Dio e, quindi, ad un mondo più giusto, più bello.  Non è ammesso il disimpegno, perché sarebbe come fare mancare il nostro necessario apporto, creando un ‘vuoto’ nell’edificazione del Regno e nella comunità.  L’importante è non nascondere i nostri carismi ‘sotto terrà, per pigrizia o per paura, come dice Gesù nella parabola dei talenti da far fruttare.  Scriveva Paolo VI: “A tanti cristiani, forse a noi stessi, è rivolto l’interrogativo che sa di rimprovero, rivolto dall’apostolo Paolo agli Efesini, perché la nostra vita spirituale non è un soliloquio, una chiusura dell’anima in se stessa, ma un dialogo, un’ineffabile conversione, una presenza di Dio, da non ricercare più nel cielo, né fuori, né solo nelle nostre chiese, ma in se stesso: quanta gioia e quanta speranza saremo capaci così di donare a tutti, ognuno a suo modo e dove è”.

(commento di Mons.  Antonio Riboldi) 

Dalla Unità alla Comunità Pastorale

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di , 12 Dicembre 2009

 Dalla Lettera Apostolica  “Novo Millenio Ineunte” di Giovanni Paolo II 

La Spiritualità di Comunione come si realizza?  ” 
Giovanni Paolo II46.  Questa prospettiva di comunione è strettamente legata  alla capacità della comunità cristiana di fare spazio a  tutti i doni dello Spirito.  L’unità della Chiesa non è uniformità,  ma integrazione organica delle legittime diversità.  È  la realtà di molte membra congiunte in un corpo solo, l’unico  Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12,12).  È necessario perciò  che la Chiesa del terzo millennio stimoli tutti i battezzati e  cresimati a prendere coscienza della propria attiva responsabilità  nella vita ecclesiale.  Accanto al ministero ordinato,  altri ministeri, istituiti o semplicemente riconosciuti,  possono fiorire a vantaggio di tutta la comunità, sostenendola  nei suoi molteplici bisogni: dalla catechesi all’animazione  liturgica, dall’educazione dei giovani alle più varie  espressioni della carità.  Certamente un impegno generoso va posto — soprattutto  con la preghiera insistente al padrone della messe (cfr Mt  9,38) — per la promozione delle vocazioni al sacerdozio e  di quelle di speciale consacrazione.  È questo un problema  di grande rilevanza per la vita della Chiesa in ogni parte  del mondo.  In certi Paesi di antica evangelizzazione,  poi, esso si è fatto addirittura drammatico a motivo del  mutato contesto sociale e dell’inaridimento religioso indotto  dal consumismo e dal secolarismo.  È necessario ed  urgente impostare una vasta e capillare pastorale delle  vocazioni, che raggiunga le parrocchie, i centri educativi,  le famiglie, suscitando una più attenta riflessione sui valori  essenziali della vita, che trovano la loro sintesi risolutiva  nella risposta che ciascuno è invitato a dare alla chiamata  di Dio, specialmente quando questa sollecita la donazione  totale di sé e delle proprie energie alla causa del Regno.  In questo contesto prende tutto il suo rilievo anche ogni  altra vocazione, radicata in definitiva nella ricchezza della  vita nuova ricevuta nel sacramento del Battesimo.  In particolare,  sarà da scoprire sempre meglio la vocazione che  è propria dei laici, chiamati come tali a « cercare il regno  di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo  Dio »32 ed anche a svolgere « i compiti propri nella Chiesa  e nel mondo […  ] con la loro azione per l’evangelizzazione  e la santificazione degli uomini ».  33  In questa stessa linea, grande importanza per la comunione  riveste il dovere di promuovere le varie realtà aggregative,  che sia nelle forme più tradizionali, sia in quelle più  nuove dei movimenti ecclesiali, continuano a dare alla  Chiesa una vivacità che è dono di Dio e costituisce un’autentica  « primavera dello Spirito ».  Occorre certo che associazioni  e movimenti, tanto nella Chiesa universale  quanto nelle Chiese particolari, operino nella piena sintonia  ecclesiale e in obbedienza alle direttive autorevoli dei  Pastori.  Ma torna anche per tutti, esigente e perentorio, il  monito dell’Apostolo: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate  le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che  è buono» (1 Ts 5,19-21).  47.  Un’attenzione speciale, poi, deve essere assicurata  alla pastorale della famiglia, tanto più necessaria in un  momento storico come il presente, che sta registrando  una crisi diffusa e radicale di questa fondamentale istituzione.  Nella visione cristiana del matrimonio, la relazione  tra un uomo e una donna — relazione reciproca e totale,  unica e indissolubile — risponde al disegno originario di  Dio, offuscato nella storia dalla « durezza del cuore », ma  che Cristo è venuto a restaurare nel suo splendore originario,  svelando ciò che Dio ha voluto fin « dal principio  » (Mt 19,8).  Nel matrimonio, elevato alla dignità di Sacramento,  è espresso poi il « grande mistero » dell’amore  sponsale di Cristo per la sua Chiesa (cfr Ef 5,32).  Su questo punto, la Chiesa non può cedere alle pressioni  di una certa cultura, anche se diffusa e talvolta militante.  Occorre piuttosto fare in modo che, attraverso un’educazione  evangelica sempre più completa, le famiglie cristiane  offrano un esempio convincente della possibilità di un  matrimonio vissuto in modo pienamente conforme al disegno  di Dio e alle vere esigenze della persona umana: di  quella dei coniugi, e soprattutto di quella più fragile dei  figli.  Le famiglie stesse devono essere sempre più consapevoli  dell’attenzione dovuta ai figli e farsi soggetti attivi di  un’efficace presenza ecclesiale e sociale a tutela dei loro  diritti.

Giornata missionaria mondiale

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di , 18 Ottobre 2009

Preghiera e offerta per la chiesa  del mondo
 Terza domenica della responsabilità 
“Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo;  è un dovere” (1 Cor 9, 16) 

IL MESSAGGIO DEL PAPA BENEDETTO XVI 

bxvi_presentazione_messale“Le nazioni cammineranno alla sua luce” (Ap 21,24).  Scopo della missione della  Chiesa infatti è di illuminare con la luce del Vangelo tutti i popoli nel loro cammino storico verso Dio,  perché in Lui abbiano la loro piena realizzazione ed il loro compimento.  Dobbiamo sentire 1’ansia  e la passione di illuminare tutti i popoli, con la luce di Cristo, che risplende sul volto della Chiesa,  perché tutti si raccolgano nell’unica famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio.  È in questa prospettiva che i discepoli di Cristo sparsi in tutto il mondo operano, si affaticano, gemono  sotto il peso delle sofferenze e donano la vita.  Riaffermo con forza quanto più volte è stato  detto dai miei venerati Predecessori: la Chiesa non agisce per estendere il suo potere o affermare il  suo dominio, ma per portare a tutti Cristo, salvezza del mondo.  Noi non chiediamo altro che di  metterci al servizio dell’umanità, specialmente di quella più sofferente ed emarginata, perché crediamo  che “l’impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo…  è senza alcun dubbio  un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta l’umanità” (Evangelii nuntiandi,  1), che “conosce stupende conquiste, ma sembra avere smarrito il senso delle realtà ultime e della  stessa esistenza” (Redemptoris missio, 2)… La missione della Chiesa, perciò, è quella di chiamare  tutti i popoli alla salvezza operata da Dio tramite il Figlio suo incarnato.  È necessario pertanto rinnovare  l’impegno di annunciare il Vangelo, che è fermento di libertà e di progresso, di fraternità, di  unità e di pace (cfr Ad gentes, 8).  Voglio “nuovamente confermare che il mandato d’evangelizzare  tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa” (Evangelii nuntiandi, 14), compito e  missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale rendono ancor più urgenti.  È in questione  la salvezza eterna delle persone, il fine e compimento stesso della storia umana e  dell’universo… La partecipazione alla missione di Cristo, infatti, contrassegna anche il vivere degli annunciatori del  Vangelo, cui è riservato lo stesso destino del loro Maestro.  “Ricordatevi della parola che vi ho detto:  Un servo non è più grande del suo padrone.  Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche  voi” (Gv 15,20).  La Chiesa si pone sulla stessa via e subisce la stessa sorte di Cristo, perché non  agisce in base ad una logica umana o contando sulle ragioni della forza, ma seguendo la via della  Croce e facendosi, in obbedienza filiale al Padre, testimone e compagna di viaggio di questa umanità…  La spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità delle nostre Chiese (cfr Redemptoris missio,  2).  È necessario, tuttavia, riaffermare che l’evangelizzazione è opera dello Spirito e che prima ancora  di essere azione è testimonianza e irradiazione della luce di Cristo (cfr Redemptoris missio,  26) da parte della Chiesa locale, la quale invia i suoi missionari e missionarie per spingersi oltre le  sue frontiere.  Chiedo perciò a tutti i cattolici di pregare lo Spirito Santo perché accresca nella Chiesa  la passione per la missione di diffondere il Regno di Dio e di sostenere i missionari, le missionarie  e le comunità cristiane impegnate in prima linea in questa missione, talvolta in ambienti ostili di  persecuzione… .

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